sabato 24 giugno 2017

Poeti dimenticati: Raoul Dal Molin Ferenzona

Nacque a Firenze nel 1879 e morì a Milano nel 1946. Artista a tutto tondo (fu pittore, scultore, disegnatore, poeta e prosatore), lo stesso anno della sua nascita vide la scomparsa, per omicidio, del padre. Dopo una breve frequentazione dell'Accademia Militare di Modena, Dal Molin Ferenzona cominciò a spostarsi, per brevi periodi, in varie città italiane, approfondendo i suoi studi artistici. A Firenze conobbe il pittore Domenico Baccarini divenendone amico. A Roma, si avvicinò alla cerchia poetica di Sergio Corazzini. Nel contempo cominciò ad esporre e pubblicare i suoi lavori artistici (soprattutto disegni); si dedicò, quindi, anche alla scrittura e in particolare alla poesia, pubblicando un primo volume (versi e prose) nel 1912. Verso il 1918 entrò in una sorta di crisi mistica che lo spinse verso l'esoterismo; ciò è dimostrato anche da alcune opere di questo periodo in cui sono presenti sia poesie che disegni. Questa tendenza verso l'occultismo andò ad aumentare cogli anni; nel frattempo iniziarono a peggiorare le sue condizioni di salute (fu ricoverato in un ospedale psichiatrico di Roma). Negli ultimi anni della sua vita continuò a vagabondare da un luogo all'altro, fino alla morte.
Le sue poesie e le sue prose poetiche si possono dividere in due fasi ben distinte: la prima mostra la vicinanza dell'artista toscano al crepuscolarismo e al simbolismo; la seconda è invece esclusivamente mistico-esoterica, con riferimenti continui alla dottrina dei Rosa Croce e ad altre religioni.



Opere poetiche

"La ghirlanda di stelle", Concordia, Roma 1912.
"Zodiacale", Ausonia, Roma 1919.
"A ô B (Enchiridion notturno)", Bottega d'Arte, Livorno 1923.
"Ave Maria!", Tip. Scuola Professionale Orfani di Guerra, Firenze 1929.
"Asha. Decade aurea", Società «Universa», Roma 1921.




Presenze in antologie
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. 3, pp. 83-84).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (Tomo I, pp. 269-276).



Testi

GLI ULTIMI GIGLI

Ecco, la mia stanza
À l'aria di non respirar più
È senza speranza
Come una tisica gioventù!
Nella mia stanza non vi son più fiori
La sorte è sempre dura
Colei che li portava con tanta premura
Ogni dì le belle braccia ricolme come cornucopie d'avorio
È partita!
E per «addio» non m'à lasciato
Che un bouquet di gigli in agonia
Un bouquet disperato! L'ultimo!
E dove? dove a sera
Come in una preghiera
Affonderò la fronte, gli occhi, le labbra
Velati di cipria??
Non avrò più i miei gigli per la mia purificazione!
Ella è partita!! Bisogna convincersi!
Non più purificazione!
Va bene: stanotte porterò il mio cuore sulla
Riva del fiume e lo lascerò cadere in fondo
All'acqua nel fango! E da domani sarò libero
Anche di questo bisogno infantile di purificazione!

(da "La ghirlanda di stelle")



LIBRAQUE. ORAZIONE

  I miei piatti si bilanciano, o Altissimo: su quello di argento siede la Notte di cupo smeraldo, su quello di rame il Giorno mette la briglia al vitello paziente. Su quello d'argento un Angiolo de le Dominazioni pose le rose luminose del Mattino, su quello di Rame, un Angiolo dei Principati pose il mirto ombroso della Sera.
  Sull'uno il Cigno si raccoglie nel suo quieto candore, sull'altro il Corvo apre l'occhio de la sua interiore vitalità.
  Tra i girasoli alti e robusti gaie danze s'intrecciano nell'isola di Cipro ove Venere seminò con gesto musicale il primo arancio.
  Una società giusta e sapiente inadatta al lavoro fisico, ma dotata di maravigliose intuizioni, vive in positiva e sensitiva armonia di cordialità. Le loro labbra alte al bacio sono piene di grazia e ne l'opera artistica le loro belle mani esplicano un talento fine, modesto e impersonale.
  Essi t'inviano le loro preghiere di gratitudine poiché Tu ài concesso loro il privilegio de l'Armonia, ne l'analogia dei contrari, e la conoscenza percettiva e sensitiva ne la virtù di Vedanâ
  Con un fremito di ardore religioso io ti offro con simultaneo dono, o Pieno e Inafferrabile Archetipo, la cornucopia de le Promesse e quella ugualmente pesante de le Minaccie onde Tu voglia concedere agli uomini la Virtù Suprema dell'equilibrio.


(da "Zodiacale")

giovedì 8 giugno 2017

Fucilazione

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome,
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige d'imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c'era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
in adorazione, quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo,
e prima di scendere salì verso il tetto
come una preghiera, come una favola
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni di esecuzione
in questo mondo e ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.



Fucilazione è la ventesima poesia della sezione Materia prima appartenente al volumetto intitolato Il cavallo saggio. Poesie Epigrafi Esercizi (Editori Riuniti, Roma 1990), che raccoglie trentasei testi poetici di Gianni Rodari (Omegna 1920 - Roma 1980). L'autore, famoso scrittore per l'infanzia, quando uscì questo libriccino era già scomparso da dieci anni; in realtà, tutte le poesie dello stesso erano già state pubblicate sulla rivista Il Caffè, tra il 1961 ed il 1980. Sono, praticamente, quasi tutti i versi che Rodari ha dedicato al pubblico degli adulti. Nella bella prefazione al libro, Edoardo Sanguineti parla di influenze surrealiste, di parola che giuoca e di inclinazione favoleggiante. Leggendo queste poesie non si può negare che tutto ciò sia vero ed anche l'accostamento, sempre di Sanguineti, dello scrittore piemontese a Palazzeschi e a Lear mi pare indiscutibile.
La poesia qui riportata, come dice il titolo, ha come argomento una fucilazione e chi parla è colui che l'ha subita. L'uomo ricorda alcuni particolari di quella tragica mattina: la piazza dove è avvenuta l'esecuzione, gli alberi spogli, la scarsa luminosità, le imposte tutte sprangate, un grigiore diffuso su tutto l'ambiente circostante e l'assenza di persone, a parte quella di un bambino, affacciato ad una finestra di una casa poco distante dalla piazza, intento a fare delle bolle di sapone. Soltanto il condannato poteva vedere il piccolo (i soldati erano di spalle) estasiato da quelle sferiche formazioni che a grappoli volavano e quindi si disfacevano; quell'immagine rappresenta l'unica cosa lieta di quel drammatico momento. Tornando alla prefazione di Sanguineti, egli cita gli ultimi, indimenticabili tre versi di questa poesia e dice:


[...] le «bolle di sapone» sono, ad un tempo, emblema della vita che si innalza, con la sua splendida e inesauribile fragilità, e della favola, intanto, che la rispecchia con la sua iridescente leggerezza.

A ciò si potrebbe aggiungere che le bolle di sapone possono anche simboleggiare la fantasia umana, i cui voli troppo spesso infastidiscono determinate persone che detengono il potere; per tale motivo esse, non di rado, fanno di tutto per annientarla.  

venerdì 2 giugno 2017

Tu sola sei vera

Colei che non mi vuol più bene è morta.
È venuta anche lei
a macchiarmi di pause dentro.
Chi non mi vuol più bene è morta.
Mamma, tu sola sei vera.
E non muori perché sei sicura.


Questa breve poesia di Rocco Scotellaro (Tricarico 1923 - Potrici 1953) porta la data del 13 dicembre 1953; fu scritta dal poeta lucano due giorni prima della sua morte. Entrò quindi nella raccolta postuma intitolata È fatto giorno che la Mondadori pubblicò nel 1954. È la seconda delle due liriche che compongono la sezione Ultime.

Già dal primo verso si evidenzia una profonda amarezza del poeta che da poco è stato abbandonato dalla donna amata, proprio nel momento più duro della malattia. La frase iniziale viene ribadita anche nel quarto verso, come a rimarcare il fatto che la persona su cui Scotellaro faceva più affidamento, perché pensava provasse amore nei suoi confronti, ha tradito le sue aspettative. I due versi finali sono una dichiarazione estrema d'amore nei confronti della madre che è l'unica, vera persona capace di amarlo fino in fondo di un amore certo, sincero e infinito. In effetti, penso che la stessa cosa possa dirsi per quasi tutta l'umanità: al di là delle relazioni amorose che un individuo può stringere lungo l'arco della sua esistenza, l'unico vero, grande, ineguagliabile e naturale amore rimane sempre quello materno.

domenica 14 maggio 2017

Da "Un uomo finito" di Giovanni Papini

Era l'ora in cui la gente si leva mezza istupidita dalla siesta ed esce fuori colla ridicola speranza di un soffio d'aria e del fresco della sera. Escivano le balie infioccate coi bambini rossi e piagnucolanti fra le trine; i mariti sudati colle mogli a braccetto; i fratelli colle sorelle per la mano; i giovinottelli a due o tre colle sigarette bianche penzolanti dai labbri; le ragazze coi fazzoletti chiari in testa e gli occhi briosi e desiderosi; i vecchietti in soprabito coll'ombrello celestino sotto il braccio; i poveri soldati vestiti di scuro e tutti impacciati co' loro guanti di filo bianco. A ogni momento la gente cresceva; riempiva i marciapiedi; traversava la strada, rideva, si salutava. Sotto i grandi cappelli fioriti gli occhi delle donne scintillavano da ogni parte come diamanti neri; ogni tanto due cappelli di paglia tenuti da due mani alzate apparivano sopra le teste dell'armento festivo.
Io mi ci trovavo a disagio. Non conoscevo nessuno e odiavo tutti. Ero vestito male; ero brutto; ero bianco in viso; avevo l'aspetto severo del malcontento: sentivo che nessuno mi amava e poteva amarmi. Chi mi guardava mi disprezzava con tutto il corpo, passando; qualcuno si voltava indietro a guardar lo sparuto solitario e rideva. Specialmente le belle ragazze vestite di bianco e di rosso, col viso bruno e i denti puliti, eran crudeli con me: spesso sentivo le loro scoccodanti risate dietro alle mie spalle. Forse non ridevan di me ma in quei momenti n'ero certo e soffrivo. Tutta la vita bella mi pareva negata: io solo, io senza amore, io senza fortuna. E quella gente andava alla sua passeggiata, tranquilla, senza saper nulla delle mie tristezze di adolescente povero e scacciato.




Questo è un frammento tratto dal famoso romanzo autobiografico di Giovanni Papini (Firenze 1881 - ivi 1956) Un uomo finito, pubblicato per la prima volta dalla Libreria della «Voce», a Firenze nel 1913. È un passo del quinto capitolo intitolato L'Arco di Trionfo. Qui, lo scrittore fiorentino narra di come nacque, in lui, la prepotente voglia di emergere, di diventare qualcuno. Il tutto nacque però da una situazione opposta: l'adolescenza vissuta in modo tormentato, quasi traumatico. Come si può leggere in queste poche righe, durante un estivo pomeriggio domenicale, il sedicenne Giovanni si trova per le strade di Roma insieme alla folla che passeggia, ed ha la netta sensazione di essere disprezzato e deriso per la sua bruttezza, per non essere elegante e curato come gli altri, per il volto accigliato e malinconico... per avere, insomma, un aspetto tutt'altro che gradevole. A questo percepito disprezzo nei suoi confronti, l'adolescente reagisce provando odio per quella massa di gente che a lui appare assai simile alle marionette: bella sì, curata sì, ma certamente stupida e incolore, come può esserlo un gregge di pecore.

Da queste parole emerge, inoltre, il masochismo di Papini, il quale, pur confessando il suo disagio, si compiace della propria diversità rispetto all'armento festivo; ma dietro a questo compiacimento non c'è nessuna commiserazione (come poteva riscontrarsi in molti versi dei poeti crepuscolari), ma la profonda consapevolezza di possedere un'anima "superiore" che ben si distingue da quelle della folla imbecille.

venerdì 12 maggio 2017

Nella breve sconfitta della sera

Un cacciatore infallibile
abbatte i giorni al culmine
del loro stanco volo,
con mira più spietata
se appena accenna un'ala,
timida, a più librarsi...

Li segue dal lor primo
levarsi incerto dalla
indistinta brughiera,
e li attende al confine
dove il volo si avvalla
nella breve sconfitta della sera.




Nella breve sconfitta della sera è la tredicesima poesia delle quindici comprese nella sezione Ai giorni (1948-1949); quinta del volume Solo se Ombra e altre poesie, di Gaetano Arcangeli (Bologna 1910 - ivi 1970), edito da Mondadori nel 1952 e poi ristampato da Scheiwiller nel 1995 (da quest'ultima edizione ho estratto il testo). Tutta la sezione citata (e questa poesia non fa eccezione) palesa sentimenti di stanchezza e rassegnazione: una fatica di vivere ben dimostrata dalle frequenti confessioni riguardanti il fastidio provato di fronte al diffondersi della luce mattutina e di conseguenza, del sole, come dimostrano questi altri versi: Non cesserò d'illudermi che un giorno / s'interrompa lo strazio dell'esausto / turno del sole a affaticarci invano... Erano gli anni del dopoguerra: un periodo tra i più duri e difficili della storia italiana; la popolazione, per la stragrande maggioranza in condizioni di povertà, tribolava perfino per trovare il modo di alimentarsi giornalmente. Da qui e da un travaglio interiore non ben chiarito, s'insinuano nella mente del poeta una sorta di sfinitezza e di pessimismo tali che egli veda, come in una onirica visione, un cacciatore infallibile, il quale abbatte uno dopo l'altro i giorni, come fossero uccelli dallo stanco volo che si conclude tragicamente nella breve sconfitta della sera.

mercoledì 10 maggio 2017

Il sogno

- Stai sognando? Rispondi!
                                             - Ero lontano...
Fuori da questo tempo e questo spazio,
in luoghi dove non arriva l'occhio
della TV col suo nembo di cenere,
che in questo tempo e spazio scopre nuovi
paesi dove la nostra ansia dilaghi.
Altri i miei cieli. E i sogni anche più vaghi.




Questi pochi versi sono di Alessandro Parronchi e fanno parte del volume Coraggio di vivere, edito da Garzanti nel 1960. È la nona poesia compresa nell'ultima sezione intitolata Il paesaggio dipinto (1955-'60), che raccoglie le poesie cronologicamente più recenti rispetto alle altre del libro. Il primo verso inizia con una domanda, cui segue un'esclamazione; si tratta, probabilmente, della voce della compagna del poeta. Ebbene, mentre tutti e due si trovano seduti in una stanza della loro casa davanti al televisore acceso, la donna si accorge che il suo compagno non è presente: lo coglie infatti assorto in chissà quali pensieri... Da qui l'iniziale domanda, seguita da un comando dovuto al fatto che l'uomo continua a rimanere in silenzio. Poi la risposta del poeta: la sua confessione di viaggiare con la mente al di fuori del tempo e dello spazio reali, in cerca, forse, di un mondo più gradevole rispetto a quello che mostra lo schermo della TV (definito eloquentemente come nembo di cenere, visto che a quel tempo esistevano soltanto apparecchi televisivi in bianco e nero); c'è da aggiungere poi, che nel periodo in cui fu scritta questa poesia la televisione era giunta nelle case degli italiani da pochi anni, ed esisteva, quindi, soltanto un unico canale della Rai. Parronchi, insomma, cerca semplicemente di evadere dalla realtà troppo oppressiva, soprattutto nei momenti in cui, terminato l'orario di lavoro, si ritrova con la famiglia, nella propria casa davanti alla TV che, invece di distrarlo, parla di guerre lontane, di crisi mondiali od altre cose simili, immettendo nella mente del poeta soltanto un'ansia insopportabile. Ecco quindi spiegata la fuga verso altri cieli e verso sogni vaghi che possono trovarsi soltanto in mondi irreali. E tale discorso è validissimo anche ai giorni nostri: il tempo della globalizzazione in cui qualunque fatto avvenga nel mondo ha una risonanza massima che giunge dovunque. Per il resto, la TV offre spettacoli quasi sempre mediocri (per non dire pessimi), e l'unico modo per fuggire da una realtà deprimente rimane ancora una volta il sogno, la fantasia, la ricerca artificiosa di qualcos'altro al di fuori del nostro problematico e angusto mondo...

Pietà cuori duri

Pietà, pietà cuori duri
Pietà per l'uccello migratore
Che ha perduto un'ala in volo.
Pietà per l'orfano gitano
Che s'è giocato a carte
Sella e cavallo
Suicida in una prigione.
Pietà per il giovane Nessuno
Ucciso in Cina
O un qualsiasi altro luogo
Clima razza condizione.
Pietà per chi muore all'impiedi
Dentro una camera d'affitto.
Pietà per chi cade
Pietà per chi si lascia cadere.
Pietà, pietà cuori duri
Voi che siete sempre seduti
E apprendete dai giornali
La morte degli altri.



 Questa poesia l'ho estratta dal volume Stellacuore di Raffaele Carrieri (Taranto 1905 - Pietrasanta 1984) edito da Mondadori nel 1970. In tale libro sono riunite le raccolte più significative del poeta pugliese; Pietà cuori duri fa parte della sezione Il trovatore, che uscì in volume singolo, sempre dalla Mondadori, nel 1953. È stata una delle prime poesie di Carrieri che ho letto ed apprezzato trovandola in un'antologia della poesia novecentesca italiana. Ahimè, questo ottimo poeta viene troppo spesso escluso dai curatori dalle selezioni antologiche, soprattutto se si parla degli ultimi trent'anni.
Sono versi che parlano della pietà umana negata agli sconfitti, ai poveri e a tutti coloro che, costretti a vivere in luoghi e in situazioni difficili, non riescono ad andare avanti e decidono di togliersi la vita. Il poeta invoca la pietà rivolgendosi polemicamente a coloro che sono sempre seduti (in contrasto con chi muore all'impiedi), ovvero agli intellettuali e ai benestanti in generale, che, soventemente, vengono a conoscenza della morte di questi diseredati della terra leggendo i giornali. L'elenco dei soggetti che, in vari luoghi del mondo e in diversissime situazioni perdono la vita, comprende gli orfani, i giocatori d'azzardo, i ribelli e i disperati (identificati in chi si lascia cadere); molte somiglianze le ritrovo nel testo di una stupenda canzone di Francesco De Gregori: Santa Lucia (si trova nell'album Bufalo Bill del 1976), in cui, come nella poesia di Carrieri, viene invocata una sorta di pietà per l'umanità sofferente.

Una amara riflessione finale: la struttura della società attuale, come quella del passato, in verità non prevede alcun sentimento di pietà, né di solidarietà e tanto meno di misericordia per coloro che restano indietro e poi, di conseguenza, cadono.