mercoledì 29 febbraio 2012

Ò visto

I

Ò visto la folla per le vie,
la folla passare gaia.
Ma più gaia di tutti
era una bimba
che aveva trovato il modo
di comprarsi una bambola...
 
 
II

Ò visto la folla peregrinare
davanti al santuario:
c'erano gli storpi, i paralitici,
gli etici, i ciechi:
tutti erano tristi,
ma la cosa più triste
era il volto di un bimbo
che non poteva comprare un fischietto che gli piaceva
e che stava sul banco della fiera
che c'è sempre vicino ai santuari.
Tutte le altre tristezze vicino alla sua
parevano diminuite...
 
 
III

Ò visto le monache passare tra i letti
dell'ospedale,
passare piane leggere
con un ticchettìo di rosari
sulle gonne grossolane;
e avevano gli occhi buoni,
gli occhi sommessi e calmi,
e io mi sono ricordato di Dog,
del mio povero cane,
che mi guardava con occhi simili
quando io ero malato...



 
"Ò visto" fa parte della raccolta "Gli orti", poesie di Nino Oxilia (1889-1917) pubblicate postume nel 1918; vi sono comprese le più note liriche del poeta torinese che aveva fatto uscire nel 1909 un altro libro di versi: "Canti brevi" (1909) decisamente poco conosciuto e per nulla considerato. La poesia in questione si differenzia abbastanza dalle altre della medesima raccolta, dove spesso si notano delle caratteristiche in parte lontane dal crepuscolarismo, e molto più consone col futurismo: movimento artistico che andava diffondendosi proprio nel periodo in cui Oxilia abbozzava i versi che sarebbero confluiti ne "Gli Orti" e che forse attrasse parzialmente il poeta. "Ò visto" è invece una poesia più che mai crepuscolare, dove domina un'aura di tristezza palpabile e dove le immagini entrano senza mezzi termini in quel repertorio della poesia crepuscolare che comprendeva luoghi religiosi, suore, poveri animali, bimbi tristi ed altro ancora. Fa eccezione però la prima parte della poesia di Oxilia, dove si parla di una "folla gaia" e una "bambina felice", in netto contrasto con i poveri "tristi" che nella seconda parte affollano l'entrata del santuario; così come col bimbo che, al contrario della bambina, non è riuscito a comprarsi il giocattolo che desiderava. L'ultima parte è dedicata alla bontà ed alla malattia: protagoniste, oltre che simboli, sono le suore dell'ospedale e il cane (morto) del poeta.


martedì 28 febbraio 2012

Da "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust

Trovo molto ragionevole la credenza celtica che le anime di quelli che abbiamo perduto siano prigioniere in qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute per noi fino al giorno, che per molti non arriva mai, in cui ci troviamo a passare vicino all'albero, a entrare in possesso dell'oggetto che le tiene prigioniere. Allora sobbalzano, ci chiamano, e appena le abbiamo riconosciute, l'incantesimo si spezza. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.
È così per il nostro passato. È invano che cerchiamo di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono inutili. È nascosto al di fuori del suo campo e della sua portata, in qualche oggetto materiale (nella sensazione che un oggetto materiale ci potrebbe dare) che non sospettiamo. Quell'oggetto, dipende dal caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo affatto.

(Marcel Proust: "Alla ricerca del tempo perduto - Dalla parte di Swann", F.lli Melita Editori, La Spezia 1988, p. 49)

lunedì 27 febbraio 2012

Candori

Nel lago sereno che dorme
vegliato dai lumi del cielo,
(la notte gli affonda nel cuore)
galleggia lontano un chiarore
immobile, tacito, informe,
più lieve, più dolce di un velo.

Ninfee?... che dischiusero i seni
stellanti dal gran cuore d’oro
sgorgato dai placidi laghi?
Cigni? Ali distese su i vaghi
giacigli dell’onda che pieni
ne cullano il bianco tesoro?

O spume? Più vaghe, più vane
di cose, di sogni o parole;
più brevi dell’ora mortale?
Chi sa?.. Qualche cosa che sale
di puro dall’ombra e rimane
mistero di fole, di fole…
 

Bellissima poesia di Luisa Giaconi (1870-1908) che fa parte della raccolta "Tebaide", uscita postuma nel 1909 e poi, con l'aggiunta di nuove poesie, nel 1912. Il tema è dato, come fa intuire il titolo, dal chiarore che si osserva sulle acque di un lago nelle ore notturne. Quale sia l'origine di tale fenomeno non è cosa nota; la poetessa prova a fare delle ipotesi: sono forse delle ninfee, ovvero le piante dai fiori acquatici dai petali bianchi e di dimensioni piuttosto grandi, che si sono dischiusi improvvisamente tutti insieme? O son forse dei cigni che hanno disteso le loro ali? O forse sono spume indefinite e brevi, chissà per quale motivo createsi? Impossibile sapere la verità: rimane soltanto il mistero di quel bianco puro salito dalle tenebre del lago favoloso.


L'amore nella poesia italiana decadente e simbolista

L'amore nella poesia simbolista e decadente italiana serve spesso da spunto per un discorso più ampio, che magari si ricollega al passato, alla sofferenza e alla morte. Altre volte (si legga la poesia del Vallini) il discorso si trasforma in una profonda meditazione sull'esistenza. Nei poeti crepuscolari anche l'amore è un'occasione per evidenziare uno status di compiaciuta tristezza e di dolce malinconia. Leggendo alcuni versi specifici, in "Se non ci sei..." di Giovanni Camerana l'assenza dell'amore causa al poeta una serie di sensazioni negative ben esplicitate da alcune parole del testo come: "sepolcreto", "nero", "noia" e "incubo". Nella prima lirica di "Intermezzo della primavera" Gian Pietro Lucini descrive "Amore" a guisa di una divinità che si acquatta e insidia chi gli capita a tiro. Ne "Il tempio dell'Amore" Arturo Graf immagina un edificio dedicato al dio Amore situato in mezzo ad un bosco selvaggio. Nelle due poesie di Corrado Govoni che fanno parte della raccolta "Le fiale", si crea una sorta di contrapposizione tra l'amore sacro e quello profano ovvero tra la santità ed il peccato, il bene ed il male, l'angelo ed il diavolo. In una poesia di Italo Dalmatico l'amore è simboleggiato dal sole splendente, mentre la morte è il mare sottostante in cui il sole si rispecchia. In una poesia di Diego Angeli si parla di un monumento dedicato all'amore morto costruito dal poeta stesso che, pur avendo amato intensamente non ha ricevuto altrettanto amore. Infine Guido Gozzano in "Convito" vede malinconicamente apparire, dalle braci del suo camino, non più in forma umana, le (tante) donne che lo amarono ma che lui non seppe o non volle amare.
 

Poesie sull'argomento
Diego Angeli: "Hic iacet amor" in "L'Oratorio d'Amore" (1904).
Fausto M. Bongioanni: "Via Santa Chiara" e "Via Cottolengo" in "Venti poesie" (1924).
Antonio Bruno: "Sérénade d'autrefois" in "Fuochi di Bengala" (1917).
Giovanni Camerana: "Se non ci sei..." in "Poesie" (1968).
Enrico Cavacchioli: "L'amore morto" in "L'Incubo Velato" (1906).
Guelfo Civinini: "Lamento d'amore sul mare" in "I sentieri e le nuvole" (1911).
Guido Da Verona: "Amore" in "Il libro del mio sogno errante" (1919).
Italo Dalmatico: "Amore splende come il sole..." in "Juvenilia" (1903).
Luigi Donati: "Il Risorto Amore" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).
Luigi Fallacara: "Il segno lieto" in "Illuminazioni" (1925).
Cosimo Giorgieri Contri: "L'ultima lettera" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Cosimo Giorgieri Contri: "Amor del passato" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Corrado Govoni: "Amore spirituale" e "Amore libidinoso" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni "L'amore è triste" e "O amante mia!" in "Gli aborti" (1907).
Guido Gozzano: "Convito" in "I colloqui" (1911).
Arturo Graf: "Il tempio dell'Amore" in "Le Danaidi" (1905).
Virgilio La Scola: "Primo incontro" in "La placida fonte" (1907).
Marco Lessona: "Sempre" in "Ritmi" (1902).
Gian Pietro Lucini: "Amore insidia dalla rosa e tace" e "La Ballata delle Dame del Fiore" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).
Fausto Maria Martini: "Esaltazione dell'amore" in "Panem nostrum" (1907).
Arturo Onofri: "Nulla è più lucido e bianco de' tuoi piccoli denti" in "Canti delle oasi" (1909).
Nino Oxilia: "Tu e io" in "Gli orti" (1918).
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "Come un rosaio" in "Sillabe ed Ombre" (1925).
Guido Ruberti: "A Marcella" in "Le Evocazioni" (1909).
Carlo Vallini: "L'amore" in "Un giorno" (1907).
Remigio Zena: "Colloquio spirituale" in "Le Pellegrine" (1894).
 

Testi

CONVITO
di Guido Gozzano

I.

M'è dolce cosa nel tramonto, chino
sopra gli alari dalle braci roche,
m'è dolce cosa convitar le poche
donne che mi sorrisero in cammino.
 

II.

Trasumanate già, senza persone,
sorgono tutte... E quelle più lontane,
e le compagne di speranze buone
e le piccole, ancora, e le più vane:
mime crestaie fanti cortigiane
argute come in un decamerone...

Tra le faville e il crepitio dei ceppi
sorgono tutte, pallida falange...
Amore no! Amore no! Non seppi
il vero Amor per cui si ride e piange:
Amore non mi tanse e non mi tange;
invano m'offersi alle catene e ai ceppi.

O non amate che mi amaste, a Lui
invan proffersi il cuor che non s'appaga.
Amor non mi piagò di quella piaga
che mi parve dolcissima in altrui...
A quale gelo condannato fui?
Non varrà succo d'erbe o l'arte maga?

 
III.

- Un maleficio fu dalla tua culla,
né varrà l'arte maga, o sognatore!
Fino alla tomba il tuo gelido cuore
porterai con la tua sete fanciulla,
fanciullo triste che sapesti nulla,
ché ben sa nulla chi non sa l'Amore.

Una ti bacierà con la sua bocca,
sforzando il chiuso cuore che resiste;
e quell'una verrà, fratello triste,
forse l'uscio picchiò con la sua nocca,
forse alle spalle già ti sta, ti tocca;
già ti cinge di sue chiome non viste...

Si dilegua con occhi di sorella
indi ciascuna. E si riprende il cuore.
«Fratello triste, cui mentì l'Amore,
che non ti menta l'altra cosa bella!»

(Da "I colloqui").
 
 

domenica 26 febbraio 2012

Ora io non guardo

Ora io non guardo che un punto bianco
su una lavagna scancellata.


Questa poesia brevissima è stata scritta da Leonardo Sinisgalli (1908-1981) e fa parte del volume "Il passero e il lebbroso" che il poeta lucano pubblicò nel 1970. Col passare degli anni i versi di Sinisgalli, esponente di spicco dell'ermetismo, andarono sempre più verso una sintesi, una scarnificazione che s'avvicina all'epigrammaticità. In questo caso è intuibile uno stato di fissità oculare, forse sintomo di stanchezza, forse di apatia o forse di chiusura. La lavagna scancellata però fa pensare al periodo scolastico e quindi i due versi potrebbero essere riferiti ad un ricordo lontano; ma l'avverbio di tempo con cui inizia la poesia fa riferimento al presente e quindi ad una situazione diversa. Questa difficile interpretazione conferma che Sinisgalli mantenne, in qualche modo, la sua caratteristica ermeticità anche nelle opere più tarde.

giovedì 23 febbraio 2012

Verrà un giorno

Verrà un giorno più puro degli altri:
scoppierà la pace sulla terra
come un sole di cristallo.
Una luce nuova
avvolgerà le cose.
Gli uomini canteranno per le strade
ormai liberi dalla morte menzognera.
Il frumento crescerà sui resti
delle armi distrutte
e nessuno verserà
il sangue del fratello.
Il mondo allora apparterrà alle fonti
e alle spighe che imporranno il loro impero
di abbondanza e freschezza senza frontiere.


L'autore di questa poesia è Jorge Carrera Andrade (Quito 1903 - Parigi 1978), poeta e storico ecuadoregno che nel suo paese ricoprì cariche prestigiose prima di trasferirsi a Parigi, nel 1946, perchè in contrasto col regime instauratosi nel paese sudamericano. In Europa divenne amico di letterati come Tzara ed Eluard. Tornò in Ecuador per un breve periodo (rischiò infatti il carcere per essersi opposto al governo militare) e quindi si stabilì negli Stati Uniti, dove insegnò alla State University di New York. Morì a Parigi all'età di 75 anni.
Nella poesia si parla di una utopia: la pace su tutta la Terra. L'impressione che si ha è quella di un sogno ad occhi aperti; un ottimismo che va al di là di ogni più rosea previsione fa immaginare al poeta che in un imprecisato futuro arriverà il giorno in cui finiranno per sempre gli odi e le guerre tra gli esseri umani. Da questo fantastico giorno anche la luce e la natura muteranno aspetto e si vivrà in una specie di paradiso terrestre in cui non esisteranno le armi, la fame né tanto meno le frontiere. Una delle cose che fanno grande la poesia ed i poeti è la capacità, con la forza del pensiero e con la bellezza delle parole, di immaginare mondi meravigliosi ma irreali, riuscendo a convincere che tali mondi possano divenire un giorno realtà.

martedì 21 febbraio 2012

Da "Gente in Aspromonte" di Corrado Alvaro

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d'erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri. Intorno alla caldaia, ficcano i lunghi cucchiai di legno inciso, e buttano dentro grandi fette di pane. I pastori cavano fuori i coltelluzzi e lavorano il legno, incidono di cuori fioriti le stecche da busto delle loro promesse spose, cavano dal legno d'ulivo la figurina da mettere sulla conocchia, e con lo spiedo arroventato fanno buchi al piffero di canna. Stanno accucciati alle soglie delle tane, davanti al bagliore della terra, e aspettano il giorno della discesa al piano, quando appenderanno la giacca e la fiasca all'albero dolce della pianura.

(Corrado Alvaro: "Gente in Aspromonte", Garzanti, Milano 1996, p. 3)

lunedì 20 febbraio 2012

Antologie: "Poeti della rivolta"


"Poeti della rivolta, da Carducci a Lucini" è il titolo di un'antologia poetica curata da Pier Carlo Masini e pubblicata dalla Rizzoli in Milano nel 1978. La sostanza del libro è ben spiegata dal curatore sul retro dello stesso:

«Questa raccolta di testi poetici - in cui le firme celebri si affiancano a nomi oscuri o misconosciuti - attesta con singolare immediatezza di toni i sogni e le rivolte delle giovani generazioni, tra fine Ottocento e inizi Novecento, fra lo spegnersi delle speranze risorgimentali e le insorgenti delusioni dell'Italia unita. [...] Il volume mostra quanto consistente sia stata, nelle lettere italiane, una tradizione di protesta civile, e al tempo stesso quanto questa tradizione sia stata, in passato, ignorata e deprezzata dalla critica ufficiale, tanto sollecita nel divulgare scritti conformisti o di regime quanto pronta a emarginare le voci di dissenso e di rivolta [...]».

Ora, al di là della veridicità di queste affermazioni, sfogliando l'antologia ci si accorge di quanto, in quel preciso periodo, vi fosse realmente una inquietudine, un fermento sociale cui non erano estranei gli intellettuali e in modo particolare i poeti. Ma non tutti i soggetti presenti nella selezione antologica si possono identificare come poeti: vi figurano infatti nomi di famosi politici come Filippo Turati, il quale in gioventù pubblicò un libro di versi intitolato "Strofe"; ci sono giornalisti come Ugo Ojetti, pittori come Diego Martelli, magistrati come Lodovico Mattioli, avvocati come Luigi Molinari ecc. Insomma, uomini che, pur ricoprendo ruoli importanti nella società, vollero esprimere il loro malcontento nel modo che all'epoca risultava più facile e praticabile: scrivendo dei versi. Tra i "veri" poeti, a parte i due nomi citati nel titolo: Giosue Carducci e Gian Pietro Lucini, compaiono figure di notevole spessore come Giovanni Pascoli, Carlo Dossi, Giovanni Camerana, Lorenzo Stecchetti, Edmondo De Amicis e Arturo Graf; insieme a loro ci sono poi altri poeti minori del secondo Ottocento più o meno noti come Felice Cavallotti, Severino Ferrari, Mario Rapisardi, Giuseppe Aurelio Costanzo, Giovanni Marradi, Pompeo Bettini, Ada Negri e Giovanni Cena. Ma la sorpresa si ha leggendo i versi di autori del tutto sconosciuti come Carlo Monticelli, Carlo Baravalle e Giovanni Antonelli, poeti a mio avviso di un certo valore riscoperti da questa antologia certamente opportuna e molto interessante. Infine è impossibile non nominare il nome dell'anarchico Pietro Gori, anche lui presente nell'antologia con quattro canti tra cui la bellissima "Addio Lugano". Di seguito riporto l'elenco dei poeti inclusi nell'antologia.
 

Giosue Carducci, Eliodoro Lombardi, Giulio Uberti, Felice Cavallotti, Giulio Pinchetti, Giovanni Camerana, Carlo Dossi, Domenico Milelli, Giacinto Stiavelli, Stanislao Alberici-Giannini, Lorenzo Stecchetti, Ferdinando Fontana, Gerolamo Ragusa Moleti, Giovanni Pascoli, Severino Ferrari, Corrado Corradino, Vittorio Salmini, Enrico Onufrio, Carlo Monticelli, Oreste Fortuna, Giovanni Saragat, Antonio Ghislanzoni, Carlo Baravalle, Mario Rapisardi, Giuseppe Aurelio Costanzo, Carlo Borghi, Filippo Turati, Cesario Testa, Giovanni Marradi, Ulisse Barbieri, Domenico Oliva, Pompeo Bettini, Giovanni Antonelli, Tommaso Cannizzaro, Giovanni Lanzalone, Lodovico Mattioli, Ettore Sanfelice, Angiolo Cabrini, Giorgio Sinigaglia, Ada Negri, Pietro Gori, Sebastiano Satta, Diego Martelli, Anton Giulio Barrili, Arturo Colautti, Ugo Ojetti, Luigi Molinari, Giovanni Cena, Arturo Graf, Edmondo De Amicis, Gian Pietro Lucini.

domenica 19 febbraio 2012

Poeti dimenticati: Mercurino Sappa

Francesco Giovanni Giacinto Igino Mercurino Sappa nacque a Torino nel 1853 e morì a Mondovì nel 1926. Frequentò l'Università di Torino e fu allievo di Arturo Graf; ottenuta la laurea, insegnò a Reggio Emilia ed a Cuneo per poi stabilirsi definitivamente a Mondovì. I suoi versi parlano spesso dei luoghi che ebbe più cari, a cominciare da Mondovì che, come disse Ettore Janni, «amò come patria seconda». Non sono assenti però accenti più sarcastici e alcune volte satirici, in modo particolare nella sezione intitolata "Jaculi", ovvero frecce, che fanno parte delle "Ballatette", l'opera più importante del Sappa che alla sua uscita (nel 1904) ricevette, tra gli altri, gli elogi del suo maestro: Arturo Graf.
 

Opere poetiche
"Affetti lirici", Roux e Favale, Torino 1879.
"Poesie di Mercurino Sappa", S. Calderini e figlio, Reggio Emilia 1884.
"Rime", G. Issoglio, Mondovì 1890.
"Le pie rime", Casanova, Torino 1896.
"Le Monregalesi", Tip. fratelli Lobetti-Bodoni, Saluzzo 1899.
"Ballatette", Streglio, Torino-Venaria-Reale 1904.
"Il manipolo", Streglio, Torino-Genova 1908.
"Poesie (edite ed inedite)", Soc. Tip. Ed. Lobetti-Bodoni, Torino 1926.
 

Presenze in antologie
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 374-381).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (volume quarto, pp. 188-193).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 621-627).
 


Piatto anteriore de "Il manipolo"

Testi

PRIMIZIE

Un primo olir di mammola pudica,
Ch'empie la neve di gentil sorpresa;
Una prima mèlode in ciel sospesa
Di pur mo' giunta lodoletta amica;

Del Belvedere su la torre antica
Un primo storno, che chiami a distesa;
Una rondine prima a noi discesa,
Che l'agil volo nel cortile intrica;

Un primo pesco di fiori vestito;
Un primo grillo, che nell'erba canti
D'una tiepida auretta al primo invito;

Questi i fatti, i piacer, questi gl'incanti
Sono, che 'l cielo a Mondovì ha largito
Pe' mesti cuor de la natura amanti.

(Da "Il manipolo")

sabato 18 febbraio 2012

L'albero nella poesia italiana simbolista e decadente

Quella dell'albero è una immagine diffusissima in molte tradizioni religiose e non; a seconda del tipo di albero muta la sua simbologia: per fare alcuni esempi potremmo dire che i salici rappresentano il dolore ed il lutto, i pini e gli abeti l'immortalità, i pioppi la vecchiaia, gli ontani la spiritualità, le acacie e gli olivi la rinascita, i lauri la gloria, le palme il martirio. I cipressi, invece, meritano un discorso più approfondito. Si coglie poi, in molti casi, il riferimento ad una precisa simbologia che ha a che vedere con la superiorità e l'isolamento (l'albero in questi casi spesso si trova in paesaggi aridi dove s'impone e svetta quasi con superbia). Analizzando in breve alcuni testi poetici notiamo che ne "L'abete solitario" di Arturo Graf il sempreverde sembra assumere il ruolo di grande saggio o spettatore muto e superbo delle lontane vicende terrene; ne "I gattici" di Giovanni Pascoli, gli alberi brulli e dalle foglie color argento rappresentano la perdita di speranza e il disfacimento; in "Ai lauri" di Gabriele D'Annunzio, gli arbusti simboleggiano un passato felice e irripetibile; nelle poesie di Mario Morasso e di Luigi Fallacara diviene arduo individuare un significato preciso, ma si avvertono dei vaghi riferimenti a mondi, sogni e colori. Nella poesia "La morte dell'albero" di Sergio Corazzini, la triste sorte del colosso immenso e forte simboleggia l'imprevedibilità del destino; in "L'albero ucciso" di Giovanni Alfredo Cesareo gli alberi divengono esseri pensanti capaci di comprendere il significato della morte. In una poesia di Nino Oxilia c'è una pianura in cui svetta una quercia libera e sicura che silenziosamente | consuma nella fiamma il gran segreto. Ne "Il laureto" di Enrico Cardile si assiste ad una sorta di rito iniziatico che si svolge in una viva e densa | selva.
 
 
Poesie sull'argomento
Diego Angeli: "Il vischio" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Umberto Bottone: "Gli Ulivi" e "I Salici" in "Lumi d'argento" (1906).
Giovanni Camerana: "Autunnale" in "Poesie" (1968).
Enrico Cardile: "Il laureto" in "Sintesi" (1923).
Giovanni Alfredo Cesareo: "L'albero ucciso" in "Le consolatrici" (1905).
Carlo Chiaves: "Il pino" in "Sogno e ironia" (1910).
Sergio Corazzini: "La morte dell'albero" in «Marforio», febbraio 1903.
Italo Dalmatico: "I vecchi" in "Juvenilia" (1903).
Gabriele D'Annunzio: "Ai lauri" in "Poema paradisiaco" (1893).
Luigi Fallacara: "L'albero" in "Illuminazioni" (1925).
Cosimo Giorgieri Contri: "L'alloro" e "Alberi antichi" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il ginepro" in «Nuova Antologia», aprile 1906.
Corrado Govoni "L'acacia" e "Il pioppo" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "I pioppi d'argento" in "Poesie elettriche" (1911).
Arturo Graf: "L'abete solitario" in "Medusa" (1890).
Arturo Graf: "Vecchi ontani" in "Dopo il tramonto" (1893).
Giuseppe Lipparini: "L'albero dei sogni" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Tito Marrone: "Il pesco" in "Cesellature" (1899).
Pietro Mastri: "L'albero e l'aquilone" in "L'arcobaleno" (1900)
Pietro Mastri: "Olivo e cipresso", "La fronda oscillante" e "L'albero insonne" in "Lo specchio e la falce" (1907).
Mario Morasso: "Le sacre palme nelle notti di passione" e "I giunchi" in "I Prodigi" (1894).
Angiolo Orvieto: "Abeti" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Nino Oxilia: "In fondo alla giallognola pianura" in "Canti brevi" (1909).
Enrico Panzacchi: "Notte insonne" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "I gattici" e "Il pesco" in "Myricae" (1900).
Romolo Quaglino: "La orgogliosa umiltà - Preludio" in "Dialoghi d'Esteta" (1899).
Antonio Rubino: "L'albero umano" in «Poesia», ottobre 1908.
 
 
Testi
L'ALBERO
di Luigi Fallacara

Lignum habet spem.
Job. XIV - 7

Una parola vivida di grazia
al corpo assorto in suo stupore d'atto,
come per gloria d'albero che spazia
su vasta foga di rosso disfatto;

se una constatazione non ci sazia,
noi, smarriti nel vivere compatto,
e tu, esaltata, contorta a disgrazia
di colpa, carne che ancor chiede patto.

Ma così, sempre invano. Pentimento
solo, sconforto di virtù negata;
questo, alla tua grandezza che si sfoglia.

Incongruenza, in cogliere suo intento,
fatta legge; potenza disperata
d'albero umano che non rifà foglia.

(Da "Illuminazioni")

giovedì 16 febbraio 2012

Poeti dimenticati: Gustavo Botta

Piatto anteriore di "Alcuni scritti"
Gustavo Botta nacque a Milano nel 1880 e morì a Ternate nel 1948. Autore di saggi, poesie e prose, Botta fu un personaggio eccentrico e particolarissimo. Appassionato di pittura, fu critico d'arte; le sue prose e i suoi versi comparvero sulle riviste d'inizio Novecento, ma non pubblicò mai libri in vita. Nelle poesie edite in volume dopo la sua morte, è facile intuire che il Botta fosse un devoto seguace del simbolismo. Fu molto stimato da Gian Pietro Lucini, che nell'imponente saggio "Il Verso Libero" (1908) ne parla così: «Autocritico, severo, corretto, estimatore di gusto, va regalando rarissime prose e più scarse poesie ai giornali, ma si rifiuta dall'opera grande. Tuttora incalza il suo pensiero, ripolisce la sua forma, eccessivamente incontentabile; ma quanto dignitoso è il suo silenzio e più nobile la sua avarizia! Sa dove risieda probità nell'arte, rispetto a sè medesimo; e condanna i tentativi ingiustificati come altrettanti attentati al proprio buon nome, obbligo che noi tutti dobbiamo verso le lettere patrie ed al buon senso italiano».
 


Opere poetiche
Alcuni scritti (1952).
 

Presenze in antologie
"L'antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo", a cura di Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, Martello, Milano 1963 (pp. 279-283).
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. I, pp. 25-28; vol. II, pp. 34-36; vol. III, pp. 29-30).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (Tomo primo, pp. 111-114).
 


Testi

NEL SOGNO

Nel sogno che sognai

c'erano donne tristi e liete
c'erano fate mansuete
c'erano gli amati volumi
e c'erano densi profumi
che disfacèvansi nell'aria.
C'era una riva solitaria
già tutta stellata di lumi
nella languida sera
violetta, ma c'era
la sventura nera
ambigua e varia,
che non mi lascia mai,
la sventura la sventura ereditaria

nel sogno ch'io sognai.

(Da "Alcuni scritti")


martedì 14 febbraio 2012

Una frase di Bertrand Russell

"I vantaggi della guerra, se ce n'è qualcuno, sono solo per i potenti della nazione vincente. Gli svantaggi ricadono sulla povera gente".


Questa frase del filosofo britannico Bertrand Russell (1872-1970) pone in evidenza una reltà tristissima e incontestabile; tutti penso siano a conoscenza dei motivi per cui, sia in tempi recenti che in tempi lontani sono scoppiate le guerre, e risulta chiaro il fatto che, a parte le grandi rivoluzioni, mai è stato il popolo a decidere in tal senso ma soltanto una persona o al massimo un piccolo gruppo di persone le quali da queste guerre cercavano dei vantaggi economici e di altra natura. Né è mai accaduto che chi ha deciso di iniziare una guerra sia sceso sul campo di battaglia ed abbia rischiato la propria vita; per il fronte sono sempre partite le classi sociali più basse delle nazioni: contadini, operai, pescatori, disoccupati e molti di questi hanno perso la vita in giovane età.

Una frase di Voltaire

"Detesto quello che tu dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo".


Questa famosa frase di Voltaire, pseudonimo del famoso filosofo e scrittore francese François-Marie Arouet (1694-1778), rirengo che vada posta alla base di qualsiasi società democratica che metta al primo posto la libertà di opinione e di espressione. Purtroppo nelle dittature del passato e in quelle del presente, è proprio la libera opinione ad essere proibita; si potrebbero fare centinaia di esempi, ma basti, nel caso della nostra nazione, il periodo del fascismo, quando fu praticamente vetata qualsiasi espressione personale che criticasse il potere politico vigente. Da qui la chiusura di molti quotidiani e giornali che si opponevano al regime e, in alcuni casi, le azioni repressive violente nei confronti degli editori e dei giornalisti che continuavano a voler esprimere liberamente le loro opinioni. Due esempi per tutti: Pietro Gobetti e Antonio Gramsci, entrambi eliminati dal regime soltanto per le loro idee dissimili da quelle fasciste. Fortunatamente oggi sono assai di meno i paesi oppressi da questa totale mancanza di libertà, e si può sperare che in un futuro prossimo ve ne siano ancora meno.

lunedì 13 febbraio 2012

Momenti

1

Piccola stazione di un paese
qualunque, con due binari e un terzo
staccato, abbandonato.
Si cammina lentamente sui sassolini
del terreno e si ascolta il dolce
rumore dei passi.
Ci si siede su una vecchia panchina
verniciata da poco con un verde
intenso e si guarda il paesaggio.
Davanti c'è un'altra panchina
con un altro signore seduto,
in attesa del treno che arriverà.
Più lontano lontano c' è un campo
giallo con degli uccelli che vi sostano
e poi volano via.
Si sente il rumore delle cicale e
null'altro.
È un quieto pomeriggio di settembre,
l'aria è ferma,
Il treno fra dieci minuti
passerà...
 


2

Paseggiare sulla spiaggia
deserta
in una grigia giornata
di fine ottobre.
Osservare i gabbiani che cercano il cibo,
guardare le onde del mare
che lentamente s'infrangono
a riva;
cercare l'orizzonte lontano...
meravigliarsi delle impronte
lasciate dai passi sulla sabbia,
rattristarsi alla visione
di detriti sparsi lasciati dal mare.
Respirare l'odore di salsedine,
immergersi nell'aspetto più languido
e affascinante dell'autunno.
Andare...


 
3

Ricordo di un giorno d'estate.
Svegliarsi poco prima dell'alba e osservare attraverso le persiane la nascita di un nuovo giorno.
Alzarsi felici pensando alle ore future come si pensa ad un paradiso in Terra.
Uscire sull'amato cortile e passare tutto il tempo a giocare.
Sapersi divertire con poco, con nulla: magia e incanto dell'età infantile.
Sentirsi chiamare e rientrare in casa delusi, consumare il pasto velocemente, desiderosi di tornare a giocare.
Trascorrere il pomeriggio assolato su strade deserte e invitanti, inventando fantasiose avventure.
Rincasare, arrivata la sera, con una tristezza indefinibile, pensare al giorno seguente.
Una giornata d'oro è terminata ma un'altra uguale ci attende.
Così è stato in un tempo e in un luogo al di fuori della realtà eppure reale.
 


4

Pensieroso, insoddisfatto
vagavo nelle viùcole
della città eterna
in cerca di vecchi volumi,
di parole scolpite
e misteriose.
Il mite pomeriggio invernale
pian piano moriva
lasciando alla sera
gelida e triste
l'ingrato compito
di uccidere il giorno.
 


5

Autunno glorioso
che ci regali, oh Roma,
atichissima, meravigliosa città
che offri agli occhi estasiati
dei tuoi ammiratori
una moltitudine di strade
alberate, le tue mura
battute dal sole pomeridiano,
le tue mille chiese nascoste,
le tue invitanti fontane;
e il tuo immenso cielo
che fa da sfondo
ad uno spettacolo ineguagliabile:
Quid melius Romae?
 


6

Ricordi quel giorno
che noi ci vedemmo
in quella piazzetta
svuotata dal caldo
tremendo d'agosto;
ricordi i piccioni
volare d'intorno
e gli alberi alti,
le foglie cadute
già in terra;
ricordi le risa
e il sole sui tetti
che illuminava
le anime nostre;
ricordi le fonti
cercate tra i vicoli,
quell'acqua purissima
nelle nostre mani.
Dove sei andata,
in quale punto,
luogo della Terra
ora vivi e pensi?
Ricordi ancora
i nostri giorni
distanti, sognanti
vissuti per caso
sommersi oramai
dal tempo spietato?
Io ancora ti vedo
ti cerco nel fondo
del cuore ormai stanco
e penso quel tempo
di fuori dal tempo.
Ci ritroveremo...
...
Tu scenderai le scale
di Trinità dei Monti;
io ti verrò incontro
e ci sembrerà
di non esserci
mai separati...
 


7

E ritorna novembre
coi suoi santi ed i suoi morti,
con la sua mite estate
di San Martino,
con le sue foglie secche
sparse sul terreno,
con le sue pioggie
sempre più fitte,
con le sue notti
fredde e lunghe,
con la sua aria di tristezza,
col suo messaggio che ammonisce:
«Un altro anno
sta per finire,
preparati
a morire».
 


8

È una gelida sera decembrina
ed io ritorno alla mia casa
in questo treno colmo di gente
e vuoto di felicità.
È finita un'altra giornata,
se ne è volata via
senza colpo ferire,
tra un nulla ed un altro
nulla, tra un viaggio di andata
e ritorno, tra un'alba
e un tramonto.
E la vita piano piano
ci lascia, se ne va
lentissimamente;
e si va avanti
solo perché si deve,
solo per necessità.
Una giornata è finita
e un'altra comincerà.

domenica 12 febbraio 2012

Da "Le confessioni" di Jean-Jacques Rousseau

Nulla di quanto mi è accaduto in quel periodo tanto caro, nulla di ciò che ho fatto, detto e pensato per tutto il tempo che è durato, si è cancellato nella mia mente. I tempi che precedono e che seguono mi ritornano a intervalli; li ricordo in modo ineguale e confuso: ma quello lo rammento per intiero come se ancora durasse. La mia immaginazione, che in gioventù correva sempre avanti ed ora va a ritroso, compensa con quei dolci ricordi la speranza perduta per sempre. Più nulla nell'avvenire vedo che mi tenti; solo i ritorni del passato possono lusingarmi, e questi ritorni così vivi e veri nel tempo di cui parlo mi fanno sovente vivere felice a dispetto delle mie sventure.

sabato 11 febbraio 2012

Antologie: "Dai nostri poeti viventi"


"Dai nostri poeti viventi" è il titolo di un'antologia curata da Eugenia Levi e uscita per la prima volta nel 1891 per gli editori Loescher e Seeber in Firenze. Una seconda edizione fu edita nel 1896 da Le Monnier, sempre in Firenze, e infine una terza, definitiva edizione venne pubblicata per l'editore Lumachi di Firenze nel 1903. È di quest'ultima versione (notevolmente aumentata rispetto alle altre) dell'opera della Levi che vorrei parlare in breve. È una selezione ampia e decisamente interessante dei migliori poeti italiani ancora in vita nel 1903: vi compaiono, tra gli altri, poeti molto famosi all'epoca e che ancora oggi sono molto considerati: parlo delle cosiddette "tre corone", ovvero Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio; vi sono poi poeti importanti del secondo Ottocento come Vittoria Aganoor, Arrigo Boito, Domenico Gnoli, Arturo Graf, Enrico Panzacchi, Mario Rapisardi e Lorenzo Stecchetti; poeti giovani che in quel periodo erano ritenuti molto promettenti come Giovanni Cena, Giuseppe Lipparini, Pietro Mastri, Ada Negri e Francesco Pastonchi e altri, più o meno conosciuti, tra i quali sorprende trovare anche i nomi di Luigi Pirandello e di Luisa Giaconi (quest'ultima non aveva ancora pubblicato alcun volume di versi). In tutto vi figurano 107 poeti viventi più altri 4 (Alessandro Arnaboldi, Felice Cavallotti, Contessa Lara e Enrico Nencioni) che, pur essendo scomparsi tra l'uscita della 2° e della 3° edizione dell'antologia, la curatrice ha voluto egualmente inserire. Ecco infine la lista di tutti i poeti inclusi nell'ultima edizione, dove stranamente sono presenti, come se fossero due poeti ben distinti, i nomi di Domenico Gnoli e di Giulio Orsini; in realtà il secondo è soltanto uno pseudonimo usato dallo Gnoli nella raccolta "Fra terra e astri" del 1903. Con molta probabilità, all'uscita della 3° edizione, la Levi ancora non era a conoscenza del fatto, come d'altra parte successe a molti critici, che giudicarono l'Orsini come un giovane poeta innovativo.
 
 
DAI NOSTRI POETI VIVENTI

Vittoria Aganoor, Sylvia Albertoni, Giuseppe Albini, Diego Angeli, Italo Mario Angeloni, Luisa Anzoletti, Avancinio Avancini, Alfredo Baccelli, Peleo Bacci, Ida Baccini, Raffaello Barbiera, Vittorio Benini, E. Augusto Berta, Vittorio Betteloni, Giuseppe Biadego, Ersilio Bicci, Arrigo Boito, Arnaldo Bonaventura, Edoardo G. Boner, Alinda Brunamonti-Bonacci, E. A. Butti, Tommaso Cannizzaro, Luigi Capuana, Giosuè Carducci, Antonietta Ceccherini, Giovanni Cena, Giovanni Alfredo Cesareo, Giuseppe Chiarini, Giovanni Chiggiato, Luigi Conforti, Corrado Corradino, G. Aurelio Costanzo, Gabriele D'Annunzio, Giuseppe Deabate, Edmondo De Amicis, Adolfo De Bosis, Angelina De Leva, Antonio Della Porta, Dario Emer, Severino Ferrari, Augusto Ferrero, Ugo Fleres, Antonio Fogazzaro, Ferdinando Fontana, Giuseppe Fraccaroli, Augusto Franchetti, Renato Fucini, Giuseppe Gargàno, Diego Garoglio, Luisa Giaconi, Giuseppe Giacosa, Elda Gianelli, Marianna Giarrè-Billi, Cosimo Giorgieri-Contri, Domenico Gnoli, Arturo Graf, Luigi Grilli, Cèlide Lancerotto, Giovanni Lesca, Giuseppe Lipparini, Giuseppe Manni, Giuseppe Mantica, Giovanni Marradi, Ferdinando Martini, Giuseppe Martinozzi, Pietro Mastri (Pirro Masetti), Guido Mazzoni, Guido Menasci, Domenico Milelli, Luigi Morandi, Mario Morelli, Vincenzo Morello (Rastignac), Ada Negri, Costantino Nigra, Domenico Oliva, Giulio Orsini, Luigi Orsini, Angiolo Orvieto, Enrico Panzacchi, Pasquale Papa, Giovanni Pascoli, Francesco Pastonchi, Armando Perotti, Giuseppe Picciòla, Giuseppe Pieroni-Levantini, Luigi Pinelli, Luigi Pirandello, Riccardo Pitteri, Mario Rapisardi, Corrado Ricci, Alberto Ròndani, Cesare Rossi, Giulio Salvadori, Antonio Scano, Alice Schanzer, Mario da Siena (Mario Martinozzi), Felice Soffrè, Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini), Ulisse Tanganelli, Giovanni Targioni-Tozzetti, Alfredo Testoni, Enrico Thovez, Angelo Tomaselli, Rosamunda Tomei-Finamore, Domenico Tumiati, Annie Vivanti, Antonio Zardo.
 

APPENDICE

Alessandro Arnaboldi, Felice Cavallotti, Contessa Lara (Evelina Cattermole), Enrico Nencioni.

Da "I quaderni di Malte Laurids Brigge" di Rainer Maria Rilke

Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d'infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò.

venerdì 10 febbraio 2012

Poeti dimenticati: Giovanni Croce


Piatto anteriore di "L'anima di Torino"

Giovanni Croce nacque a Torino nel 1889 e vi morì nel 1911. Nella sua breve vita fece in tempo a pubblicare due raccolte di versi in cui si ritrovano quelle caratteristiche tipiche di certa poesia primonovecentesca di autori piemontesi quali Gozzano e Chiaves, dove l'ironia e un senso vago di malinconia predominano sul resto. Pregevole è soprattutto il secondo libro di versi del Croce: "L'anima di Torino", uscito pochi mesi prima della sua precoce scomparsa. Postume furono edite, a cura di Sandro Camasio e Nino Oxilia, le novelle dello scrittore torinese: "Il più dolce peccato" (1912).
 


Opere poetiche

"Sul limite della luce", Tip. Sella e Guala, Torino 1908.
"L'anima di Torino", Quintieri, Milano 1911.
 


Presenze in antologie


"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (vol. I, p. 71).
"Torino Art Nouveau e Crepuscolare", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Crocetti, Milano 2006 (pp. 130-134).
"Poeti per Torino", a cura di Roberto Rossi Precerutti, Viennepierre, Milano 2008 (104-107).
 


Testi


A MESSA

- Oremus - dice il prete da l'altare.
Ma le donne ciangottano discrete.
- Guarda la tale! - C'è anche un militare! -
- Ho giocato tre numeri, sapete? -

- Sanctus, Sanctus, Sanctus - continua il prete.
Ma le donne continuano a ciarlare.
- La novena di Maggio... - Ci credete?... -
- La ragazza fa presto a innamorare... -

Piccole risa corrono fra i banchi;
s'agitan veli, cuffie, falbalà
alcuni rossi, molti neri e bianchi.

Ed ecco: - Ite, missa est! - Un gran brusìo
di gente che segnandosi sen va
certa d'aver santificato Iddio.

(Da "L'anima di Torino")

Da "Memorie di un pazzo" di Gustave Flaubert

Oh! fui davvero un sognatore da fanciullo, un povero folle senza idee chiare, senza opinioni solide! Guardavo l'acqua scorrere tra le macchie arboree che chinano la loro chioma di foglie e lasciano cadere fiori, contemplavo dal mio lettino la luna sul suo fondo azzurro che illuminava la mia camera e profilava strane forme sulle pareti; provavo vere e proprie estasi dinanzi a un bel sole o a un mattino di primavera, con la sua nebbia candida, i suoi alberi fioriti, le sue margherite sbocciate.

(Gustave Flaubert, "Memorie di un pazzo", Newton Compton, Roma 1996, p. 28)

giovedì 9 febbraio 2012

Illusa gioventù

O gioventù, innocenza, illusioni,
tempo senza peccato, secol d'oro!
Poi che trascorsi siete
si costuma rimpiangervi
quale un perduto bene.
Io so che foste un male.
So che non foco, ma ghiaccio eravate,
o mie candide fedi giovanili,
sotto il cui manto vissi
come un tronco sepolto nella neve:
tronco verde, muscoso,
ricco di linfa e sterile.
Ora che, esausto e roso,
sciolto da voi percorsi in un baleno
le mie fiorenti stagioni
e sparso a terra vedo
il poco frutto che han dato,
ora che la mia sorte ho conosciuta,
qual essa sia non chiedo.
Così rapida fugge la vita
che ogni sorte è buona
per tanto breve giornata.
Solo di voi mi dolgo, primi inganni.

(Da "Opere" di Vincenzo Cardarelli)
 

La gioventù è considerata come uno dei periodi più belli della vita umana, così ricca di intense e sincere passioni, di facili illusioni, d'entusiasmi e di vigore. Ma soprattutto la gioventù risulta sovente colma di speranze per il futuro; visto che la vita è ancora quasi tutta davanti, capita spesso in giovane età di pensare che lungo il cammino dell'esistenza ci saranno sorprese meravigliose e impensabili. Vista da lontano, come spiega in questa poesia Cardarelli, ci si mostra nella sua reale fattezza, e può succedere che non ci riconosciamo più in quella persona che eravamo da giovani, o che non ci piacciano più le cose in cui credevamo, quello che facevamo e pensavamo. Constatiamo poi che il tempo è fuggito velocemente e le promesse della giovinezza non sono state mantenute. Rimane però, al di là di tutto, il rimpianto di quell'irripetibile periodo della nostra esistenza.