sabato 31 marzo 2012

La Domenica delle Palme in versi

La Domenica delle Palme precede di una settimana la santa Pasqua. In tale giorno i cattolici ricordano l'ingresso di Gesù a Gerusalemme in occasione della sua ultima pasqua; occasione in cui il figlio di Dio fu accolto trionfalmente dalla popolazione, che, mentre lo vedeva passare per le strade in sella ad un asinello, agitava dei rami di palma e di ulivo gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno del padre nostro Davide, che viene! Osanna nel più alto dei cieli!» (dal Vangelo secondo Giovanni: 11, 9-10). È ormai conosciuta un po' da tutti l'usanza, o meglio il rito, della benedizione, da parte dei sacerdoti, dei rami di palma e di ulivo, che avviene proprio durante la Domenica delle Palme; dopo la benedizione e la messa i fedeli possono ricevere e portare nelle loro abitazioni i rami suddetti che fungono come simbolo di pace e sono spesso appesi alle pareti delle stanze da letto.
Alcuni poeti italiani, tra la fine dell'Ottocento e la fase iniziale del Novecento, hanno scritto delle poesie dedicate a tale ricorrenza. Ho scelto tre poesie che ben rappresentano l'evento religioso, una volta decisamente più sentito dalla popolazione, che era molto legata alle tradizioni ed alle liturgie cristiane. La prima, di Giovanni Pascoli, è un madrigale che fa parte della raccolta "Myricae" e nasce da un proverbio popolare: «La domenica dell'ulivo ogni uccello fa il suo nido»; da qui la descrizione che ne scaturisce, di uccelli che, proprio durante la Domenica delle Palme, si industriano nel costruire i loro nidi fatti di foglie secche, radiche e fuscelli.
La seconda poesia è di Marino Moretti, appartiene al volume "Poesie scritte col lapis" e trae spunto dal tradizionale ramoscello d'ulivo, portato in casa dalla madre del poeta, per sviluppare la sua visione grigia (come il colore delle foglie d'ulivo) e malinconica dell'esistenza, pienamente conforme al crepuscolarismo, di cui il Moretti fu un importante esponente.
L'ultima poesia è di Pietro Mastri ed è inclusa nella raccolta "La via delle stelle". In questi versi il poeta, già anziano, sembra instaurare un colloquio esortativo con sè stesso, incoraggiandosi ad andare in chiesa nel giorno in cui si distribuiscono i rami benedetti, e di portarne a casa alcuni per i suoi famigliari più stretti (la moglie e il figlio), continuando così la consuetudine cristiana imparata dai suoi genitori.
 


LA DOMENICA DELL'ULIVO
di Giovanni Pascoli

Hanno compiuto in questo dì gli uccelli
il nido (oggi è la festa dell'ulivo)
di foglie secche, radiche, fuscelli;

quel sul cipresso, questo su l'alloro,
al bosco, lungo il chioccolo d'un rivo,
nell'ombra mossa d'un tremolìo d'oro.

E covano sul musco e sul lichene
fissando muti il cielo cristallino,
con improvvisi palpiti, se viene
un ronzio d'ape, un vol di maggiolino.

 



LA DOMENICA DELLE PALME
di Marino Moretti

Chinar la testa che vale?
E che val nova fermezza?
Io sento in me la stanchezza
del giorno domenicale,

mentre la madre mia buona
entra con passo furtivo
nella mia stanza e mi dona
un ramoscello d'ulivo...

E se'n va. Tutto quello
ch'ella vuol dirmi lo dice
a questo suo ramoscello
che adornerà una cornice:

adornerà la cornice
dorata a capo del letto
l'ulivo ch'è benedetto,
l'ulivo che benedice;

porterà pace e abbondanza
nelle casette più sole,
rallegrerà un po' la stanza
dell'infermo, senza sole,

ricorderà poi con tanta
fede l'ingresso solenne
di Cristo a Gerusalemme
nella domenica santa!...

Ulivo, e a me che dirai?
Le stesse cose anche tu?
se una parola: giammai,
se due parole: mai più?

Nulla tu doni al mio cuore
che lo consoli un istante,
ed il mio sguardo tremante
non vede in te che un colore:

il color triste di tutto
il mondo che non à sole
e piange tacito e vuole
vestirsi di mezzo lutto;

il colore della noia
e dei fior di bugia,
il colore della mia
giovinezza senza gioia;

il colore del passato
che ritorna ben vestito,
il color dell'infinito
e di ciò che non è stato;

il color triste dell'ore
così lente a venir giù
dai lor numeri, il colore
che non è colore più!
 
 
 
L'OLIVO BENEDETTO
di Pietro Mastri

Lo sai, che su tutti gli altari,
oggi benedicon l'olivo?...
Domenica dell'olivo:
domenica di pace!
Andiamo, vecchio: entriamo.
La chiesa è pe' tuoi pari;
che lì, se non altro, si tace...
Chiedine un piccolo ramo,
di quell'olivo di pace:
portalo a casa con te.
È ancora umido e vivo
come una fronda novella;
pieghevole come un giunco;
fresco così che le foglie
odorano a troncarle;
odorano più che alle nari,
d'amarognolo, al palato,
come l'olio appena torchiato.
Chi sa da quale adunco
pennato fu còlto stamani!
Chi sa da quali mani,
leggère alle cose leggère
e alle pesanti dure,
fu posto in quel paniere
medesimo, dove si bruca
la nera bacca!... Era di primo giorno
forse; e perciò, vedi?, conserva ancora
su di sé quel pallore
d'alba - allorché la luna mattutina
vanisce nel cielo di perla
come una festuca
incenerita, e ogni stella
si spegne in un pianto di brina...

Portalo teco, sul cuore;
portalo con sereno ciglio.
Danne una ciocca a tua moglie
e una ciocca a tuo figlio.

Fa come un tempo la madre
tua, benedetta!, faceva con te.

domenica 25 marzo 2012

Incipit di "Sostiene Pereira" (in ricordo di Antonio Tabucchi)

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira non è possibile dirlo.

(Da "Sostiene Pereira" di Antonio Tabucchi, Feltrinelli, Milano 1995, p. 7)

Notturno

Un suono indistinto ha echeggiato,
e m'ha d'improvviso destato:

rintocco di qualche campana
lontana lontana lontana,
pispiglio di topo fugace,
stridìo di tignuola vorace,
o pianto di bimbo malato
in van dalla madre cullato?
Guaìto di cane errabondo,
canto a stesa di vagabondo,
furtivo richiamo d'amante,
o rantolo d'agonizzante?

Un suono indistinto ha echeggiato,
e m'ha d'improvviso destato.



"Notturno" è una poesia di Mario Venditti (1889-1964), scrittore partenopeo oggi praticamente ignorato che ebbe discreta fama verso la fine della seconda decade del XX secolo, quando fu collaboratore di riviste letterarie valide come "La Diana" e pubblicò alcune raccolte poetiche come "Il terzetto" (1911), da cui è tratta questa poesia, e "Il cuore al trapezio" (1921). "Notturno" risente molto della poetica di Giovanni Pascoli; lo si nota facilmente se si legge, del poeta emiliano, la sezione "Misteri" di "Myricae". Venditti vuole qui accentuare il carattere enigmatico del "suono indistinto" che lo ha destato dal sonno per giungere ad una considerazione: la vita è piena di episodi misteriosi che percepiamo, ma che mai saremo in grado di spiegare.

sabato 24 marzo 2012

Da "Canne al vento" di Grazia Deledda

Tutto era mutato; il mondo si allargava come la valle dopo l’uragano quando la nebbia sale su e scompare: il Castello sul cielo azzurro, le rovine su cui l’erba tremava piena di perle, la pianura laggiù con le macchie rugginose dei giuncheti, tutto aveva una dolcezza di ricordi infantili, di cose perdute da lungo tempo, da lungo tempo piante e desiderate e poi dimenticate e poi finalmente ritrovate quando non si ricordano e non si rimpiangono più.
Tutto è dolce, buono, caro: ecco i rovi della Basilica, circondati dai fili dei ragni verdi e violetti di rugiada, ecco la muraglia grigia, il portone corroso, l’antico cimitero coi fiori bianchi delle ossa in mezzo all’avena e alle ortiche, ecco il viottolo e la siepe con le farfalline lilla e le coccinelle rosse che sembrano fiorellini e bacche: tutto è fresco, innocente e bello come quando siamo bambini e siamo scappati di casa a correre per il mondo meraviglioso.

(Da "Canne al vento" di Grazia Deledda, Newton Compton, Roma 1993, p. 130)

venerdì 23 marzo 2012

Poeti dimenticati: Giacinto Ricci Signorini

Gualtiero Giacinto Silvio Ricci Signorini nacque a Massalombarda nel 1861 e morì a Cesena nel 1893. Figlio di un medico, studiò Lettere all'università di Bologna, dove divenne allievo del Carducci. Dopo la laurea professò l'insegnamento a Campobasso, a Catanzaro e quindi a Cesena, dove visse fino al giorno del suicidio, che pose fine ad una vita inquieta e insoddisfatta, di un uomo che cercò invano la gloria. La sua opera poetica, in parte pubblicata mentre era in vita, in parte recuperata in un volume postumo da Luigi Donati, ha spesso toni drammatici, che dimostrano la profonda infelicità del poeta romagnolo; non frequente, ma apprezzabile, è la parte dei versi dedicati alla sua amata Romagna, evocata nella sua vita agreste.
 
 
 
Opere poetiche
"Rime", Vignuzzi, Cesena 1888.
"Il libro delle rime", Vignuzzi, Cesena 1890.
"Romagna", Zanichelli, Bologna 1891.
"Thanatos", Società Coop. per l'arte tipogr., Cesena 1892.
"Elegie di Romagna", Società Coop. per l'arte tipogr., Cesena 1893.
"Poesie e prose", Zanichelli, Bologna 1903.
"Poesie e prose scelte", Galeati, Imola 1966.
 
 
 
Presenze in antologie
"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 346-351).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (volume terzo, pp. 371-377).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp. 667-673).
"Parnaso italiano. Poesia dell'Ottocento", a cura di Carlo Muscetta ed Elsa Sormani, Einaudi, Torino 1968 (vol. II, pp. 2114-2123).
 
 
 
Testi

Rugge nel petto mio l'odio, s'annida
Nel mio cervello un pensiero tenace
Che mi tortura e non mi lascia in pace,
E spero ben che un urlo deh m'uccida.

Passai, deserto, e nella lunga via
Non un fiore spuntò per rallegrarmi;
Passai gettando nei miei dolci carmi
La speme i sogni la malinconia.

Ma son già stanco, nell'anima mia
Sta lo sconforto triste, a lusingarmi
Vien sol la morte da i vegliati marmi;
Né mi sostiene una fanciulla pia.

(Da "Poesie e prose scelte")



giovedì 22 marzo 2012

Gli animali nella poesia italiana decadente e simbolista

La simbologia degli animali, molto diffusa tra i poeti simbolisti, varia a seconda del tipo di bestia menzionato. Per fare alcuni brevi esempi possiamo dire che il cane è simbolo di fedeltà e giustizia, il gatto di femminilità e fertilità, la chiocciola di saggezza e di intelligenza, il corvo di sfortuna e di morte, gufi e civette si associano a comprensione e luce mentre il gallo simboleggia la rinascita; gli agnelli hanno a che vedere con l'innocenza e il sacrificio; le formiche sono collegate all'amicizia, le rondini sia alla partenza che al ritorno ed i ragni hanno una simbologia molto ricca e diversificata, tanto da meritare un discorso a parte. I poeti decadenti e simbolisti nei loro versi predilessero alcuni tipi di animali: tra i più citati vi sono in generale gli uccelli e in particolare le rondini, i corvi e le civette.
 


Poesie sull'argomento
Diego Angeli: "Una rondine" in "L'Oratorio d'Amore" (1904).
Antonio Beltramelli: "Nei giorni lontani..." in "I Canti di Faunus" (1908).
Enrico Cavacchioli: "Le procellarie" in "L'Incubo Velato" (1906).
Enrico Cavacchioli: "Il girino scettico in amore" in "Le ranocchie turchine" (1909).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Il Chiù" in "Le consolatrici" (1905).
Sergio Corazzini: "L'agnello" in «Capitan Fracassa», dicembre 1902.
Sergio Corazzini: "Il gatto e la luna" in «Marforio», ottobre 1904.
Federico De Maria: "Le Colombe", "Gli Agnelli" e "La Canzone dell'Usignolo" in "Voci" (1903).
Federico De Maria: "I Tarpan" in "La Leggenda della Vita" (1909).
Alessandro Giribaldi: "Le mosche" e "Le formiche" in "Canti del prigioniero e altre liriche" (1940).
Corrado Govoni: "Passero solitario" e "I paoni" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Le litanie del mao" in "Fuochi d'artifizio" (1905).
Corrado Govoni: "La chiocciola", "Le farfalle", "Le api" e "Ai corvi" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Gli aironi" e "L'usignuolo" in "Poesie elettriche" (1911).
Guido Gozzano: "L'amico delle crisalidi" in "La Riviera Ligure", Agosto 1909.
Guido Gozzano: "Le farfalle" in "Poesie e prose (1961).
Arturo Graf: "Corvo" in "Medusa" (1880).
Amalia Guglielminetti: "L'etéra" in "Le Seduzioni" (1909).
Gian Pietro Lucini: "Mitico serpe candido e rosato" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).
Gian Pietro Lucini: "Rondini" in "Poesia", agosto/settembre/ottobre 1909.
Mario Malfettani: "I gufi" in "Fiori vermigli" (1906).
Tito Marrone: "Gli usignoli" e "Il gatto" in "Liriche" (1904).
Fausto Maria Martini: "Le colombe" in "Le piccole morte" (1906).
Fausto Maria Martini: "La lucciola e il serpente" in "Panem nostrum" (1907).
Fausto Maria Martini, "Le rondini" in «Noi e il Mondo», maggio 1914.
Pietro Mastri: "L'usignuolo", "Il giumento bendato" e "Il cuculio" in "Lo specchio e la falce" (1907).
Pietro Mastri: "L'ultima cicala" e "Le pecorelle" in "La fronda oscillante" (1923).
Marino Moretti: "La domenica dell'orso" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Angiolo Orvieto: "L'alcione" e "Rondini" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Giovanni Pascoli: "La civetta" e "Il passero solitario" in "Myricae" (1900).
Giovanni Pascoli: "Il cane notturno" in "Odi e Inni" (1906).
Guido Ruberti: "Volo di corvi" e "La mandra" in "Le fiaccole" (1905).
Fausto Salvatori: "La Rana" in "La Terra promessa" (1907).
Emanuele Sella: "I cani" in "Rudimentum" (1911).
Domenico Tumiati: "L'airone" in "Liriche" (1937).
Aurelio Ugolini: "Il pappagallo" in "Viburna" (1905).
Diego Valeri: "Rondini" in "Crisalide" (1919).
Giuseppe Zucca: "Le civette" in "Io" (1921).
 

 
Testi
I TARPAN
di Federico De Maria

L'ardor della caucasëa pianura
in estate li inebbria come fieno
che fermenti, spandendo a l'aria pura
un suo veleno

Lussurioso; una frenata e pazza
sete di spazî prende allor l'armento
dei poledri che, libero, scorazza
emulo al vento.

Allor, d'un tratto, come ad un comando
improvviso, si slancia la grande schiera
serrata a corsa folle, svolazzando
ogni criniera

Sovra i mobili dorsi: e tutte sono
simili a scapigliata selva a volo.
Sotto il galoppo con fragor di tuono
rimbomba il suolo.

Forse ànno visto a l'orizzonte. Al lume
del tramonto, il profilo di più calme
e fresche plaghe: un lago d'oro, piume
verdi di palme,

Frescure ombrose, pascoli fioriti,
tutta una meraviglia non mai vista
nella lor steppa ignuda: e son partiti
a la conquista.

Sono partiti, e il loro calpestìo
frenetico schizzar fa sterpi, fanga
e ciottoli: rovescian da un pendìo
come valanga,

S'arrampicano coi garetti elastici
pei clivi scabri, con balzi magnifici
i borri e i fossi varcano, fantastici
come ippogrifi,

Protesi gli occhi al miraggio: Sfavilla
la viva roccia talora a l'attrito
de l'ugna, e tra l'ansimar spesso squilla
qualche nitrito.

Ma quando l'ombra, come una palude
aerea lenta cielo e steppe invade
da occidente, ed ai lor occhi chiude
tutte le strade,

S'arrestan essi (e sotto la lor pelle
fumante i tesi muscoli ancor vibrano):
un'aurea nube tra le prime stelle
sola si libra

Su l'orizzonte dove sfolgorare
videro il portentoso paesaggio:
la notte ferma su l'erboso mare
il lor viaggio.

Ma non importa: bella fu la corsa!
Essi lungo rammarico non sanno.
Stanotte sotto il pio raggio dell'orsa
riposeranno,

E se domani splenderà nel cielo
ancor la visione che fu tolta
loro da l'ombra, qual turbine anelo
un'altra volta

andranno. Andranno: essi giocan con quella
visïone che correre li fa.
È loro gioia sol la corsa bella
in libertà.

(Da "La Leggenda della Vita")
 
 

mercoledì 21 marzo 2012

Spariranno anche le rondini

Cantavano bensì gli andati
uomini del mio borgo.
Ed era il tempo dei galli e dei cavalli
e di altro che non è
o non sarà tra un breve
volgere di anni mai più
su questa terra. Un riccio
più non lo vedi che raro tra le siepi
ultime, e il cùculo
sempre più lungi il suo canto riporta
addentro i boschi morenti, e verrà
tempo che in cielo non saranno più le rondini
del buon Francesco.
                            Così
il cuore ancora si diceva l'altra notte
seguendo il mesto tramontare della luna
laddove il canto popolano più non era.
 
 
 
Esiste un detto popolare che recita così: «A San Benedetto una rondine sotto il tetto»; ebbene San Benedetto è proprio oggi, ventuno di marzo, e di rondini sotto i tetti non se ne vedono, così come non se ne vedevano un anno fa. Ho sentito una recente notizia che affermava la significativa diminuzione del numero di rondini che, ogni anno, all'arrivo della stagione primaverile, tornano a popolare i nostri cieli. Ecco quindi dimostrato che il grande poeta Umberto Bellintani, quando, nei lontani anni sessanta scrisse questa poesia, aveva ragione. Il suo presentimento era avallato dai sostanziali, graduali cambiamenti del paesaggio a cui aveva assistito lungo gli anni dell'industrializzazione. La conseguenza di questi mutamenti fu ed è un aumento di sostanze inquinanti presenti sia nell'aria che nella terra, e una netta diminuzione degli spazi vitali per la flora e la fauna che occupavano a ragione il territorio e che nessuno considera. Se, magari non oggi, ma fra un po' di giorni, vedremo ancora delle rondini nel cielo, dobbiamo essere consapevoli che non sarà ancora per molto, perché presto spariranno, così come non ci saranno più tante altre cose belle che potevano allietare la nostra vista e la nostra vita, a vantaggio di un bieco consumismo e di un vuoto materialismo che detta legge e non rispetta la vita degli abitanti del pianeta.
"Spariranno anche le rondini" fu pubblicata dal poeta lombardo Umberto Bellintani nella raccolta "E tu che m'ascolti", uscita nel 1963. La si trova anche nel volume intitolato "Nella grande pianura" del 1998, che comprende la maggior parte dei versi di Bellintani.


martedì 20 marzo 2012

Prima primavera vera

La vostra primavera, o letterati,
qui sulla terra non l'ho vista mai,
con que' vostri augelletti innamorati
che stanno gorgheggiando a' dolci rai

e i fiorellini che smaltano i prati
e gli amanti che giran tra' rosai...
Io vedo campi verdi oppur vangati
con qua e là meli bianchi e letamai,

eppoi quercioli secchi e fiori gialli,
e per le strade di già polverose
merde fresche di manzi e di cavalli,

e nelle sere vagamente afose
il cucco e il chiù nemmeno a bastonalli
smetton le lor chiamate lamentose.
 

 
L'esordio poetico di Giovanni Papini avvenne nel novembre del 1912, quando pubblicò sulla rivista "La Voce", quattro componimenti in versi raggruppati sotto il titolo: "Sonetti plebei". Ciò è dichiarato dallo stesso Papini alla fine di tali pubblicazioni, nel seguente testo:

«M'induco a pubblicare i primi quattro d'una sessantina di sonetti plebei di spiriti e di forme che scrissi in campagna tre anni fa. È la prima volta in vita mia, che stampo versi e forse sarebbe stato meglio aspettar dell'altro».

Il titolo scelto da Papini, vorrebbe specificare il carattere non altissimo di questi sonetti; in effetti leggendoli è facile capirlo: trattasi infatti di composizioni giocose, ironiche e alcune volte provocatorie che possono ben rientrare nella poesia satirica. Questo discorso vale anche per i versi riportati sopra, in cui l'autore gioca a cominciare dal titolo e prosegue sullo stesso tono nel contenuto, che parla di una primavera tutt'altro che idilliaca e poetica; insomma il contrario, come afferma lui stesso nei primi due versi, della stagione descritta generalmente e banalmente dai poeti: c'è anzi un abbruttimento evidente, che coinvolge la vista (del letame e dello sterco presenti sul terreno), e l'udito (dei lamenti degli uccelli come il cuculo e l'assiuolo) di chi osserva e sente ciò che offre la natura nel tempo primaverile.
"Prima primavera vera", così come gli altri tre "Sonetti plebei" non fu più pubblicato dal Papini (e nemmeno lo furono i futuri sonetti annunciati). Lo si ritrova soltanto nel volume che comprende l'intera opera dello scrittore toscano: "Tutte le opere", edito da Mondadori alla fine degli anni '50 del XX secolo.

lunedì 19 marzo 2012

Da "Ricordi di scuola" di Giovanni Mosca

L'albero del cortile ha messo da qualche giorno le prime foglie, di quel verde tenero, fresco fresco, che si vede solo nei primissimi giorni di primavera, ed è un miracolo che dura poco, nemmeno dall'alba al tramonto, e di questo breve tempo c'è forse un'ora, e di quest'ora un minuto, un istante in cui il miracolo di quel verde raggiunge la sua pienezza. Foglioline piccole che appena ardiamo guardare, ma senza toccarle, tanto è delicato quel colore che, senza che gli occhi lo avvertano, ma il cuore, sì, già non è più quello dell'istante prima, e domani sarà già offuscato, come se un'ombra vi si fosse posata, e del fresco, tenero miracolo non rimarrà che il ricordo, il rimpianto... Foglioline che spiccano, rade, sul bruno dei rami quasi nudi ancora, e anche nell'ombra sembra che il sole le illumini.

(Da "Ricordi di scuola" di Giovanni Mosca, 31° edizione, Rizzoli, Milano 1972, p. 129)

domenica 18 marzo 2012

Marzo


Marzo ventoso
mese adolescente
marzo luminoso
marzo impenitente.

Marzo che fai tuoi giochi
con le nuvole in alto
e con l'ombra e le luci
dài mutevol risalto
alla terra stupita

alla terra intorpidita,
mentre dal seno le strappi
e le primole e le rose
e fresch'acque rigogliose
lieto fai rigorgogliare.

Ed il passero riscuoti
con la tua folle ventata
nella sua grondaia secca
nella siepe denudata.

Spazzi i portici e le calli
e la nebbia nelle valli
e la polvere degli avi
e i propositi dei savi
rompi e l'ombra delle chiese.

Ed il pavido borghese
che nell'essa porta il gelo
dell'inverno trapassato
e col corpo imbarazzato
geme il reuma ed il torpore,
che nel volto porta il velo
della noia ed il pallore
della diuturna morte,
si rinchiude frettoloso
si rinvoltola accidioso
e rincardina le porte.

Se lo scuoti e lo palesi,
marzo giovane pazzia,
la sua trista nostalgia
sogna il sonno di sei mesi.

Ei ti teme, dolce frate
marzo, terrore giocoso
ma tu passi vittorioso
sbatti gli usci e le impannate
con le tue folli ventate.

E la densa polve sveli
nel tuo raggio popolato
e sul legno affumicato
i vetusti ragnateli.

Poich'il termine al riposo
canti, marzo adolescente,
t'odia questa buona gente,
marzo luminoso.

Ma se t'odiano addormiti
nelle coltri riscaldate
ed i passeri impauriti
nelle siepi denudate,
t'ama il falco su nell'aria
che più agile si libra
nella tua ventata varia
e la sente in ogni fibra
lieto nella tua procella,
ché per lei si fa più bella
ché per lei si fa più pura
ai suoi occhi la natura.

Marzo mese luminoso
marzo adolescente
marzo mese irriverente
marzo ventoso.

1° marzo 1910
 


 
Questa poesia fu probabilmente scritta di primo impulso dal filosofo Carlo Michelstaedter dopo un'escursione sul San Valentin, nel Friuli, uno dei luoghi da lui più frequentati e amati. Come le altre poesie del filosofo friulano, fu pubblicata soltanto dopo la morte dello stesso, avvenuta per suicidio nel 1910: durante il medesimo anno in cui furono composti i versi sopra riportati. Molto bella mi pare questa rappresentazione di marzo che viene descritto come un mese assai movimentato, portatore di veloci mutamenti del clima e delle condizioni atmosferiche, ma anche di venti forti, fastidiosi a tal punto che il borghese, temendoli, si rinchiude in casa. Ma se marzo non è amato dalla maggior parte degli uomini e degli uccelli, lo è dal falco, che si fa trasportare nel suo volo dal vento, che sente nelle fibre e nelle membra tutta la forza e l'energia vitale trasmessi da questo mese straordinario, e sa apprezzare anche le immagini nuove e bellissime offerte dalla natura in questo periodo dell'anno.

sabato 17 marzo 2012

Fiorita di marzo

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

Troppo rapido è il passo con cui tocchi
il suolo — e al tuo passar l'erba germoglia
o Primavera, o gioja de' miei occhi.

Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell'orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,

essi, ne' loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l'aria densa di languori;

e se ne va così la tua bellezza
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza!...


 
È questa di Ada Negri, una delle poesie che fanno parte della raccolta "Dal profondo", uscita nel 1910. Segna un passaggio decisivo, da parte della poetessa lodigiana, verso toni marcatamente più contemplativi e, nello stesso tempo, meditativi. È così anche in "Fiorita di marzo", dove la Negri osservando lo spettacolo dei bellissimi, minuti e fragili fiori che compaiono verso la metà del terzo mese dell'anno sui rami di alcuni alberi da frutta, si rende conto di quanto essi siano simili al periodo della vita umana che coincide con la gioventù; periodo meraviglioso ma di brevissima durata, così breve che, una volta passato si ha l'impressione di aver vissuto in un sogno e non nella realtà. Quando scrisse questi versi Ada Negri si apprestava a raggiungere la soglia dei quarant'anni, che per una donna spesso voleva dire l'inizio della vecchiaia (si parla di un secolo fa naturalmente), ecco il motivo di tale e tanta amarezza provocata nell'animo della scrittrice dal vedere l'imparagonabile rappresentazione della rinascita vitale che si manifesta, in primavera, principalmente con la nuova fioritura delle piante.

venerdì 16 marzo 2012

Poeti dimenticati: Giuseppe Cesare Molineri

Giuseppe Cesare Molineri nacque a Pinerolo nel 1847 e morì a Torino nel 1912. Dopo la laurea in Lettere, insegnò all'università di Torino; partecipò alla terza guerra d'indipendenza (1866) nel reparto dei garibaldini; fondò anche una rivista che si occupava di teatro e di letteratura: «Serate italiane (letture per famiglie)». Narratore, autore e critico teatrale, fu anche poeta, come dimostrano due volumi di versi: "All'aperto" (1876) ed il postumo e ricapitolativo: "Poesie (1865-1906)". Nella sua raccolta uscita tre anni dopo la sua morte si evidenziano chiari elementi che lo avvicinano alla Scapigliatura, in particolare al suo correggionale Igino Ugo Tarchetti.
 
 
Opere poetiche
"Al'aperto", Casanova, Torino 1876.
"Poesie (1865-1906)", Lattes, Torino 1915.
 
 
Presenze in antologie
"Lirici della Scapigliatura", seconda edizione aggiornata a cura di Gilberto Finzi, Mondadori, Milano 1997 (pp. 245-250).
"La poesia scapigliata", a cura di Roberto Carnero, Rizzoli, Milano 2007 (pp. 435-440).

mercoledì 14 marzo 2012

Antologie: "Poeti minori del secondo Ottocento italiano"

"Poeti minori del secondo Ottocento italiano" è il titolo di un'antologia poetica curata da Angelo Romanò e pubblicata nel 1955 dall'editore Guanda in Bologna. Il volume di 420 pagine comprende una selezione dei versi di 55 poeti attivi tra il 1850 e i primissimi anni del XX secolo. Il poeta più anziano, con cui inizia l'antologia, è Niccolò Tommaseo, mentre quello più giovane è Giovanni Bertacchi. L'opera è una delle molte che, tra il 1947 ed il 1968, furono dedicate ai poeti italiani cosiddetti "minori" del secolo XIX. Questa di Romanò restringe l'attenzione sulla seconda metà dell'Ottocento, cercando di essere, come avverte lo stesso curatore nella postilla: «ampia nei limiti del buon gusto e del possibile». In effetti non si può dire che la selezione abbia trascurato dei nomi meritevoli, anzi, compaiono qui dei poeti che potrebbero definirsi, più che minori, "minimi". Semmai si può discutere sullo spazio attribuito a ciascun poeta: qui mi pare che risultino sminuiti o non considerati abbastanza, poeti di un certo spessore come Enrico Panzacchi e Domenico Milelli. C'è poi, come ammette anche Romanò, la scelta discutibile dell'ordine cronologico degli autori selezionati, che pone dei poeti (Domenico Gnoli e Arturo Graf su tutti) i quali ebbero meriti non trascurabili nel rinnovamento della poesia italiana a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, in una posizione sicuramente distante rispetto a quel fin de siècle in cui avrebbero avuto un posto ed un valore più adeguati. A parte questi piccoli difetti, tutto sommato non rilevanti, si può affermare che l'antologia di Romanò sia ben fatta e aiuti a comprendere in modo dettagliato il panorama poetico italiano del secondo Ottocento, così determinante per la nascita della prima fase rinnovativa della poesia novecentesca nazionale, rappresentata, in sostanza, dal crepuscolarismo. Ecco, di seguito, l'elenco degli autori presenti nel volume.
 
Niccolò Tommaseo, Giulio Uberti, Francesco Dall'Ongaro, Aleardo Aleardi, Giulio Carcano, Giovanni Prati, Biagio Miraglia, Paolo Emilio Castagnola, Costantino Nigra, Vincenzo Riccardi di Lantosca, Giambattista Maccari, Enrico Nencioni, Giuseppe Cesare Abba, Tommaso Cannizzaro, Giulio Orsini (Domenico Gnoli), Bernardino Zendrini, Emilio Praga, Giuseppe Maccari, Enrico Panzacchi, Vittorio Betteloni, Luigi Pinelli, Iginio Ugo Tarchetti, Domenico Milelli, Felice Cavallotti, Arrigo Boito, Antonio Fogazzaro, Giuseppe Aurelio Costanzo, Mario Rapisardi, Luigi Morandi, Giulio Pinchetti, Giovanni Camerana, Olindo Guerrini (Lorenzo Stecchetti), Edmondo De Amicis, Giuseppe Giacosa, Arturo Graf, Gaspare Invrea (Remigio Zena), Emilio De Marchi, Corrado Corradino, Giovanni Marradi, Ulisse Tanganelli, Vittoria Aganoor Pompilj, Guido Biagi, Severino Ferrari, Ugo Fleres, Evelina Cattermole Mancini (Contessa Lara), Giuseppe Picciola, Guido Mazzoni, Edoardo Scarfoglio, Giacinto Ricci-Signorini, Giovanni Alfredo Cesareo, Giulio Salvadori, Pompeo Bettini, Giovanni Bertacchi, Mercurino Sappa, Carmelo Errico.

domenica 11 marzo 2012

Da "Il taglio del bosco" di Carlo Cassola

Precipitare nel buio del sonno era quanto di meglio gli restava. Quando Guglielmo sentiva il sonno venire, era contento, perché per qualche ora sarebbe stato liberato da ogni pensiero, e perché un altro giorno era passato. A uno a uno i giorni passavano, e i mesi e gli anni restavano dietro le spalle. Aveva trentott'anni; non era lontano il traguardo dei quaranta, passato il quale sarebbe stato un uomo maturo, quasi una persona anziana.

Da "Il mistico sogno" di Gabriele D'Annunzio

I fiori d'autunno hanno una grazia e una delicatezza singolari, e insieme non so qual fascino malinconico da cui si sentono presi anche li spiriti meno sentimentali. Portano, inoltre, nel loro colore e nella qualità delle loro foglie un'apparenza di vitalità quasi direi umana, ma di vitalità sofferente; e per questo attraggono più che le ricche e voluttuose fioriture d'estate e risvegliano in chi li contempla una specie di pietà e di tenerezza: la misericordia per li esseri fragili, solitarii ed infermi.

sabato 10 marzo 2012

Ohimè che cosa è accaduto

Ohimè che cosa è accaduto?
Il mandorlo è fiorito,
Ed io nulla ho sentito
Nulla ho veduto!

S'è guernito e colorato
D'un diadema di stelle d'argento,
Tutta notte ha lavorato
E su l'alba splendeva contento:

Ed ora le sue stelle le dà al vento:
La ghirlandetta fragile e superba
La sparpaglia su l'erba
Del fresco prato!

Il miracolo è compiuto,
Ma io nulla ho veduto
Nulla ho sentito!
Che cosa è dunque accaduto?

Dov'era questo povero cuore assorto,
Dov'era questo povero cuore muto
Se il mandorlo è fiorito
Ed esso di nulla s'è accorto?
 


"Ohimè che cosa è accaduto" è il titolo di una poesia di Angiolo Silvio Novaro, compresa nella raccolta "Il piccolo Orfeo" (1929). In una notte mite di fine inverno un mandorlo situato nelle vicinanze della casa del poeta, è fiorito. Il poeta si è accorto dell'evento soltanto a giorno fatto e si rammarica di non aver potuto assistere al fatto miracoloso che simboleggia il perpetuo e strabiliante rinascere della forza vitale. È una poesia semplice, che tanti anni or sono veniva spesso inserita in antologie scolastiche; il Novaro in questi versi, come anche in altri della medesima raccolta, mostra la sua affezione per la poetica pascoliana delle "Myricae" e dei "Canti di Castelvecchio".

venerdì 9 marzo 2012

[Marzo lucendo nell'aria]

Marzo lucendo nell'aria
Con vena sottile rinnova
L'esangue terra invernale
E come occhio di bimbo
Tutto s'apre a guardare,
E dà i riccioli al vento.
Che val, primavera, con spire
Irrequiete turbare
L'inerte mia spoglia?
Fra quattro mura di libri e d'ombre,
Sopra pagine ingombre,
L'amabil giovinezza
Qui s'infosca e si spezza,
L'amabil giovinezza
Che tranne sé
Non ha chi non conosca;
Che val, primavera, con avida
Gioia invitare il mio senso
All'ebbrezza del sole e del vento?
Dall'incessante via
Una canzone appassionata esulta,
E un rider sento d'uomini e di donne
Che nel lavoro preparan le voglie:
Dalle pagine ingombre, ottenebrato
Il mio volto s'alza a chiedere
La verità della vita
Che l'àttimo contrasta
E il dolor solo accoglie.
Ma il dolore non basta
E l'amore non viene.


 
È la 55° poesia di "Frammenti lirici", raccolta poetica di Clemente Rebora (Milano 1885 - Stresa 1957) pubblicata nel 1913. I versi di questa poesia rappresentano un'eccezione nell'opera citata, che presenta in prevalenza elementi espressionistici ardui, immagini che contrappongono la città e la natura e tendenti alla ricerca di una verità che appare nascosta ai più. Tramite una analisi dell'uomo del suo tempo e delle città in cui quest'uomo vive e crea il suo futuro, Rebora vorrebbe identificare una ragione esistenziale, vorrebbe estrapolare il significato recondito dell'esistenza; ma la sua indagine e le sue deduzioni sono spesso mortificate dall'assenza di ideali che predominava (e predomina ancor più oggi) nella società primonovecentesca, e ciò era più che mai palese in città come Milano, dove stava avvenendo un mutamento drastico delle abitudini e dei comportamenti umani. Tornando però alla poesia di cui sopra, si notano facilmente alcuni tratti leopardiani. È marzo e il poeta si accorge che la terra sta iniziando a cambiare: l'aria diviene più tiepida, il sole scalda di più ed il vento porta nuovi profumi invitanti. La gente è influenzata e incoraggiata all'allegria dalla mutata situazione climatica e così capita più facilmente di sentire qualcuno cantare o ridere, magari mentre sta lavorando e si sente invogliato a fare progetti per il futuro. Questo non vale per il poeta, che si rivolge alla primavera quasi fosse un essere reale, chiedendogli il motivo delle sue "avance" verso chi è estraneo alla insorgente, rinnovatrice vitalità e preferisce rimanere solo e in disparte, trascorrendo così l'intera sua giovinezza.

giovedì 8 marzo 2012

Una poesia per Miss Cavell

Edith Cavell nacque in Inghilterra nel 1865 e già a vent'anni realizzò il sogno della sua vita: diventare infermiera. Ben presto si trasferì a Bruxelles e lì ottenne la direzione di una farmacia del Berkeandel Institute. Col passare degli anni si dimostrò una donna molto professionale, particolarmente religiosa ed eccezionalmente severa con sé stessa e con gli altri. Quando nel 1914 scoppiò la 1° Guerra Mondiale, nel giro di poco tempo il Belgio fu invaso dalle truppe germaniche; Miss Cavell decise allora di entrare nella Croce Rossa internazionale mentre il Berkeandel Institute divenne un vero e proprio ospedale di guerra dove si curavano i feriti di qualsiasi nazionalità. La Cavell fu nominata capo sala dell'ospedale e non esitò quando gli fu chiesto di aiutare alcuni soldati inglesi catturati e stazionanti nell'ospedale a fuggire; così circa 200 soldati, grazie a lei, riuscirono a rifugiarsi in Olanda. Ma i tedeschi ben presto scoprirono il fatto e considerarono Miss Cavell una delle maggiori responsabili della fuga di quei soldati nemici; per questo motivo fu arrestata e subì un lungo periodo di detenzione durante il quale i tedeschi la sottoposero a numerosi e sfiancanti interrogatori, fino al momento in cui dichiararono che la crocerossina aveva confessato la sua colpa, in realtà Miss Cavell aveva soltanto affermato di essersi comportata secondo coscienza. La donna fu condannata a morte dalla Corte marziale e, malgrado i ripetuti sforzi del governo inglese per salvarla, il giorno 12 ottobre del 1915 fu fucilata. L'uccisione di Miss Cavell ebbe un'eco enorme in tutta Europa: articoli di giornali, foto, disegni, cartoline, poesie e libri interi si diffusero a macchia d'olio e la Cavell diventò famosissima soprattutto per l'ingiusta condanna a morte che aveva subito pur avendo svolto il suo lavoro in modo altamente professionale, curando tutti i soldati (amici o nemici) che erano stati ricoverati nel suo ospedale. Inoltre la sua alta statura intellettuale, il suo spirito di sacrificio e il suo estremo eroismo divennero quasi leggendari. Anche in Italia la notizia si sparse e furono molti i giornalisti così come gli intellettuali in genere che si occuparono di Miss Cavell, uno di questi fu il poeta Corrado Govoni che, sulla rivista "La Diana" pubblicò una poesia dedicata alla crocerossina, il cui testo riporto qui sotto.
 


LA FUCILAZIONE DI MISS CAVELL

Lo scrocco secco dei fucili
suonò di contro al muro unto di sole
seguito dalla scarica vadente.
S'allontanarono battendo i piedi.
Più non c'era sull'erba così verde
che un mucchietto di cenci
spruzzolato di sangue.
Ma più buona e più pura, oh quanto!
eri tu, o terra, con intorno
come un odore nuovo di viole;
ma nell'infame giorno
più bello e santo
tu eri, o sole.

(Da "La Diana", novembre/dicembre 1916)

mercoledì 7 marzo 2012

[Sole di primavera, io non sapevo]


Sole di primavera, io non sapevo
che sì bello tu fossi e grande e nuovo,
né tal dolcezza se le mani muovo
nel tuo lume dorato e di te bevo.

Veder cose, udir voci è tal sollievo
che di chiudere ancor gli occhi mi provo
per il piacer di riaprirli; e trovo
la perduta mia voce e un grido levo.

E anche gli alberi, i monti, l'erbe... Un volto
di meraviglia oggi la terra, fisso
nella celeste fiamma onde si pasce.

E anch'io... Guardo il sol giovane che nasce;
guardo fin alla cecità l'abisso
donde egli sorge, il rombo d'oro ascolto.
 

Questo sonetto è del poeta ticinese Francesco Chiesa (1871-1973), oggi ormai dimenticato, ma che fu invece molto apprezzato agli inizi del Novecento, così come altri poeti etichettati poi come tradizionalisti o (ancor peggio) passatisti: Giovanni Bertacchi, Giovanni Cena, Francesco Gaeta, Ada Negri Francesco Pastonchi ecc.
Appartiene alla raccolta "L'artefice malcontento" (1950), una sorta di antologia curata dallo Chiesa e che ripercorre gran parte del percorso poetico del poeta svizzero: da "I viali d'oro" del 1911, fino ai "Versi inediti" mai pubblicati in precedenza. "Sole di primavera, io non sapevo" fu pubblicato per la prima volta nel volume "La stellata sera" (1933) e possiede tutte le peculiarità della poesia di Francesco Chiesa, spessissimo attratto dai paesaggi naturali e dalle emozioni che nascono dalla visione di questi. Qui c'è la descrizione di una meraviglia inaspettata, provata dal poeta nell'osservare il sole primaverile e l'effetto dei suoi raggi sul paesaggio che lo circonda: emerge uno stupore nuovo, come se chi osservi lo spettacolo naturale rappresentato dal ritorno della primavera e di conseguenza la rinascita della vita dopo il gelo invernale (il cui artefice principale è proprio il sole) lo faccia con gli occhi di un bambino, rimanendo sorpreso e spiazzato da tale meravigliosa visione. È una poesia che racconta sentimenti semplici ed ha una struttura tradizionale: quella del classico sonetto; il tutto avveniva in anni in cui la poesia italiana stava vivendo un periodo di profondo rinnovamento, iniziato già da qualche decennio col futurismo e proseguito con l'ermetismo: proprio quest'ultimo movimento dettava legge nel 1933, l'anno in cui uscì la raccolta citata di Francesco Chiesa, assai distante dalla poetica di Quasimodo e di Montale.