lunedì 30 aprile 2012

L'autunno nella poesia italiana decadente e simbolista

La stagione autunnale è senza dubbio quella prediletta dai poeti decadenti e simbolisti, per i quali essa diviene emblema di sconfitta, di delusione, di caduta e di logoramento. Le foglie che cadono, la pioggia, i colori spenti che vanno dal grigio al lilla, dal ruggine al beige, vogliono rappresentare il tempo che, col suo trascorrere uccide tutte le speranze, così come gli ideali e gli entusiasmi giovanili, lasciando soltanto immagini di dedcadimento e di rovina: resti di vite ormai estinte, trapassate.
 
 
 
Poesie sull'argomento


Vittoria Aganoor: "Autunno" in "Nuove liriche" (1908).
Diego Angeli: "Sonetto d'autunno" in "La città di Vita" (1896).
Diego Angeli: "Inno dell'autunno e del silenzio" in "L'Oratorio d'Amore" (1904).
Gustavo Botta: "Solitudine autunnale" in "Alcuni scritti" (1952).
Umberto Bottone: "Rime de l'autunno" in "Lumi d'argento" (1906).
Giuseppe Casalinuovo: "Autunnale" in "Dall'ombra" (1907).
Enrico Cavacchioli: "Congedo autunnale" in "L'Incubo Velato" (1906).
Girolamo Comi: "Quest'autunno che mi canta la fine" in "Lampadario" (1912).
Sergio Corazzini: "Sonetto d'autunno" in "L'amaro calice" (1905).
Sergio Corazzini: "Sonetto all'autunno" in "Le aureole" (1905).
Gabriele D'Annunzio: "Autunno" in "Poema paradisiaco" (1893).
Luigi Donati. "Nei viali. Di giorno" in "Poesia di passione" (1928).
Vincenzo Fago: "Gemon l'ultime rose nel morente" in "Discordanze" (1905).
Alfredo Galletti: "Voci d'autunno" in "Odi ed elegie" (1903).
Diego Garoglio: "Tramonto autunnale" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).
Luisa Giaconi: "Ancora un autunno" e "Pensieri autunnali" in "Tebaide" (1912).
Cosimo Giorgieri Contri: "Galante autunno" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Cosimo Giorgieri Contri: "Autunno regale" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Emilio Girardini: "Uggia autunnale" in "Chordae cordis" (1920).
Corrado Govoni: "Autunno" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Filatterio" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni: "Autunno" e "Sera autunnale" in "Poesie elettriche" (1911).
Arturo Graf: "Passeggiata d'autunno" in "Morgana" (1901).
Marco Lessona: "Autunno" in "Versi liberi" (1920).
Giuseppe Lipparini: "Canzone d'autunno" e "Autunno" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Enzo Marcellusi: "Primizie autunnali" in "I canti violetti" (1912).
Nicola Marchese: "Autunnale" in "Le Liriche" (1911).
Fausto Maria Martini: "Ballata autunnale" in "Le piccole morte" (1906).
Pietro Mastri: "Passeggiata autunnale" in "L'arcobaleno" (1900).
Arturo Onofri: "Elegia d'autunno" in "Liriche" (1914).
Angiolo Orvieto: "Terzine autunnali" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "Fantasmi autunnali" in "Il Libro dei Frammenti" (1895).
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "Canzone d'autunno" in «Riviera Ligure», 1902.
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "Motivo d'autunno" in "Sonetti e poemi" (1910).
Emanuele Sella: "Autunno" in "Il giardino delle stelle" (1907).
Agostino John Sinadinò: "Desuetudine!, tu" in "La Festa" (1900).
Aurelio Ugolini: "Coliambi d'un vecchio autunno" in "Viburna" (1908).
Diego Valeri: "Autunnali" in "Crisalide" (1919).
Mario Venditti, "Elegia autunnale" in "Il terzetto" (1911).
Mario Zarlatti: "Sonetto d'autunno" in "Giornale d'Arte", novembre 1904.
 
 
 
Testi 

AUTUNNO REGALE
di Cosimo Giorgieri Contri

Non ebbe il Sole mai dolcezza uguale
né fulse il parco di più limpido oro:
sotto l'immarcescibile tesoro
tedia l'ombra il mio piede mortale?

Sogna l'ombra passar qualche regale
pompa tra 'l suo porpureo decoro,
scender corteggi il mobile pianoro
che il rivo anima d'anima vocale?

Ombra, sogna. Non mai di più profondi
desii t'arse l'autunno e forse mai
non ti cerchiò di più fiammante zona:

onde, sotto la tua rossa corona,
tu che la morte al freddo verno avrai,
tu sogni ed ansi, come i moribondi.

(Da "Primavere del desiderio e dell'oblio")

sabato 28 aprile 2012

"Poema paradisiaco" di Gabriele D'Annunzio

"Poema paradisiaco" è il titolo di una raccolta poetica di Gabriele D'Annunzio uscita nel 1893 in un volume che comprendeva anche le "Odi navali" altra raccolta di liriche (meno importanti) del poeta abruzzese. Il "Poema" è un'opera fondamentale sia per la storia poetica di D'Annunzio, sia per l'influenza che esercitò sulle future generazioni di poeti italiani, in particolare per i crepuscolari che molto attinsero dai versi dello scrittore pescarese presenti in questo libro. Ma anche il D'Annunzio nello scrivere le poesie del "Poema" subì l'influsso di altri poeti, in special modo dei poeti simbolisti e decadenti francesi (Verlaine, Maeterlinck, Jammes, Samain), anch'essi così importanti per lo sviluppo della poetica crepuscolare.
"Poema paradisiaco" è composto da 54 poesie suddivise in 5 sezioni (esclusa la prima poesia intitolata "Alla nutrice"), quest'ultime sono: Prologo - Hortus Conclusus - Hortus Larvarum - Hortulus Animae - Epilogo. Una bella ristampa curata da Annamaria Andreoli del suddetto volume è stata pubblicata dalla Mondadori nel 1995 (vedi foto). Qui sotto riporto uno degli esempi più significativi della raccolta, la poesia intitolata "Le tristezze ignote", che molto risente delle atmosfere rarefatte e malinconiche del poeta franco-belga Maurice Maeterlinck.

 

LE TRISTEZZE IGNOTE


E sia pace al defunto.
Ma che soave odore!
Autunno, già nei vasi
fioriscon le viole!
Ed ecco, al fine, il sole
sul davanzale è giunto.
Tra le mie dita, quasi
ha il liquido tepore
del latte appena munto.

Sia pace a chi sofferse.
Oggi tutto è pacato.
Io non son triste, quasi.
Penso a tristezze ignote,
d'anime assai remote,
ne la vita disperse.
Io non son triste, quasi.
Oggi tutto è pacato.
Sia pace a chi sofferse.

Le suore, a le finestre
del convento, sul fiume
guardan passar le barche:
guardano mute e sole,
mute e digiune, al sole.
Giungono a le finestre
(come tarde le barche!)
un odor di bitume,
un odore silvestre.

I prigionieri assale
un'ansia: falci lente
falciano l'erba nuova,
a la prigione intorno.
Gli infermi (inclina il giorno),
pallidi sul guanciale,
ascoltano la piova
battere dolcemente
l'orto de l'ospedale.

( Da "Poema Paradisiaco", Mondadori, Milano 1995, pp. 91-92, sez. "Hortulus Animae" )


mercoledì 25 aprile 2012

Da "La Storia" di Elsa Morante

Negli ultimi mesi dell'occupazione tedesca, Roma prese l'aspetto di certe metropoli indiane dove solo gli avvoltoi si nutrono a sazietà e non esiste nessun censimento dei vivi e dei morti. Una moltitudine di sbandati e di mendicanti, cacciati dai loro paesi distrutti, bivaccava sui gradini delle chiese e sotto i palazzi del papa; e nei grandi parchi pubblici pascolavano pecore e vacche denutrite, sfuggite alle bombe e alle razzie delle campagne. Nonostante la dichiarazione di città aperta, le truppe tedesche si accampavano intorno all'abitato, correndo le vie consolari col fracasso dei loro carriaggi; e la nube disastrosa dei bombardamenti, che attraversava di continuo tutto il territorio provinciale, calava sulla città un tendone di pestilenza e di terremoto.

(Da "La Storia" di Elsa Morante, Einaudi, Torino 1974, p. 324)

Da "Il partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio

Johnny era in assoluta vacuità mentale, praticamente sordo, tutto stemperato in quell’alta temperatura e nell’aroma di quella ricca minestra. "Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo. E tu, Johnny, sei l’ultimo passero su questi nostri rami, non è vero? Tu stesso ammetti d’aver avuto fortuna sino ad oggi ma la ma la fortuna si consuma, e sarà certamente consumata avanti il 31 gennaio. Perché dunque stare ancora in giro, in divisa e con le armi, digiunando e battendo i denti? Sembrerebbe che tu lo voglia, che tu ti ci prepari a quel loro colpo di caccia ". Giunse compostamente le sue potenti mani. "Da’ retta a me, Johnny. La tua parte l’hai fatta e la tua coscienza è senz’altro a posto. Dunque smetti tutto e scendi in pianura. Non per consegnarti, Dio vieti, e poi è troppo tardi. Ma scendi e un ragazzo come te avrà certamente parenti e amici che lo nascondano. Un nascondiglio dove stare fino a guerra finita, soltanto mangiare e dormire e godersi il calduccio e... - ridacchiò e abbassò la voce: - e ricevere la visita ogni tanto di qualche tua amica di fiducia, l’unica a conoscere il tuo indirizzo". [...]
"Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera di dir sì" "No che non lo è!" -gridò il mugnaio. "Lo è, lo è una maniera di dir di sì".
Un vento polare dai rittani di sinistra spazzava la sua strada, obbligandolo a resistere con ogni sua forza per non essere rovesciato nel fosso a destra. Tutto, anche la morsa del freddo, la furia del vento e la voragine della notte, tutto concorse ad affondarlo in un sonoro orgoglio. - Io sono il passero che non cascherà mai. Io sono quell’unico passero!

(Da "Il partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio, Einaudi, Torino 1994, pp. 459-460)

Perché

Perché esistono ancora sia il fascismo che il nazismo,
perché non vengano dimenticati coloro che hanno perso la vita per liberare l'Italia dai criminali,
perché la storia non ha insegnato nulla,
perché molti hanno la memoria corta,
perché razzismo e ignoranza la fanno da pardoni,
perché chi ha il potere colpisce sempre i poveri e i deboli,
perché esiste lo sfruttato ed esiste lo sfruttatore,
perché i ricchi sono sempre più ricchi,
perché i poveri sono sempre più poveri,
perché c'era mussolini,
perché c'è il berlusconismo,
perché chi sa che diavolo ci sarà in futuro,
perché non c'è giustizia,
perché non c'è libertà,
perché non c'è eguaglianza,
perché non c'è solidarietà,
perché ascolti frasi come: "Quando c'era lui...",
perché ci sono i nostalgici,
perché tutti i morti, tutta la devastazione e tutta la miseria non sono bastati,
perché i prepotenti, gli ingordi e gli idioti dominano il mondo:


ancora e sempre RESISTENZA.

domenica 15 aprile 2012

Antologie: Poeti minori dell'Ottocento

"Poeti minori dell' Ottocento" è il titolo di un'antologia curata da Giuseppe Petronio e pubblicata dall'Unione Tipografico-Editrice Torinese nel 1958. Nel bel volume, di 680 pagine, si trovano poesie di soli ventuno autori: una scelta quindi molto severa è quella effettuata da Petronio, soprattutto rispetto ad opere che hanno trattato lo stesso argomento (per esempio "I poeti minori dell'Ottocento di Ettore Janni) e che hanno al loro interno un numero assai più cospicuo di nomi selezionati. La severità nasce anche dal fatto di restringere l'arco temporale dell'argomentazione, e l'inizio dell'introduzione è più che mai chiarificatore in tal senso: Petronio parla infatti di anni compresi tra il 1840 ed il 1870, asserendo che furono tre decenni ricchi di avvenimenti straordinari, tali da modificare radicalmente il volto e la vita della penisola Italiana. C'è, quindi, una relazione con la storia (e in parte con la politica) italiana del XIX secolo, nella scelta e nell'approfondimento dei temi trattati dalla poesia che in qualche modo fu condizionata o attratta anche da ciò che di importante stava accadendo in questo specifico periodo nella vita sociale dei cittadini del Bel Paese. Non sorprende allora il fatto che il primo poeta selezionato da Petronio sia Aleardo Aleardi, né che vi siano sezioni dell'antologia intitolate "Canti della patria" e "Ballate", in cui compaiono poesie di scrittori che composero versi ispirati agli aspetti più politici, popolari e tradizionalisti della poesia italiana e che ben fotografano quel preciso arco di tempo che l'opera intende mettere in luce. Coerente all'intento è anche la scelta di concludere la trattazione coi poeti della Scapigliatura: primo e importante movimento letterario nato dopo l'unità d'Italia, che diede il meglio di sé nell'ambito poetico.
Ecco, per concludere, l'elenco dei poeti presenti nell'antologia.
 

Aleardo Aleardi, Giovanni Prati, Goffredo Mameli, Alessandro Poerio, Francesco Dall'Ongaro, Luigi Carrer, Giuseppe Bertoldi, Teobaldo Ciconi, Carlo Alberto Bosi, Antonio Gazzoletti, Arnaldo Fusinato, Domenico Carbone, Luigi Mercantini, Nicola Sole, Pietro Paolo Parzanese, Ippolito Nievo, Giacomo Zanella, Emilio Praga, Iginio Tarchetti, Arrigo Boito, Giovanni Camerana.

mercoledì 11 aprile 2012

Spleen

Giorno grigio, tetro, ventoso e freddo. La tristezza m'invade e mi rende pigro, più pessimista del solito. Provo a viaggiare con la mente e vedo un viale di un quartiere periferico di una grande città, completamente deserto, col suolo zuppo di pioggia, le panchine fradice e vuote, gli alberi gocciolanti che sembra stiano piangendo dalla tristezza. Il grigiore aumenta sempre più: la tetraggine ha invaso ogni cosa. Ora penso ad una stanza semioscura, dove si veglia un moribondo. Penso ad una chiesa desolata, dove c'è un Cristo crocifisso e sconsolato che malinconicamente gira la testa indietro e chiude gli occhi. Penso ad una casa diroccata, in un luogo deserto e distante, dove un uomo sta seduto sopra un muretto scalcinato con la testa bassa, e piange per la sua povertà, perché non ha più un motivo per rimanere in vita e medita il suo suicidio. Intanto comincia a piovere e l'oscurita si fa più grande. Lo scudo rugginoso si sgretola sotto i colpi tremendi del male; il Cristo, tormentato da mille dolori è quasi giunto in cima al Calvario; gli uccelli che volavano alti nel cielo, sono ormai tutti stramazzati al suolo. È giunta la Fine con il teschio fra le mani.

lunedì 9 aprile 2012

Gli arrivi nella poesia italiana decadente e simbolista

Nella poesia decadente e simbolista italiana l'arrivo (inteso come apparizione di qualcosa o qualcuno più o meno aspettato), corrisponde molto spesso ad una svolta, un cambiamento drastico nella vita individuale o collettiva; naturalmente il mutamento più importante e definitivo è rappresentato dall'arrivo della morte, come accade in "Scalpitio" di Giovanni Pascoli, "Aziyadè" di Giuseppe Lipparini, in "Il convegno" di Nicola Moscardelli e in "Diritto d'asilo" di Mario Adobati. L'opposto si verifica in poesie come "Imminente luna" di Giovanni Tecchio, "In una villa lontana" di Diego Angeli e "L'ignota" di Ettore Moschino, dove si percepisce l'attesa di una figura femminile portatrice di eros e quindi di vitalità. Molto originale è invece, nella poesia "La visita" di Gustavo Botta, la Lussuria che si presenta al poeta come una vecchia sogghignante. Interessanti sono le due quartine che compongono "Invito" di Alessandro Giribaldi, in cui il poeta provoca il diavolo invitandolo in maniera quasi minacciosa ad entrare nella sua stanza, pena l'impossibilità, per il povero demone, di uscirne poi. Corrado Govoni, nella poesia "Gli arrivi" fa un inventario di tutte le cose (astratte o meno) che possono giungere all'uomo durante la sua esistenza. Nicola Moscardelli, infine, ne "I cavalieri del silenzio" sceglie l'atmosfera fiabesca e il mistero nella narrazione degli accadimenti che scandiscono i suoi versi.
 
 
Poesie sull'argomento
Mario Adobati: "Diritto d'asilo" in "I cipressi e le sorgenti" (1919).
Diego Angeli: "In una villa lontana" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Ugo Betti: "Le notti senza luna" in "Il re pensieroso" (1922).
Gustavo Botta: "Visita" in "Alcuni scritti" (1952).
Enrico Cavacchioli: "Il convito platonico" in "L'Incubo Velato" (1906).
Italo Dalmatico: "La cheta cena" in "Juvenilia" (1903).
Giacomo Gigli: "Aspettando il vento" in "Maggiolata" (1904).
Alessandro Giribaldi: "Invito" in "Canti del prigioniero e altre liriche" (1940).
Corrado Govoni: "Gli arrivi" e "Alla sposa che viene" in "Gli aborti" (1907).
Domenico Gnoli: "Arrivo triste" in "Fra terra e astri" (1903).
Giuseppe Lipparini: "Aziyadè" e "L'ospite" in "Le foglie d'alloro" (1916).
Fausto Maria Martini: "Quando venisti..." in "Poesie provinciali" (1910).
Marino Moretti: "La domenica dell'arrivo" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Nicola Moscardelli: "I cavalieri del silenzio" e "Il convegno" in "Abbeveratoio" (1915).
Ettore Moschino: "L'ignota" in "I Lauri" (1908).
Arturo Onofri: "Oggi non usciremo: aspetteremo il frate" in "Canti delle osai" (1909).
Aldo Palazzeschi: "Corinna Spiga" in "Poemi" (1909).
Giovanni Tecchio: "Imminente luna" in "Mysterium" (1894).
Remigio Zena: "Domino grigio" in "Olympia" (1905).
 
 
Testi
AZIYADÈ
di Giuseppe Lipparini

Troppo fredda è la stanza e troppo grande.
L'abbandonata pensa che la morte,
così, presto verrà: e su le attorte
chiome non sfioriran più le ghirlande.

Non più l'amor tanta dolcezza spande
nel suo cuore; non più lieta è la sorte.
O dimora d'Eyoub dove sì forte
ell'era, udendo le parole blande!

Ella voleva rivedere il sole,
vagare ancora un poco pe 'l giardino,
l'ultima volta prima di morire,

e ascoltar de l'amato le parole.
Ma la morte verrà, poi ch'è destino.
E s'abbandona omai tra le sue spire.

(Da "Lo specchio delle rose")

venerdì 6 aprile 2012

A San Lorenzo in Lucina


Solo con Cristo nella chiesa vuota
e scura di San Lorenzo in Lucina.
Appesa sulla croce la divina
immagine del dolore umano esprime
e compatisce la mia stessa pena

e la mia crocifissa solitudine
che questa sera sanguina più sola,
più sconsolata e schiaffeggiata e affranta.
 
 








Intensissima poesia di Giorgio Vigolo (1894-1983) che esprime un profondo senso di tristezza e solitudine provato dal poeta in un momento assai difficile. Quando si rifugia (forse per dire una preghiera) in una chiesa romana, vi trova un dipinto raffigurante il Cristo in croce; subito si compie una immedesimazione tra il poeta e Gesù, entrambi in uno stato di sofferenza atroce: mentale per il primo e fisica per il secondo. Particolarmente significative sono le espressioni usate da Vigolo quando parla di una "crocifissa solitudine" che "sanguina più sola".
"A San Lorenzo in Lucina" è una poesia di Giorgio Vigolo presente nel volume "Poesie religiose e altre inedite", uscito presso Aracne Editrice in Roma nel 2001.

Poi fu la luce immensa

E allora il Cristo salì al Calvario
piangendo piangendo senza un grido,
e una folla immensa lo seguiva
silenziosa di calzolai,

e di vecchie filatrici
lavandaie e cenciosi
sciancati,
vecchi e bambini e cani
capo basso, e povere meretrici
colle carni a brandelli. E sciancati ancora.

E cani e pecore. Randagi. E cani e pecore.
E tutta una folla immensa e silenziosa,
piangendo piangendo senza un grido,
grigia, senza termine, curva.
E avanti le schiere metalliche dei soldati,
a tre a tre, sino a che non si giunse al sommo
del Calvario, sinché non si giunse
al sommo del monte,
oggi, domani, per secoli di secoli
piangendo piangendo.


 
Grande poesia di Umberto Bellintani che descrive la Via Crucis di Gesù in chiave sociale. Il Cristo è un uomo triste che soffre e piange per l'umanità vilipesa. Mentre sale verso il Calvario, dietro di lui si forma una folla immensa di esseri umani e di animali, accomunata dal dolore e dalla sofferenza, rappresentata principalmente da poveri, umili lavoratori, portatori di handicap. Tra gli animali si nominano i cani e le pecore, ovvero quelli più propensi a fidarsi dell'uomo e che simboleggiano la fedeltà e la mansuetudine. Vi si trovano, identificabili come parte più debole del genere umano, anche i vecchi, i bambini e le donne; quest'ultime rappresentate principalmente dalle prostitute con la pelle ormai consumata e quindi in condizioni pietose. La folla che segue il Cristo è interminabile, perché tale è la quantità di esseri viventi che si sono trovati in una situazione di dolore e di sofferenza profonda e interminabile. Il colore grigio della folla stessa sta a simboleggiare questo stato di tristezza perenne; il capo basso e lo stare curvi, oltre che la sudditanza verso coloro i quali tengono in scacco questi poveri esseri (nella poesia possono essere identificabili nelle "schiere metalliche dei soldati"), indica la loro infinita umiltà. La scena della Via Crucis si è ripetuta per millenni, e si ripete, e si ripeterà per milleni ancora, perché i poveri sono sempre poveri, perché a sofferenza si aggiunge ogni anno sofferenza e a dolore si aggiunge dolore. Così Gesù continuerà per moltissimo tempo a salire verso il Calvario piangendo, seguito da un numero sempre maggiore di anime tristi. Il titolo sembra però indicare la fine dell'interminabile tunnel: quella luce immensa che, dopo la fine della vita sulla Terra, annuncerà il Regno dei Cieli, dove, come ha detto Gesù nelle "Beatitudini", chi ha più sofferto troverà la sua contropartita.
La poesia "Poi fu la luce immensa" fa parte della raccolta "E tu che m'ascolti" (1963), che è stata riproposta per intero da Bellintani in un volume uscito pochi anni prima della sua morte, intitolato "Nella grande pianura" (1998).

giovedì 5 aprile 2012

Da "Notturno" di Gabriele D'Annunzio

È il giovedì santo.
Una giornata torbida. Spio le vicissitudini della luce nello specchio di contro.
Una nuvola passa. Una nuvola si dirada in boccoli come un vello tra le mani di uno scardassatore.
Il sole vien meno, e pare che tutto si freddi. Lo specchio si congela come una pozza quadrangolare.
Sotto le lane la mia pelle rabbrividisce.
Il silenzio ha la qualità del silenzio antelucano.
I campanili non hanno più voce. I bronzi, affaticati dalle vibrazioni, riposano con la bocca in giù piena d'ombra. Le corde penzolano lisciate e unte in due luoghi dalle pugna del campanaio.
Quanta tristezza sparsero su ogni ora dei miei giorni passati!
Tuttavia questo silenzio insolito non mi dà pace. La tristezza non mi viene più per l'aria, non più mi viene dall'alto. Oggi è accosciata ai miei piedi, senz'ali. Dorme, e nel sonno sussulta.

(Da "Notturno" di Gabriele D'Annunzio, Treves, Milano 1921, pp. 448-449)

mercoledì 4 aprile 2012

I sepolcri

Ardono i ceri al piede dell'altare
nelle tenebre gravi, umide, intente,
dove pur s'ode continuamente
frusciare, sgonnellare, stacchettare.

Il sol muore. Oh! non qui venni a pregare
quel nuovo Dio tra i ceri sanguinente;
io, salutando il Dio di nostra gente,
tendo le braccia all'infinito mare:

dove la vampa del suo rogo annera
fumando e il vento piange, e lo seconda
l'ululo d'accorrenti onde marine.

Stelle tu versi ad una ad una, o Sera.
Largo il pianto rampolla a la profonda
Sera, disfavillando senza fine.
 

 
Questo sonetto di Giovanni Pascoli fa parte del volume "Poesie varie", pubblicato postumo a cura della sorella del poeta, Maria, nel 1912, per le edizioni della Zanichelli. Inizialmente inserito nella prima edizione di "Myricae" (1891), ne fu escluso dal Pascoli nelle successive, compresa la definitiva. A tal proposito, è interessante leggere la nota presente in "Poesie varie", che fornisce altri dettagli sconosciuti riguardo all'origine del componimento che porta in calce la data: "Massa, 1885".

«È l'eco di una visita fatta con le sorelle alla chiesa dei cappuccini a Massa nel giovedì santo. Fu stampato in una Strenna, poi nella prima ediz. di Myricae. In seguito lo tralasciò per quel saporetto pagano contrario al suo sentimento».
(Da: "Poesie" di Giovanni Pascoli, volume quarto, Mondadori, Milano 1998, p. 158)

martedì 3 aprile 2012

Antologie: "Pasqua dei poeti"

"Pasqua dei poeti" è il titolo di un'antologia poetica curata da Giovanni Battista Gandolfo e da Luisa Vassallo e pubblicata dal'editrice Àncora di Milano nel 2003. L'opera, come si legge alla pagina 5, è dedicata a Giovanni Paolo II. È un libro molto interessante, perché vi compaiono ben 67 poeti del XX secolo più o meno noti, molto diversi tra loro per età e tipicità. Si possono leggere versi di Giovanni Pascoli e di Dario Bellezza, di Vittoria Aganoor e di Alda Merini (ma vi figurano anche quelli dei due curatori), tutti aventi a che fare con la santa Pasqua, o comunque col periodo della Settimana santa. Si nota anche una imparzialità nello spazio dedicato a ciascun poeta (ognuno può contare su un minimo di due pagine ed un massimo di tre) che viene presentato sempre in relazione all'argomento portante del libro, con brevi considerazioni sui testi poetici scelti. Ecco l'elenco completo dei poeti presenti in "Pasqua dei poeti".
 


Giovanni A. Abbo, Vittoria Aganoor Pompilj, Cesare Angelini, Angelo Barile, Renzo Barsacchi, Divo Barsotti, Dario Bellezza, Carlo Betocchi, Casimiro Bettelli, Elena Bono, Marcello Camilucci, Cristina Campo, Giuseppe Cassinelli, Giuseppe Centore, Italo Alighiero Chiusano, Girolamo Comi, Giuseppe Conte, Sergio Corazzini, Antonio Corsaro, Giovanni Costantini, Giovanni Cristini, Gherardo Del Colle, Maura Del Serra, Gigi Dessì, Danilo Dolci, Donata Doni, Enzo Fabiani, Elio Fiore, Giovanni Battista Gandolfo, Luca Ghiselli, Giovanni Giudici, Domenico Giuliotti, Corrado Govoni, Guido Gozzano, Margherita Guidacci, Marco Guzzi, Primo Levi, Mario Luzi, Biagia Marniti, Umberto Marvardi, Eugenio Mazzarella, Alda Merini, Eugenio Montale, Marino Moretti, Angelo Mundula, Roberto Mussapi, Ada Negri, Aldo Palazzeschi, Giovanni Papini, Giovanni Pascoli, Pier Paolo Pasolini, Marino Piazzolla, Lucio Piccolo, Antonia Pozzi, Rodolfo Quadrelli, Salvatore Quasimodo, Clemente Rebora, Nelo Risi, Giulio Salvadori, Rocco Scotellaro, Leonardo Sinisgalli, Giovanni Testori, Maria Barbara Tosatti, David Maria Turoldo, Giuseppe Ungaretti, Luisa Vassallo, Andrea Zanzotto.


domenica 1 aprile 2012

Primavera

Sotto la fuga leggera del vento
s'apre il ventaglio del mandorlo bianco.
Alto sta un cielo di rosa e d'argento.
Ma il cuore è stanco.



Questa lirica è presente nel volume ricapitolativo "Poesie" di Diego Valeri (1887-1976) e appartiene alla "Seconda parte" (1930-1950), ovvero alla fase della tarda maturità del poeta veneto. Poesia di stampo tradizionale (si nota la presenza delle rime), questa quartina del Valeri mostra grande maestria e un ritmo ben costruito. I primi tre versi si riferiscono alla descrizione di due immagini atte a rimarcare la bellezza della natura in primavera: il vento che agita il mandorlo in fiore (bianco) facendolo assomigliare ad un ventaglio e il cielo dai colori inusuali e affascinanti: rosa e argento. L'ultimo verso è decisamente staccato dal contesto iniziale ed esprime la stanchezza, dovuta probabilmente all'età, ma non è escluso che si tratti di una disaffezione del poeta alle manifestazioni della natura che una volta suscitavano in lui grande entusiasmo e che, col passare del tempo, sono avvertite come abituali e ripetitive.