domenica 9 settembre 2012

Strade native

E noi cammineremo nel tardo crepuscolo soli,
soli, parlando rado, stringendoci rado vicino:
l'aria sarà di perla, il cielo parrà di rubino
alto, sul piano bigio, solcato dalli ultimi voli.


E sentiremo, lente, sui margini umidi, a stuoli,
cader le foglie; o stridere un carro da un campo vicino;
da qualche porta aperta vedremo brillar di rubino
una fiammata: e china qualch'ombra su neri paioli.


Umili vite, ah bene di me più felici, più molto
felici; e sempre sempre rimaste fra i taciti olivi
presso le dolci case, sottessi i bei colli solivi
che alle sommesse case promettono il mite raccolto.


Altre ombre vengon, vedi: discendono lente, con folto
carco di rami a spalle, le strade rupestri dei clivi:
ecco: e la via maestra li accoglie tra' suoi radi olivi
donde le rade case già occhieggian di un lume raccolto.


Strade nel tardo autunno dilette a percorrere allora!
Sai tu come più lungo indugi il crepuscolo ai piani,
come più solitarie da' lor campanili lontani
piangano le campane traverso il silenzio dell'ora?


Sai tu nell'ombra le ombre? Sai tu nella strada, che odora
di cose morte, il fiato che spande Novembre sui piani,
freddo e pur anche intriso di odori di fiori lontani,
fiori in Ottobre morti che pure profumano ancora?


Cammineremo lenti. Ed io ti dirò la mia vita
che tu non sai... La vita già presso all'autunno. Mi pare
ch'io ti potrò dir tutto, ch'io ti potrò meglio parlare
così senza vederti, per via già di ombre alte vestita.


Ch'io parlerò più sereno se le tue tenere dita
intreccieranno a queste mie mani dolenti. Mi pare
ch'io ti potrò dir tutto... Tu ascoltami senza parlare,
come s'io fossi un'ombra che parla da un'ombra infinita.


Non levar li occhi. Ascolta. Mi turbano troppo i tuoi occhi
che ancor l'amore accende, cui tenta i bei cigli la gioia:
per me la gioia è morta. Conviene l'amore che muoia
anche. Tu non guardarmi. Mi par che il tuo sguardo mi tocchi.


E non voglio io sentire riaccarezzarmi i ginocchi
dalla tua veste. Adesso io son come un'ombra. E la gioia
mi ucciderebbe forse. Ah tu non vorresti ch'io muoia:
tu non guardarmi. Lascia che tutto il mio pianto trabocchi.


Pianto che niun più seppe, che troppo già pesami ormai
sul faticato cuore. Chi seppe il mio pianto? Non tu
desiderata allora, nel tempo diletto che fu
de' nostri giovani anni, delli anni che non obliai.


Lunge tu fosti. E in altri giardini ti arriser rosai:
or non tu rose porta su l'ultima mia gioventù :
quello che non è più tu sai che non fu; che non fu
mai. Noi ci amammo un tempo? Bene è: non ci amammo noi mai.


Pure è soave ancora trovarci, al pendìo della vita.
Piacquemi assai l'autunno. Non è questo, autunno? Mi pare
ch'io ti potrò dir tutto. Tu ascoltami senza parlare,
come s'io fossi un'ombra che parla da un'ombra infinita.


E fa ch'io senta solo, a tratti, le piccole dita
tue di bambina ancora sulli occhi miei colmi d'amare
lagrime. E non parlare. Non puoi consolarmi. Mi pare
che la mia pena taccia. Ma non dirmi nulla. È la vita.


(Da "Primavere del Desiderio e dell'Oblio" di Cosimo Giorgieri Contri, Lattes, Torino 1903, pp. 53-56)

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