martedì 16 ottobre 2012

Il castello e la torre nella poesia italiana decadente e simbolista

Non è frequente (se si esclude qualche caso) la presenza di castelli e di torri nelle poesie dei decadenti e dei simbolisti italiani, ma, quando c'è, in genere vuole indicare una chiusura, un arroccamento del poeta nei confronti di una società non solo ostile, ma anche incapace di comprendere od apprezzare l'opera artistica e in particolare i versi. Succede, nel caso di alcune poesie di Palazzeschi, che la scena si svolga all'esterno del castello, dove una folla guarda l'edificio con curiosità inaudita, poiché dentro di esso si narra accadano fatti incredibili; da qui si capisce che il castello (o la torre) rappresenta un luogo misterioso e inarrivabile, dove vive un'umanità spesso mitizzata fino all'inverosimile. A proposito della torre, inserita insieme al castello perché, come è evidente, quasi sempre fa parte di esso, c'è da notare che in alcuni versi si fa chiaro riferimento alla famosa "torre d'avorio", ovvero un luogo protetto e inaccessibile dove l'intellettuale si chiude per rimanere in aristocratico isolamento dal resto del mondo; altre volte essa s'identifica col sogno (si legga "La torre dei sogni" di Alessandro Giribaldi) in quanto la sua altezza permette al poeta di avvicinarsi maggiormente al cielo e, di conseguenza, all'universo, ovvero d'immergersi nel non-conosciuto o nell'inconscio.




Poesie sull’argomento

Antonio Beltramelli: "I due castelli" in "I Canti di Faunus" (1908).
Francesco Cimmino: "Su l'altura" in «La Settimana», maggio 1902.

Giuliano Donati Pétteni: "La melodia delle sette torri" in "Intimità" (1926).
Emilio Girardini: "In un castello" in "Chordae cordis" (1920).
Alessandro Giribaldi: "La torre dei sogni" in "I canti del prigioniero e altre liriche" (1940).
Corrado Govoni: "Il castello del Loengrino", "Il castello di Ofelia" e "La torre" in "Poesie elettriche" (1911).
Giuseppe Lipparini: "Il castello" in "Lo specchio delle rose" (1898).
Giuseppe Lipparini: "La torre" in "Poemi ed elegie" (1908).
Aldo Palazzeschi: "Il castello dei fantocci" in "I cavalli bianchi" (1905).
Aldo Palazzeschi: "Torre burla" in "Lanterna" (1907).
Aldo Palazzeschi: "Il mio castello e il mio cervello" in "L'incendiario" (1910).

 
 
Testi
SU L’ ALTURA
Di Francesco Cimmino

Nel silenzio della notte,
Quando via per l'aria scura
I fantasmi vanno in frotte
Seminando la paura,
S'odon voci cupe e rotte
Risonar sovra l'altura
Su cui sorge nel mistero
II castello antico e nero.

Là, una lampa fioca in pria
Or si spegne, or si raccende;
Poi, fra l'ombre della via,
Col suo rosso lume splende:
Chi da l'alto i campi spia ?
Forse è alcun che un altro attende
Ed un caro nome, invano,
Forse invoca di lontano ?

E quel lume triste e fìoco
Divampar si vede aifine:
V'è un baglior come di foco
Del Castel fra le rovine;
E già s'ode a poco a poco
Risonar su le colline,
In quell'aer fosco e muto,
Il lamento d'un liuto:

«Dama bionda, o mio tesoro,
A le mie tristezze amare
Tu sei l'unico ristoro:
Occhi azzurri come il mare,
Trecce bionde come l'oro
Che mi fate sospirare,
Voi sol bramo: solo in voi
Pose amor gl'incanti suoi!»

Poi, più nulla: nel mistero
Che ogni cosa intorno asconde.
Con quel canto lusinghiero,
Suon di baci si confonde;
Ma, ad un tratto, in sul sentiero
Fragor d'armi ecco risponde;
Fin che, in alto, non si sente
Che il singulto d'un morente...

Spunta il sol: fìn le secrete
Valli irradia il novo giorno;
Là son plaghe amene e liete,
Qui di fiori è un campo adorno:
Come un senso di quiete
Al castello spira intorno;
Ed un passero cinguetta:
Oh, che notte maledetta!


(Da «La Settimana», maggio 1902)

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