martedì 27 novembre 2012

Antologie: "I poeti crepuscolari"

Rispetto alle precedenti antologie sull'argomento, questa curata da Giorgio De Rienzo e pubblicata dalla Mondadori nel 1999 è leggermente più sintetica, visto che i poeti presenti sono soltanto dieci; viene un po' a sorpresa escluso Guido Gozzano, anche se c'è da ricordare che alcuni critici importanti considerarono il poeta di Aglié sempre al di fuori del gruppo, pur avendo la sua poesia diversi elementi che la avvicinano alla scuola poetica d'inizio Novecento. Rimangono poi fuori dall'antologia poeti come Auro D'Alba, Remo Mannoni, Guelfo Civinini e Tito Marrone, che, se pur minori, ebbero certamente a che vedere coi crepuscolari. Sorprende invece la presenza di Amalia Guglielminetti, poetessa che ebbe una relazione amorosa con Gozzano e i cui versi si distanziano di molto dalla poetica dei crepuscolari, mostrando qualche somiglianza, semmai, con quella del solo Gozzano. Si nota infine una tendenza, per alcuni poeti selezionati, a scegliere soltanto dei versi di un'opera, magari la più significativa dell'autore o quella che più rientra nel crepuscolarismo (ad esempio di Corrado Govoni vi sono soltanto poesie tratte da "Armonia in grigio et in silenzio", di Fausto Maria Martini solo quelle delle "Poesie provinciali" ecc.). Ecco, dopo l'immagine della copertina anteriore del libro analizzato, l'elenco dei poeti presenti nell'antologia di De Rienzo.
 


Corrado Govoni (pp. 27-45), Sergio Corazzini (pp. 47-65), Carlo Vallini (pp. 67-102), Amalia Guglielminetti (pp. 103-127), Giulio Gianelli (pp. 129-144), Carlo Chiaves (pp. 145-173), Fausto Maria Martini (pp. 175-192), Marino Moretti (pp. 193-220), Aldo Palazzeschi (pp. 221-241), Nino Oxilia (pp. 243-265).

lunedì 26 novembre 2012

Poeti dimenticati: Nicola Sole

Nacque a Senise, in Lucania, nel 1821 e ivi morì nel 1859. Dopo la fine degli studi nel seminario di Tursi decise di dedicarsi alla Medicina, studiandola e praticandola nella regione di nascita. Abbandonata la disciplina medica si trasferì a Napoli; qui s'iscrisse alla facoltà di Legge dell'Università partenopea e completò gli studi. Nel periodo napoletano iniziò a interessarsi di poesia, frequentando anche vari salotti letterari del capoluogo campano. S'interessò anche di politica e partecipò ai moti del 1848; per tale motivo fu costretto a fuggire per alcuni anni da Potenza dove professava l'avvocatura. Tornatovi, subì vari processi e condanne, scontate le quali tornò al suo paese natale dove finì i suoi giorni. Poeta estemporaneo, legato alla cultura popolare, scrisse opere in versi che riecheggiano i motivi di famosi poeti italiani come Monti e Leopardi, così come, in parte, di poeti europei (Byron in particolar modo).
 
 

 
Opere poetiche


"Affetti ed armonie giovanili del conte Francesco Genoino", All'Insegna di A. Manuzio, Napoli 1844.
"Il Carmelo", Tip. Raimondi, Napoli 1844.
"L'arpa lucana", Stabilimento tip. di V. Santanello, Potenza 1848 (poi Libreria Capuano Editrice, Francavilla 1984).
"Il Cantico dè Cantici" (traduzione), Stamp. del Vaglio, Napoli 1855.
"Canti", Tip. Nobile, Napoli 1858.
"Pel tremuoto in Lucania", 1858.
"Poesie inedite", A. Liccione, Melfi 1895.
"Canti di Nicola Sole", Le Monnier, Firenze 1896.
 
 
 
 
Presenze in antologie


"Nuova crestomanzia italiana per le scuole secondarie, il Settecento e l'Ottocento", a cura di Carlo Maria Tallarigo e Vittorio Imbriani, Morano, Napoli  s. d. (pp. 837-838).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1013-1017).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. I, pp. 248-256).
"Poeti minori dell'800", a cura di Giuseppe Petronio, UTET, Torino 1959 (pp. 405-406).
 


 
 
Testi


IL NEGRO

Polve è la man che sulle curve spalle,
Povero schiavo, t'imponea la grave
Soma che duri, e tu, fremente e bello
Di giovinezza eterna, ancor di lenti
Sguardi saetti e disperati il cielo.
Come l'Arte volea, penar t'è duopo
Durabilmente; ed ogni età che passa.
Ti vide indarno, o vittima deserta
Pria de l'uom poi de l'Arte! E te velaro,
Te misero locato a tanto affanno.
D'epidermide d'òr, perchè più vago
Spettacol si abbian le beate sale.
Sovra i muscoli tuoi, per l'anelante
Nudo torace, tremula balena
Dei candelabri la rifratta luce,
E armoniosa ti ricorse intorno
La canzon de' felici, e l'odoroso
Turbine de la danza: e tu, solingo
Eternamente, eternamente muto,
Sotto il tuo carco ti contorci, e fremi!
E ripensi, anelando, ai soli ardenti
Dei tuoi deserti, e de' leoni al cupo
Lungo ruggito. A voi, torride rupi,
A voi, purpuree nuvole, da tanti
Secoli, e invan, questo infelice anela!
E triste e fero d'una man contiensi
Le costole scoppianti, e puntellando
L'empia soma coll'altra, ansa, e riprova
D'una sull'altra spalla il travagliante
Granito eterno. Ma le gonfie sure,
Ma i femori depressi, e per le curve
Tibie portanti i tendini convulsi,
Ti apprenderan come sapria costui,
Sciolto ch'ei fosse, rilevarsi a fronte
Dei suoi padroni. Così forse un tempo
Vide l'artista i tuoi fratelli, o fosco
Figlio del Sol, per l'Itale marine:
Quando stridean le splendide galèe
D'empie catene, e per le nivee spume
Battean la voga de la strage ignude
Braccia d'ebano e petti invidi indarno
De l'indomito mar! Per l'aurea sera
Disperata correa de' remiganti
La selvaggia canzon verso i lontani
Regni del sole; onde movea diversa,
Ma più triste canzon da le profonde
Torri del Saraceno! Ivi gemea
L'Italo schiavo, sospirando invano
Ai sereni de l'Alpi, e del soave
Organo d'una chiesa al vespertino
Lungo lamento! Ma l'insania antica
Che l'occaso partìa da l'Oriente,
Cessava; e tutti ricordar di un biondo
Giovane Galileo che de lo schiavo
Il guinzaglio disciolse, e gloriosa
Parve la fronte del vagante Adamo,
Da qual prode si giri al gran paese
De la promessa. — O generosa donna,
Di queste inclite sale ospite bella:
Su quel granito secolar deponi
Schiuso il volume degli eterni veri;
Sì che al contatto de le sante carte
La tavola s'Infranga, e il mesto Atlante
De la sua lunga oppression respiri;
per le veglie clamorose almeno
Su le memorie dei dolori antichi
Splenda il segnai de le venture gioie.

(Da "Canti")

domenica 4 novembre 2012

Il cimitero nella poesia italiana decadente e simbolista

Il primo simbolo che viene in mente pensando ad un cimitero è ovviamente quello della morte, ed in effetti è un simbolo che ricorre spesso nelle poesie de decadenti, anche se non è il solo. Il cimitero essendo un luogo dove, per rispetto verso i morti, si parla sottovoce o non si parla affatto, è anche simbolo di silenzio (come anche le tombe e le bare). Inoltre per gli stessi motivi e per il fatto che è popolato soltanto dai defunti, esso può divenire simbolo di pace. Non di rado i poeti italiani hanno descritto i cimiteri in contesti dove c'era la presenza di neve e di gelo, questo a voler rafforzare l'idea della "fredda" morte. Ben diverso è il gusto del macabro presente in molte poesie degli scapigliati, chiaramente fine a sé stesso e non inseribile in una qualsivolgia simbologia.
 
 


Poesie sull'argomento
Vittoria Aganoor: "O morti!..." in "Leggenda eterna" (1900).
Diego Angeli: "Un camposanto" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Peleo Bacci: "Cancello aperto" in "Dai nostri poeti viventi" (1903).
Pompeo Bettini: "Nella valle sonora manca il giorno" in "Poesie" (1897).
Bino Binazzi: "La necropoli" in "Turbini primaverili" (1910).
Francesco Cazzamini Mussi: "Camposanto" in "I Canti dell'adolescenza (1904-1907)" (1908).
Giovanni Cena: "Piccola bara" in "In umbra" (1899).
Sergio Corazzini: "Il cimitero" in «Marforio», febbraio 1904.
Diego Garoglio: "Muore fiammando il giorno" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).
Cosimo Giorgieri Contri: "Clarissa" in "Primavere del desiderio e dell'oblio" (1903).
Corrado Govoni: "Sempre verdi", "Tra gli ex-voto del bosso" e "Corone funebri" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni "Nella Certosa" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Il cimitero roseo" in "Poesie elettriche" (1911).
Arturo Graf: "Quiete lunare" in "Medusa" (1990).
Enzo Marcellusi: "Colpo d'ala" in "Intensità" (1920).
Tito Marrone: "Ad coemeterium" in «Aspasia», luglio 1900.
Pietro Mastri: "Il vecchio camposanto" in "L'arcobaleno" (1900).
Giovanni Pascoli: "Notte di neve" in "Myricae" (1900).
Sebastiano Satta: "Cimitero alpestre" in "Canti barbaricini" (1910).
Emanuele Sella: "La rassegnazione" in "Monteluce" (1909).
Aurelio Ugolini "I sepolcri" in "Viburna" (1905).
Giuseppe Zucca: "Cimitero in collina" in "Io" (1921).
 
 
 

Testi
IL VECCHIO CAMPOSANTO
di Pietro Mastri

Un'alta siepe di ginepro e folta
cinge di verde, là, fuor del villaggio,
          il vecchio camposanto;
quello ove i nonni andavano una volta
come al termine fisso d'un viaggio,
          sereni, senza pianto.

Or che v'è l'altro assai più ricco e grande,
il vecchio camposanto è morto anch'esso.
          L'erba lo invade tutto.
Su qualche croce le ultime ghirlande
pendono secche; ancor, qualche cipresso
          vigila fosco a lutto.

Ma il vecchio camposanto anch'esso è morto;
morto pei morti e morto anche pei vivi.
          La sola siepe è viva;
la siepe onde oramai somiglia un orto;
e nell'autunno più, quando dai clivi
          già freddi il tordo arriva.

Allora è il tempo che su quei rametti,
irti di foglie acute come spine
          il tordo trova appesi
gli aromatici suoi aspri confetti,
le brune o verdazzurre coccoline,
          che paiono turchesi.

Allor nell'albe lacrimose e lente,
fra la nebbia che all' erbe alte s'appiglia
          con volubili forme,
s'ode un zirlo, un altro... Di repente
tutta la macchia palpita e bisbiglia...
          E il camposanto dorme.

Dorme lassù, fra quell'agreste pace,
da quella viva sua ghirlanda cinto,
          che sempre fresca dura:
dorme con i suoi morti, in un tenace
amplesso chiusi nel suo cuore estìnto.
          Lo veglia la Natura.

(Da "L'arcobaleno")

venerdì 2 novembre 2012

Poeti dimenticati: Renzo Pezzani

Renzo Pezzani nacque a Parma nel 1898 e morì a Castiglione Torinese nel 1951. Ottenuto il diploma di maestro poco più che ventenne, subito iniziò ad insegnare nelle scuole elementari; nel 1926 si trasferì a Torino dove cominciò a lavorare presso la casa editrice S. E. I. sia curando le pubblicazioni per i ragazzi, sia scrivendo opere destinate al medesimo pubblico. Negli anni '40 del XX secolo fondò le case editrici "Il Verdone" e le "Edizioni Palatine". La poesia fu sempre al centro dei suoi interessi e scrisse molte opere in versi sia in lingua madre che in dialetto parmense. Per quel che concerne la sua produzione poetica in italiano, alcuni dei suoi libri furono destinati al solo pubblico infantile; gli altri fanno emergere in modo inequivocabile il suo pascolismo, che si mostra nell'attenzione diretta alle piccole cose descritte con un linguaggio semplice e cantabile.
 

Opere poetiche in italiano

"Ombre", M. Fresching, Parma 1920.
"Artigli", ETO, Parma 1923.
"La rondine sotto l'arco", Le Muse, Torino 1928.
"L'usignuolo nel claustro", Alpes, Milano 1931.
"Angeli verdi", S. E. I., Torino 1932.
"Sole, solicello", La Scuola, Brescia 1933.
"Belverde", S. E. I., Torino 1935.
"Il sogno d'un piccolo re", S. E. I., Torino 1935.
"Cantabile", Gambino, Torino 1936.
"Il fuoco dei poveri", La Scuola, Brescia 1939.
"Boschetto", Ed. Palatine, Torino 1948.
"Innocenza", S. E. I., Torino 1950.
"Odor di cose buone", Paravia, Torino 1950.
"Poesie a due voci" (con Giuseppe Colli), Ceam, Avezzano 1951.
"Frate Luca e le noci", S. E. I., Torino 1951.
 
 
 
Presenze in antologie
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. 6, pp. 109-119).
"Poeti Novecento", Mondadori, Milano 1928 (pp. 169-173).
"Adunata della poesia", 2° edizione, a cura di Arnolfo Santelli, Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929 (pp. CCCCLVI-CCCCLVIII).
"La poesia italiana di questo secolo", a cura di Pietro Mignosi, Il Ciclope, Palermo 1929 (pp. 255-257).
"La nuova poesia religiosa italiana", a cura di Gino Novelli, La Tradizione, Palermo 1931 (pp. 330-334).
"Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940", a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947 (pp. 247-250).
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (p. 367).
"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 243-248).
 
 

Testi
SCUOLA DI CAMPAGNA


È fuori dal borgo due passi
di là del più fresco ruscello
recinta di muro e cancello
la piccola scuola di sassi.

Agnella staccata dal branco
col suono che al collo le han messo
richiama ogni bimbo al suo banco
nell’aula che odora di gesso.

C’è ancora la vecchia lavagna
con su l’alfabeto mal fatto:
lo scrisse un bambino distratto
dal verde di quella campagna.

E lei, che mi vide a sei anni,
c’è ancora. La voce un po’ fioca,
vestita d’identici panni,
la vecchia signora che gioca.

C’è ancora il vasetto d’argilla
che m’ebbe suo buon giardiniere;
è verde, fiorito di lilla,
e un bimbo gli porta da bere.

Il tempo passò senza lima
su queste memorie. Ritorno
lo stesso bambino d’un giorno
sereno, nell’aula di prima.

E in punta di piedi, discreto,
nell’ultimo banco mi metto
e canto, nel dolce coretto
dei bimbi, l’antico alfabeto.

(Da "Il fuoco dei poveri")



giovedì 1 novembre 2012

Da "Da Quarto al Volturno" di Giuseppe Cesare Abba

Il giorno dei Santi, poi quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia della stagione.
Là in faccia alla reggia, dove tutto dice che i Borboni non torneranno mai più, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio, delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso, ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La Legione ungherese faceva scorta d’onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch’essi. Noi davamo le spalle alla reggia aspettando. A un certo punto il Dittatore si alzò, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: «Soldati dell’indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell’esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo decretò per voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti...».
E allora un ufficiale cominciò a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l’improvviso ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati solennemente mai più? Furono da cento nomi d’umili ignoti o d’illustri, e a ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si difondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.

(Da "Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille" di Giuseppe Cesare Abba, Acquaviva, Milano 2007, pp. 284-285)