lunedì 31 dicembre 2012

Da "Il Piacere" di Gabriele D'Annunzio

L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

(Dal Libro I, cap. I di "Il Piacere" di Gabriele D'Annunzio)

sabato 29 dicembre 2012

Previsioni

Il 2013 sarà l'anno della stangata
Il 2013 sarà un anno di crescita per le Borse
Il 2013 sarà l'anno europeo dei cittadini
Il 2013 sarà "l'anno delle comete"
Crisi: il 2013 sarà peggio del 2012
Consumi: il 2013 sarà un anno orribile
Cambiamento climatico: il 2013 sarà forse il più caldo degli ultimi 160 anni
Nel Web per il 2013 sarà lotta a 4: Apple, Amazon, Google e Facebook
Nel 2013 sarà Rai contro YouTube?
Monti: "Il 2013 sarà un anno in crescita"
Bersani: "Il 2013 sarà ancora un anno difficile"
Grillo: "Il 2013 è un anno che vale la pena di essere vissuto"
Rajoy: "Il 2013 sarà duro, ma non chiediamo aiuto a Bce"
Helle Thorning-Schmidt: "Il 2013 sarà l’anno delle riforme"
Federici: “Il 2013 sarà l'anno dei cantieri"
Zamparini: "Il 2013 sarà l'anno della rinascita del Palermo"
Il 2013 sarà l'anno delle azioni?
Il 2013 sarà l'anno dell'auto elettrica?
Il 2013 sarà un altro anno orribile per il lavoro?
Il 2013 sarà l'anno del nuovo stadio della Fiorentina a Novoli?
Nel 2013 nevicherà a Roma
Nel 2013 salirà la disoccupazione
Nel 2013 ci sarà il TFA
Nel 2013 solo bancomat
Nel 2013 facebook chiude
Nel 2013 si pagherà l'IMU
Nel 2013 uscirà la nuova Punto
Nel 2013 resusciterà l'Uomo Ragno
Nel 2013 ci saranno disordini e rivolte
Nel 2013 ci sarà la ripresa
Nel 2013 ci sarà l'election day
Nel 2013 ci sarà l'eruzione solare
Nel 2013 ci sarà un modo per vedere le Spice Girls di nuovo tutte insieme
Nel 2013 ci sarà il Gran Premio del New Jersey
Nel 2013 autostrade più care
Nel 2013 aumentano le pensioni minime
Nel 2013 crescerà l'economia tedesca...

...e si potrebbe continuare.



mercoledì 26 dicembre 2012

L'inverno nella poesia italiana decadente e simbolista

Leggendo i versi dei poeti italiani attivi tra il ventennio che precede il XX secolo e quello che lo segue, ovvero nel periodo in cui si svilupparono alcune correnti artistiche e poetiche molto importanti (il simbolismo su tutte) e, cosa fondamentale, tutte collegate tra loro, si notano parecchi riferimenti alla stagione invernale, con molte descrizioni di paesaggi gelidi e spettrali, che assurgono a simboli piuttosto specifici e facilmente identificabili. La morte è quello più evidente. Se però è vero che in inverno si esaurisce il ciclo vitale della natura e molti esseri viventi o muoiono o si addormentano in attesa della rinascita primaverile, non è quasi mai questo il bersaglio dei poeti presi in esame; per costoro infatti la morte è riferita alla loro anima. Il motivo di tale, triste evento è possibile ricercarlo in svariati fatti della vita: una delusione amorosa, la fine delle illusioni giovanili, lutti o gravi eventi personali; ma non è da scartarsi che questa propensione all'aridità spirituale nasca da convincimenti filosofici sul significato (o, meglio, sul non significato) della vita umana; non a caso, una poesia di Guido Gozzano, compresa ne "I colloqui", che s'intitola "Invernale", mostra in maniera inequivocabile il pensiero nichilista del poeta piemontese, anche se la presenza dell'inverno e, specificatamente, del ghiaccio, è solo un pretesto per metterlo in luce. Ecco al dunque una serie di poesie sull'inverno che spaziano più o meno nell'arco di un quarantennio e che rispecchiano le tendenze letterarie di un'epoca irripetibile per originalità e fascino.
 
 
 
PAESAGGIO
di Luigi Gualdo (Milano 1847 - Parigi 1898)


Senza rumore, immacolata e lieve,
Sovra il ghiaccio del lago smerigliato
In linee lunghe scende ognor la neve
E bianco sembra l'aere rigato.

E fino agli orizzonti indefiniti
Tutto è candore. In sulle opposte rive
Pendono gigantesche stalattiti
Coperte di diamanti e luci vive.

Si disegnano i rami delle piante
In bianco sovra il cielo grigio e smorto.
I fiori son spariti e tutte quante
Le frondi e l'erbe. Ed ecco tutto è morto

Per un tempo e sepolto nell'inverno.
Così tace talora ogni desìo
E sembra spento pure ciò ch'è eterno
Sotto il manto di neve dell'oblìo.

(Da "Le nostalgie", Casanova, Torino 1883)
 
 

 
 

A LORENZO DELLEANI
di Giovanni Camerana (Casal Monferrato 1845 - Torino 1905)


A quest’ora, Lorenzo, il Santuario
Del tuo intelletto e del cor mio, le arcate
Grigie, i calmi cortili e la chiesuola
Sembrano tombe;

Quattro palmi di neve, un ciel di morte,
Chiuso il dì nella bruma orrida, cupe
Più che un abisso le notti, entro i quattro
Palmi di neve;

E per gli intercolunnii del Juvara
Gemon le tube della tramontana
Lugubremente; e son, nel freddo atroce,
Gli atrii deserti.

Così, Lorenzo, nel crescente inverno,
Nella profonda sua conca di monti,
Il Santuario che adoriam sonnecchia
Triste in quest’ora;

Ma nella chiesa, dietro il queto altare,
Tra i fior, tra i lumi della cripta d’oro,
Sovra la gloria degli incensi e sovra
L’onda dei canti,

Versa dal trono il pio grave sorriso
La statua negra; fùlgura il triregno
Imperial, fiammeggia il largo petto
Pien di diamanti;

Gitta fuoco i rubini, gli smeraldi
Paion remoti astri notturni, e splende
Come un tramonto d’autunno, il topazio;
La perla è un’alba;

Così ancor splende, nel crescente inverno
Del duolo mio, la indeprecabil notte
Vincendo, arcano sole, un fascinante
Sguardo di sfinge!

(Da "Poesie", Einaudi, Torino 1968)
 
 

 
 
TERRIBIL SIRENA INVERNALE
di Enrico Panzacchi (Ozzano dell'Emilia 1840 - Bologna 1904)


Par dentro alla neve, tra gli alberi,
la piccola casa sepolta.
Tu canti; e non sai nella tenebra
chi fuori, pensoso, t'ascolta;

t'ascolta cantare, cantare
in mesti volubili metri.
Rosseggian riflesse nei vetri
le fiamme del tuo focolare.

Ho freddo. Nei sensi, nell'anima
mi filtra un affanno mortale.
Tu evochi le care memorie,
terribil sirena invernale!

Danno echi d'angoscia e di pianti
gli avori del tuo pianoforte;
un tetro pensiero di morte
esala ne' dolci tuoi canti.

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1908)
 
 
 


 
GIORNO D'INVERNO A LUNGHEZZA
di Diego Angeli (Firenze 1869 - Roma 1937)


Scende sui campi tacita la neve.

Tra gli olmi senza foglie ove gli amanti
non vengon più ridendo a passeggiare,
(quante volte a primavera e quanti
trilli di cince invitano ad amare!)
S'odono i corvi a torme crocidare
sulle rame al riparo della neve.

E la neve discende come un bianco
velo, sui campi dove tutto è muto.
Il cielo è bianco ed il terreno è bianco
morbido come un manto di velluto.
Sembra un grande paese sconosciuto
nel dominio dei ghiacci e della neve.

Io penso una goletta prigioniera
chiusa fra i ghiacci sulla via del Polo;
non un àlbatro giunge per la nera
notte al naviglio abbandonato e solo.
È come un punto sperso entro quel suolo
fragile, nel deserto della neve.

(Da "La Città di Vita", Tip. dell'Umbria, Spoleto 1896)
 

 
 
 
INVERNO
di Vincenzo Morello (Bagnara Calabra 1860 – Roma 1933)


Solo, un albero vive, flagellato,
ne la nivea campagna, e le contorte
braccia dal tronco ne la nebbia avvolto,
come una croce, lunghe e nere espande.
Giganti nubi mostruose il cielo
velocemente corrono, mutando
forme e colori. Su le nubi, un brano
d'arcobaleno. In lontananza, l'eco
di lunghi tuoni, giù, verso ponente.
Io guardo e odo, stupefatto. Ei pare
che fuor di me, ne la tempesta, intorno,
il morto mondo dell'anima mia
riviva ancora. Quelle nubi nere
non son le tristi imagini del cuore
innamorato? Fra le nubi l'eco
lontana, non è l'eco del mio grido
di spavento? Non è quell'infelice
albero rotto il vergin mio pensiero
in un perenne martirio di vita?

Io guardo ed odo. E uno sgomento fiero
mi assale, mentre incalza la tempesta,
nel sentir fuor di me l'anima mia.

(Da "Pulvis et umbra", Forzani, Roma 1897)
 
 
 

 

I SANTI DI GHIACCIO
di Pier Angelo Baratono (Roma 1880 - Trento 1927)


Tre santi, tre signori
di ghiaccio, tre pallori,
dormon, gli occhi socchiusi, dentro grotte
lontane, e solo a notte
sporgono fuori i volti.
Stanno d'attorno accolti
accidiosi e torpono i paesaggi.

Attendono quei saggi
l'inverno per lasciare la dimora.
Poi vanno, ove scolora
la neve in bianco i campi ed i paesi,
a chiedere cortesi
un rifugio alle genti.
Ma dovunque si volgan quegli accenti,
ghiaccian uomini e cose.

Cercano popolose
contrade, e per le ville
lasciano a mille a mille
le vittime. Colpite
di gelo, irrigidite
formano lunghe file sul cammino.
Volgon le piante in pietre: e l'occhio sino
all'estremo confine
scorge solo rovine
di cose già vissute ed ora morte.
Ma quando le sue porte
apre nel cielo primavera, scioglie
il sole dalle spoglie
rigide quei ghiacciati.

Tornano allora i tre agli abbandonati
luoghi e alle grotte,
donde soltanto a notte
sporgono i visi bianchi.
Quivi riposan quei tre corpi stanchi,
sin che li chiami un nuovo
inverno fuori del lontano covo.

(Da "Sparvieri", Montorfano, Genova 1900)
 


 
 
 
INCIPIT VITA NOVA, III
di Pietro Mastri (Firenze 1868 - ivi 1932)


L' alba, una vasta ondata
di luce limacciosa,
tra un fluttuar di nubi senza posa,
ecco, allagava a poco a poco il cielo
di livido chiarore.
L'alba d'inverno, l'alba desolata;
muta, senza colore,
e senza un dolce sussurrar di fronda
e senza un cinguettìo che gli risponda;
sparsa di fiori morti, i fior del gelo!

Pur, come venne il giorno
melanconicamente,
io non mi vidi attorno
se non festosa gente.
Parea che il cuore prono
degli uomini, a siffatto ben non uso
e grato come d'un immenso dono,
levasse in alto, oltre quel cielo chiuso,
l'inno più lieto che levar si può.

(Da "L'arcobaleno", Zanichelli, Bologna 1900)
 

 
 

 
SOLE INVERNALE
di Arturo Graf (Atene 1848 - Torino 1913)


Candida e lieve le indurate ajuole
Copre la neve e il nudo poggio e i prati:
Rosseggiando, fra gli alberi sfrondati
Traluce l’occhio del cadente sole.

Il sanguigno fulgor, che incerto e breve
Tra i negri rami intirizziti splende,
Falde d’accesa porpora distende
E lembi d’oro sulla bianca neve.

Terra, il novo saluto e le promesse
Del sol ricevi: ancor rinverdirai;
Ancor, sciolta dal gel, ti coprirai
Di vaghi fiori e di gioconda messe.

Ma tu, mio cor, tu dall’antico lutto
Mai più, mai più non ti sciorrai. Che giova
Il sole a te? mio cor, chi ti rinnova?
Tu non darai mai più fiore né frutto.

(Da "Morgana", Treves, Milano 1901)
 
 
 

 

NOTTE D’INVERNO
di Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna 1855 - Bologna 1912)



Il Tempo chiamò dalla torre
lontana... Che strepito! È un treno
là, se non è il fiume che corre.

O notte! Né prima io l’udiva,
lo strepito rapido, il pieno
fragore di treno che arriva;

sì, quando la voce straniera,
di bronzo, me chiese; sì, quando
mi venne a trovare ov’io era,
     squillando squillando
     nell’oscurità.

Il treno s’appressa... Già sento
la querula tromba che geme,
là, se non è l’urlo del vento.

E il vento rintrona rimbomba,
rimbomba rintrona, ed insieme
risuona una querula tromba.

E un’altra, ed un’altra. - Non essa
m’annunzia che giunge? - io domando.
- Quest’altra! - Ed il treno s’appressa
     tremando tremando
     nell’oscurità.

Sei tu che ritorni. Tra poco
ritorni, tu, piccola dama,
sul mostro dagli occhi di fuoco.

Hai freddo? paura? C’è un tetto,
c’è un cuore, c’è il cuore che t’ama
qui! Riameremo. T’aspetto.

Già il treno rallenta, trabalza,
sta... Mia giovinezza, t’attendo!
Già l’ultimo squillo s’inalza
     gemendo gemendo
     nell’oscurità...

E il Tempo lassù dalla torre
mi grida ch’è giorno. Risento
la tromba e la romba che corre.

Il giorno è coperto di brume.
Quel flebile suono è del vento,
quel labile tuono è del fiume.

È il fiume ed è il vento, so bene,
che vengono vengono, intendo,
così come all’anima viene,
     piangendo piangendo,
     ciò che se ne va.

(Da "I canti di Castelvecchio", Zanichelli, Bologna 1903)
 
 

 
 
RIME DELL'INVERNO
di Sergio Corazzini (Roma 1886 - ivi 1907)


Dolce l'autunno tanto
che pensammo un ritorno
al più soave giorno
d'aprile! Quale incanto

diffuse primavera
oltre i tiepidi orti
che la chiudon? ne porti,
autunno, la leggiera

anima nel tuo cuore
vecchio? C'è qualche cosa
di lei che l'angosciosa
morte con te oggi muore.

Non la tenne un'acuta
nostalgia di fiorire,
una voglia di aprire
le porte di ogni muta

villa, i cancelli di ogni
giardino, ormai diserto,
e dopo avere aperto
tutto, ridere in ogni

angolo il fresco riso
della sua giovinezza,
godere la tristezza
del vecchio inverno irriso?

Anima folle! Stanco
il dolce autunno cede.
e l'occhio tuo non vede
un lenzuolo bianco,

immenso come il cielo,
che si stende, si stende?
Non senti in cuore scendere
quasi mortale un gelo?

Come tenne l'inganno
le nostre anime, forte!
Sognavamo alla morte,
il principio dell'anno!

(Da «Gran Mondo», 26 novembre 1904)
 
 
 

 

LA NOTTE D'INVERNO
di Tito Marrone (Trapani 1882 - Roma 1967)


Non s'ode altro rumore nel silenzio
che d'una polla il roco
     gorgoglio. Fioco
lume le stelle mandano.

Vigilano nell'ombra immoti gli alberi,
e non trafiata vento.
     Gemere sento,
come ferita, l'anima.

Silenzio. Più non tremano
stelle nell'alto cielo.
     Profondo gelo
tutte le membra invademi.

Silenzio. Più non brontola
l'acqua. Ogni cosa è morta.
     S'apre una porta,
per me, nell'Ade pallida.

(Da "Liriche", Artero, Roma 1904)
 
 
 

 

MATTINO D'INVERNO
di Augusto Ferrero (Bologna 1866 - 1924)


Il sole sorge dietro la collina,
Destansi al riso luminoso i tetti
dal biancheggiar della notturna brina.
Paiono, nella limpida mattina,
rinnovellarsi i circostanti aspetti:
e fra un tumultuar dolce di affetti
tu emergi: e il cuor, tremando, a te si inchina.
                                                                   
                                                                                     Natale 1894.
(Da «Nuova Antologia», 16 settembre 1906)
 
 
 

 

ALBA D'INVERNO
di Antonino Anile (Pizzo Calabro 1869 - Raiano 1943)


Odo: par che un'ignota pianga
anima sgomenta:
che batta pei morti una vanga,
nel freddo rovaio che venta;

pare che una cetra sonora,
sotto stanche dita,
s'infranga, d'un tratto; che l'ora
suoni di un'angoscia infinita.

Una nebbia opaca diaccia
finge atri fantasmi.
Nudi i rami d'alberi braccia
paiono contorti da spasmi.

Il cielo basso, tra lo strappo
delle nubi grige,
mi sembra un funereo drappo
che serbi del mondo l'effige.

Occhi vitrei, nel dubbio lume,
si guardan tra loro.
Dove, o sole, fluttua il fiume
della tua grande anima d'oro?

A tratti, un gelido torpore
mi pervade i sensi.
O sole, o sole, che il mio cuore
naufraghi nei tuoi flutti immensi!

(Da "La croce e le rose", Ricciardi, Napoli 1909)
 
 

 
 

PELLEGRINAGGIO INVERNALE
di Carlo Chiaves (Torino 1882 - ivi 1919)


L'altro giorno - non so da qual coraggio
l'anima a un tratto mi sentissi invasa -
son tornato a la tua piccola casa
coi miei ricordi, in pio pellegrinaggio.

Sono tornato quasi in sogno: attratto
da quel senso che si compiace e appaga
come di un gioco, di inasprir la piaga,
di ravvivarla, in fondo al cuor disfatto.

Varcato il fiume, presi, lento, lento,
a salir per la via de la collina:
splendeva il sole e tanta era la brina
che ogni ramo parea quasi d'argento.

Ho rivista la panca, tutta verde
di musco; il ponticello; la fontana
ghiacciata: più non canta in voce umana
e solo a goccie giù l'acqua disperde.

Giunsi e varcai la soglia: che deserto,
il giardino! che schianto! le tue rose,
morte! e i gerani! quante morte cose!
Una donna è venuta, che mi ha aperto.

Son salito a la tua camera: nuda
come un sepolcro, tutto chiuso, oscuro!
proprio di fronte al letto, contro al muro
sai che ho trovato? una donnetta nuda!

Quella ch'io t'ho mandato, e su cui c'è
scritto... ma tu lo sai cosa c'è scritto!
io me la son ripresa, zitto, zitto,
se non ti spiace, la terrò con me.

Son ridisceso, errando pel giardino
vivo sol di memorie, quasi un'ora.
La vecchietta mi ha chiesto - E la Signora? -
Non risposi: rimasi a capo chino.

Pure comprese: tentennò la testa,
poi disse piano, ma in tono profondo:
- Come l'estate passa presto al mondo!
Solo l'inverno e la miseria restano! -

Che tristezza, che angoscia, nel ritorno!
Guardava io pei giardini ampi e deserti,
e tutti i luoghi mi pareano esperti
di tradimento e di pietà, quel giorno!

Cadea la sera. In basso, fra le brume,
per le tremule fiamme dei fanali,
si costellava la città di opali.
Qualche bagliore si frangea, nel fiume.

Pur, mentr'io mi sentiva il cor più stretto
da le angoscie de la malinconia,
vidi due amanti, a basso de la via,
salirne verso me, lenti, a bracetto.

Pensai - Forse ridesto da l'eterno
rimpianto, il sogno di qui mi fa ritorno? -
Ma lei diceva - Già declina il giorno:
che peccato che duri ancor l'inverno!

- Ascolta, amico, ascolta! - Ebben, che vuoi? -
- Quanta serenità! che bella sera!
ritorneremo questa Primavera?
- Cara! - ei ripose - E prima, certo! - e poi!

(Da "Sogno e ironia", Lattes, Torino 1910)
 
 

 
 

UNA SERA D'INVERNO ALLA FINESTRA
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Ortonovo 1871 - Genova 1919)


                               ... Una divina
malinconia mi bacia, e di sua ombra
mi ravvolge. Io sospiro. E il mar, intanto,
già irrequieto, sotto il pallor lento
de l'occaso sereno illividisce
e il gemer cresce. Quel mutar del giorno
ne la notte, io pendendo a la finestra
immobil seguo e una tristezza eterna
con disperata illusion ne libo.
Alcun forse, guardando, mi potrebbe
creder un sasso, così giunto io sono
al davanzale; o forse un vaso spoglio
di rametti e fiori, o forse un'ombra,
ma non un uomo: né pensier né cuore.
E il Tirreno s'infosca, e giù da monti
il vento con garrir lungo vi spazia;
e già la notte, i promontori, e i golfi
e le riviere oscuramente addensa
a l'orizzonte che s'appressa; e un astro
piange su quel deserto. Ahi! Che più vasta
solitudine è il cuor; né vi risplende
balen di stella; sol dubbi e ricordi
vi rimescon lor ansia con un lento
urlo di fiotti su deserto lido,
una sera d'inverno...

               una sera d'inverno, Lavagna, 1907

(Da "Sonetti e poemi", Traversari, Empoli 1910)
 
 

 
 

INVERNI DI PROVINCIA
di Arturo Foà (Cuneo 1877 - 1944)


Oggi vi penso, inverni di provincia,
nelle tepide stanze, sulle strade
ove la neve a larghi mucchi gela.

Melanconia dei brevi giorni, e cara
dolcezza delle taciturne sere
fra il camino e la tavola, nel raggio
della centenne lampada custode!

Parton dal fuoco piccole parole,
onde, chi veglia, dal suo mover d'aghi,
o dal suo studio a brevi tratti sosta,
ed ascoltando, ad occhi aperti, sogna.

(Da "Le vie dell'anima", Lattes, Torino 1912)
 
 

 
 
LA VILLA D'INVERNO
di Diego Garoglio (Montafia 1866 - Asti 1933)


                                                          a Pier Lodovico Occhini

Chiusa, muta la villa solitaria
che guarda la città, la valle, i poggi
al vespero nell'aria
frigidamente adamantina roggi.

Irrigiditi gli alberi del parco
a guisa di cadaveri, la fonte
irrigidita, il varco
d'ogni recesso aperto a l'orizzonte.

Quanta tristezza! E memori del sole
i fiori nella vitrea tepente
prigione: le viole,
i mughetti, una rosa invano aulente

nella prigione per sfiorire invano!
Ma gaudiosamente, amico, il viso
tuo disse: "Per la mano
di lei son tutti per un suo sorriso!"

E il cuore a te fiorìa come un giardino
olezzante, nel sogno dell'amore,
e il vespero un mattino
ti parea, l'aria frigida un tepore

di primavera Ma triste la villa
pareva a me nella fredda agonìa
del giorno, una pupilla
trasognata ne la malinconìa!

Arezzo-Firenze, gennaio 1899.
(Da "Sovra il bel fiume d'Arno", Zanichelli, Bologna 1913)
 


 
 
 
SOLE D'INVERNO
di Arturo Onofri (Roma 1885 - ivi 1928)


Solicello d'inverno, al cui tepore
escono le vecchiette dalle tane,
e sognano gl'infermi sulle altane,
trepitando in un intimo stupore;

solicello invernale, o meraviglia
di colori, di musiche e di feste,
per tutti, ovunque, dopo le tempeste
e il freddo e il grigio tedio e la fanghiglia;

solicello d'inverno, ognun dà fede
oggi alla vita, e beve alla sua fonte
liete speranze, come chi non vede
le nuove nubi in fondo all'orizzonte.

Solicello giulìo, come sui tetti
si riscaldano i gatti sonnecchiando,
voglio anch'io fra i miei sogni prediletti
oggi poltrire in un languore blando.

(Da "Liriche", Ricciardi, Milano-Napoli 1914)
 
 
 
 

IMPRESSIONE INVERNALE
di Sandro Baganzani (Verona 1889 - ivi 1950)


Di là della strada fangosa
nel bosco di pini
che cupo dentella i confini
del'orizzonte,
sta sepolto un villaggio.
Non si senton cantare
campane: anima viva
non si vede camminare:
è il villaggio della favola?

Solo talvolta cigola
un carro:
(qual mano esangue
regge l'ànsima
dei cavalli decrepiti?)
Solo talvolta un cane
randagio, il naso all'aria,
viene dal villaggio
via per la campagna
solitaria.

Branchi di corvi
indolenti
spiegano allora il volo stanco
come uno sgorbio nero
nella sinfonia
del bianco.

E non si senton cantare
campane: anima viva
non si vede camminare.
È il villaggio della Morte?

(Da "Arie paesane", Taddei, Ferrara 1920)
 
 

 

 
INVERNO
di Francesco Cazzamini Mussi (Milano 1888 - Baveno 1952)


Nel mattino,
muovo per la campagna
deserta,
e ben che piana, un'erta
mi sembra o di montagna
faticoso cammino.

Pochi alberi spogli
per la terra crepata
dal gelo...
Nell'aria, non un belo;
ogni fonte seccata...
Mediti, Inverno, la tua nevicata?
Solo per quel silenzio,
cosa triste a vedere,
un vecchio che un braciere
prepara. E ha freddo, il vecchio!
Un immobile specchio
gli fa dintorno il ghiaccio.
E a lui sembran le dita
morte, e la mano stanca:
uno straccio.
Per la campagna bianca
non un soffio di vita.

O tu, grigio spazzino
che copri le lordure
e raduni le spoglie
dell'autunno, non basta
abbruciarle nel fumido mattino
denso di nebbie impure.
C'è qualcuno che aspetta,
affretta, affretta!

Oh, l'enorme catasta!

Poi, senza dir parola,
dar fuoco a rami e a foglie,
ché l'allegra fiammata racconsola.
È la vita o una selva?
Amici, non lo so,
ma quello ch'ora brucia,
lingueggiante falò,
è un abisso di porpora,
è una marea di fuoco
che rugge come belva...
Il nome conta poco...

Più tardi,
o mio vecchio spazzino,
senza tanti riguardi
tua moglie arriverà...
La tua dolce moglietta,
magra, tutt'ossa,
che aspetta aspetta aspetta,
e accende il lumicino,
dalla fiammella rossa,
oppur scende dal monte
per riderti sul muso,
vecchiettino camuso;
e poi ti bacia in fronte,
e poi ti stringe forte...
È tua moglie? Chissà, forse è la morte...

(Da "Il cuore e l'urna", Treves, Milano 1923)
 
 
 

 

MATTINO D'INVERNO
di Gian Pietro Lucini (Milano 1867 - Breglia 1914)


Sul monte un manto d’oro
S’infrangia di porpora:
massiccio e bizzarro tesoro.
Il lago s’invermiglia.

Conca di prato:
sopra il suolo gelato
l’erba è rossa.

Conca di valle:
il Cimitero è brullo come il prato
immobile e ghiacciato.
Ma i morti non patiscon le pruine.

Il muricciuolo del Cimitero
è breve, è candido,
si riscalda al sole.
Dei vecchi fra poco verranno
ad appoggiarvi le terga:
balbetteranno come fanciulli,
avran parole vane, strambe e lente,
sono dei mesti pezzenti
sdrusciti dalla lunga fatica della vita:
e si riscalderanno.

L’alberi si riveston di giojelli:
i più belli e i più smaglianti
sono i più caduchi.

Sul monte d’oro
si ricama il lavoro
delle preziosità del sole.

Le fanciulle si riguardano in volto
coll’occhio aperto:
una sincera speranza sfavilla.

E quei vecchi balbettano.

Questa notte
passò nel Cimitero
una processione.
Un Cristo crocefisso avea schiodato
le membra e s’era alzato sanguinoso.
Un mantello di neve ingiojellato
imperialmente lo ricopriva.
Molti bambini traeva con lui.
Il Cimitero non si è turbato,
e non l’ha udito, non l’ha sentito;
l’ossa dei morti non l’han riconosciuto.

A mezzanotte la processione passò;
ritornerà timida e imbarazzata.
Le fanciulle hanno l’occhi nel sole.

Vedi, sacerdotalmente, la Cima pontificare
nella limpidità fredda del cielo,
vestita a festa d’una dalmatica
ingiojellata di stalattiti.
A mezzo un cingolo di nebbie la fascia,
trine leggere di velo.
Il lago brilla verd’oro e rosso
tra l’uno e l’altro dosso
d’oscure e insanguinate malachiti.

(Da "Le Antitesi e le Perversità", Guanda, Parma 1970)

lunedì 17 dicembre 2012

L'albergo

Tito Marrone
Naufrago nella notte di Natale
in una scialba camera d'albergo
dinanzi alla candella
che guizza e fuma...
E, mentre si consuma
l’anima ad ascoltare il tristo vento
che schernisce sul tetto
la magra pioggia,
di là l’ostessa con la voce chioccia
litiga in suo gergo maledetto.

Pace, ostessa! A quest’ora, nelle chiese
del mio paese,
s’inazzurra la messa di Natale,
brulicano i lumini dei presepi.
I Re Magi viaggiano
lungo le siepi,
dietro la stella di fili d’argento,
verso la capannuccia di Gesù:
brontola il vento e la neve vien giù.
Or dove mai sarà
quel piccolo pastore
che alla sua rammendata cornamusa
appendeva il mio cuore?
Dove, la stella di fili d’argento?
Dove son io fanciullo?
Il mio presepio è brullo,
abbandonato, spento.
 
 
La poesia sopra riportata è di Tito Marrone (Trapani 1882 - Roma 1967), poeta crepuscolare, autore di pochi volumi di versi e di qualche opera teatrale, oggi quasi dimenticato del tutto. "L'albergo" fu scritta dal poeta trapanese tra il 1904 ed il 1906, e avrebbe dovuto far parte di un libro intitolato "Poemi provinciali" che, pur se annunciato e preparato dal Marrone, rimase inedito. "L'albergo" comparve così per la prima volta soltanto nel 1957, in un'antologia di G. A. Pellegrinetti dal titolo "Un secolo di poesia". L'argomento di questi versi, come si può ben capire, è il Natale; una notte di Natale molto triste per il poeta, che si trova solo, in una stanza di un albergo di una città lontana dalla sua, lontano dai suoi cari e da qualunque persona amica. A rendere ancor più mogio l'evento natalizio ci si mette anche il cattivo tempo che, insieme alla voce minacciosa e irritata dell'ostessa, intenta in un'altra stanza a litigare con chissà chi, immette nell'animo di Marrone un grande desiderio di pace e di amore, che si aiuta a ricreare pensando ai lontani anni della sua infanzia, quando il Natale era una festa vera, fatta di tante piccole (e pur grandi) cose che ormai non esistono più, se non nella mente del povero poeta che le ricorda struggendosi.


domenica 16 dicembre 2012

Da "Vita di Gesù" di Ernest Renan

Gesù nacque a Nazareth, piccola città della Galilea, che prima di lui non ebbe celebrità. In tutta la sua vita egli fu designato col nome di «Nazareno». Solo un rigore discutibile si propone la sua nascita, nella leggenda, a Betlemme. Vedremo il motivo di tale supposizione, conseguenza necessaria della parte messianica a Gesù attribuita. Ignorasi la data precisa della sua nascita ma accadde sottoi il regno di Augusto, verso l'anno 750 di Roma, probabilmente qualche anno avanti il primo dell'era, che tutti i popoli civili fanno decorrere dal giorno in cui nacque.
Il nome impostogli di Gesù (Jesus) è un'alterazione di Josuè, nome assai comune. Più tardi naturalmente s'andò cercando misteri e allusioni alla sua parte di salvatore. Forse egli stesso, come tutti i mistici, a tale proposito si esaltava l'animo. Nella storia certe grandi vocazioni talvolta sono occasionate dal nome imposto a un fanciullo senza secondi fini. Le ardenti nature non si rassegnano mai. Vedono nel caso quello che le riguarda. Tutto è regolato da Dio. Nelle più insignificanti circostanze credono di scorgere un segno della volontà suprema.

(Da "Vita di Gesù" di Ernest Renan, Newton Compton, Roma 1990, p. 21)


sabato 15 dicembre 2012

Il freddo in 20 brani letterari

I.

E Johnny entrò nel ghiaccio e nella tenebra, nella mainstream del vento. L'acciaio delle armi gli ustionava le mani, il vento lo spingeva da dietro con una mano inintermittente, sprezzante e defenestrante, i piedi danzavano perigliosamente sul ghiaccio affilato. Ma egli amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio, e la lontananza e la meschinità della sua destinazione, perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà.

(Da "Il partigiano Johnny" di Beppe Fenoglio)
 
 
 

II. ALLEGRIA

Faceva freddo. Il vento
mi tagliava le dita.
Ero senza fiato. Non ero
mai stato più contento.

(Da "Tutte le poesie" di Giorgio Caproni)
 

 
 
III.

Era mattina. Me ne stavo nella postazione piu avanzata sopra il ghiaccio del fiume e guardavo il sole che sorgeva dietro il bosco di roveri sopra le postazioni dei russi. Guardavo il fiume ghiacciato da su dove compariva dopo una curva fin giù dove scompariva in un'altra curva. Guardavo la neve e le peste di una lepre sulla neve: andavano dal nostro caposaldo a quello dei russi. "Se potessi prendere la lepre!", pensavo. Guardavo attorno tutte le cose e dicevo: - Buon Natale! - Era troppo freddo star lì fermo e risalendo il camminamento rientrai nella tana della mia squadra. - Buon Natale! - dissi, - buon Natale!

(Da "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern)
 
 

 
IV. VENNERO I FREDDI

Vennero i freddi,
con bianchi pennacchi e azzurre spade
spopolarono le contrade.
Il riverbero dei fuochi splendé calmo nei vetri.
La luna era sugli spogli orti invernali.

(Da "Le poesie" di Attilio Bertolucci)
 
 



V.

Il treno viaggiava lentamente. Comparvero a sera villaggi bui, apparentemente deserti, poi scese una notte totale, atrocemente gelida, senza luci in cielo né in terra. Solo i sobbalzi del vagone ci impediva di scivolare in un sonno che il freddo avrebbe reso mortale. Dopo interminabili ore di viaggio, forse verso le tre di notte, ci arrestammo finalmente in una stazioncina sconvolta e oscura.
Il greco delirava (parlava di velieri, coste e mari...): degli altri, quale per paura, quale per pura inerzia, quale nella speranza che il treno ripartisse presto nessuno volle scendere dal vagone.
Io scesi, e mi aggirai nel buio col mio bagaglio ridicolo finché vidi una finestrella illuminata. Era la cabina del telegrafo, gremita di gente: c'era una stufa accesa. Entrai, guardingo come un cane randagio, pronto a sparire al primo gesto di minaccia, ma nessuno badò a me.
Mi buttai sul pavimento e mi addormentai all'istante, come si impara a fare in Lager.

(Da "La tregua" di Primo Levi)
 


 
VI. NOTTE BOLSCEVICA

Noi eravamo soli nella stanza
d'ingresso d'una casa abbandonata,
un poco antica. Spenta era la stufa.
Deserta la contrada e segregata.

Un po' di brace, triste, balenava
in quella stanza torbida e glaciale.
La sera, col crepuscolo confusa,
traspariva, dai vetri, sepolcrale.

Notte da lupi, lunga, tenebrosa.
Colmo di neve tutto il vasto piano.
E noi, in casa, soli con le icone,
sgomenti pel nemico non lontano.

M'era concesso d'esser testimonio
di tempi abominevoli e spietati;
ed era tanto gelido il mio cuore,
quanto quei vetri lugubri agghiacciati.

(Ivan Alekséevic Bunin in "Orfeo. Il tesoro della lirica universale")

 


VII.

La giornata era fredda, ma luminosa, il paesaggio nitido: gli alberi, i campi, le rocce davano l’impressione di una gelida fragilità, come se un colpo di vento o un urto potesse frantumarli in un suono di vetro. E come vetro l’aria vibrava del motore della seicento; e grandi uccelli neri volavano come dentro un labirinto di vetro, improvvisamente virando o strapiombando o verticalmente avvitando in su il volo come tra invisibili pareti.

(Da "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia)
 


 
VIII. I VIALI IRRIGIDITI

I viali irrigiditi
nell'argento delle brine,
s'allungavan senza fine
come zuccheri canditi.

Giù dai rami scheletriti
era un vol di farfalline,
eran petali e perline
bianche, fiori seleniti.

Come dolce era l'andare
sotto il bianco incantamento
presso presso, e stretti al braccio...

Le parole usate e care
s'involavan pure al vento,
... ma non erano di ghiaccio.

(Da "Buchi nella sabbia e pagine invisibili" di Ernesto Ragazzoni)
  



IX.

E l'inverno si fece così freddo, così freddo!... L'anitroccolo doveva nuotare e nuotare senza posa per isfuggire al gelo. Ma ogni notte il buco dove nuotava si faceva più piccino, sempre più piccino. Era così freddo, che la superficie del ghiaccio scricchiolava. L'anitroccolo doveva agitare continuamente le gambe, per impedire che il buco finisse di chiudersi. Finalmente, si sentì esausto, si abbandonò lì, senza muoversi più, e così rimase, quasi gelato, sul ghiaccio.

(Da "Il brutto anitroccolo" di Hans Christian Andersen)
 
 


X. MATTINO

Gela sul palo l'orina del cane
trascinato da un vecchio stizzoso,
chiuso nel suo tabarro,
che lo sgrida con nuvole di nebbia,
«andiamo, dài, mi fai crepare».

(Da "Il cavallo saggio" di Gianni Rodari)
 
 


XI.

Fu un inverno freddo. I vetri, la mattina, erano coperti da uno strato di gelo e la luce che filtrava attraverso essi, biancastra come quella dei vetri smerigliati, si manteneva talvolta uguale per tutta la giornata. Alle quattro del pomeriggio bisognava già accendere il lume.
Nelle belle giornate, Emma scendeva in giardino. La brina aveva posato sui cavoli merletti d'argento con lunghi fili chiari che andavano da un cespo all'altro. Gli uccelli tacevano, tutto sembrava addormentato, la spalliera coperta di paglia, e la vigna, simile a un grande serpente malato sotto la sporgenza del muro, dove, avvicinandosi, era possibile scorgere i centopiedi trascinarsi sulle innumerevoli gambe.

(Da "Madame Bovary" di Gustave Flaubert)
 


 
XII. IL FREDDO

Una città nell'aria periferica
non brilla, si levi o discenda
il nuovo ferro, una ruggine vi s'appiglia,
antico sempre. Di fuori l'autunno,
se ne godono i muri che s'allungano
all'infinito, cada su dicembre
la prospettiva e il freddo duri, quello
vero, laggiù da Abele a Zaccaria...
e la fortuna per fuggir d'aprile?
averlo un tetto che lo schiuda il cuore
dalla neve di Dio, penetrato
dolcemente - non è certo vendetta
la vecchiaia, la più lenta giustizia
che ti raffredda mentre sei a letto.

(Da "Poesie" di Michele Pierri)
 
 


XIII.

E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo, e un visetto patito e sgomento, povera creaturina... I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero ai riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d'arrosto; era la vigilia del capo d'anno: a questo pensava.

(Da "La piccina dei fiammiferi" di Hans Christian Andersen)
 
 


XIV. AVVENIRE

La luna si fa più distinta,
la neve cessò di cadere:
in gelida morsa serrati
dovremo noi sempre restare?
s'approssima nuova tempesta:
guardate: nel pallido cielo
un fulgido lampo è passato!

(Takeshi Yanagisawa in "Orfeo. Il tesoro della lirica universale")
 
 


XV.

Egli fece con la spalla un gesto di dispettoso consentimento; l'aiutò a rimettersi la pelliccia e il cappellino; poi egli pure si mise il cappello, prese il bastone e le chiavi di casa, spense i lumi, e uscirono. La scala era buia. Paolo provò la sensazione, per la prima volta in quella casa, di uscire da un albergo, di nascosto del padrone, con una donna raccattata per via.
Aprì la porta di strada, e si trovarono all'aria aperta. Era un freddo acuto: in alto, nel cielo vasto e profondo, le stelle scintillavano, pure e innumerabili. Egli offrì il braccio a Leona, che vi si appoggiò mollemente. Una campana lontana chiamava i fedeli alla messa di mezzanotte.

(Da "L'innamorata" di Evelina Cattermole)
 
 

 
XVI. C'ERA AI VETRI DI FREDDO DEL NATALE

 C'era ai vetri di freddo del Natale
tra i graffi dei bambini anche il tuo nome.
Io bevevo il caffè, dicevo come
potrò vederla, càpita che il male
paziente all'improvviso m'allontani
nell'ansia dell'averti ove non sei.

Ma sei dovunque l'ora dei cortei
che passano, la festa del domani.

(Da "Poesie d'amore" di Alfonso Gatto)
 
 


XVII.

Voi festeggiate l'inverno... Ma ci son dei ragazzi che non hanno né panni, né scarpe, né fuoco. Ce ne son migliaia i quali scendono ai villaggi, con un lungo cammino, portando nelle mani sanguinanti dai geloni un pezzo di legno per riscaldare la scuola. Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte fra la neve, nude e tetre come spelonche, dove i ragazzi soffocano dal fumo o battono i denti dal freddo, guardando con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza fine, che s'ammucchiano senza posa sulle loro capanne lontane, minacciate dalle valanghe. Voi festeggiate l'inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature a cui l'inverno porta la miseria e la morte.

(Da "Cuore" di Edmondo De Amicis)
 
 


XVIII. IL FREDDO

Nel piccolo caffè dell'alta rocca
sto seduto fra i borghigiani
mentre la tramontana
spiffera per le viuzze
e il freddo nell'interno mi rintana.
Da dietro i vetri guardo la pianura
a picco, immensa; le prime faville
s'accendono della città lontana,
ma il mio cuore è un baratro desolato.
Poesia, poesia, siedi al mio tavolo,
stammi vicino, fammi compagnia
come sempre me l'hai fatta,
tu sola e vera moglie della mia vita.

(Da "La luce ricorda" di Giorgio Vigolo)
 
 


XIX.

Una volta - fra tutti i giorni dell'anno, la vigilia di Natale, - il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio. Era una giornata fredda, sinistra, pungente, nebbiosa; ed egli poteva sentire, fuori nel cortile, la gente passeggiare in su e in giù e picchiarsi il petto con le mani e pestare i piedi sulle pietre del lastrico per riscaldarsi. Gli orologi della città avevano appena battuto le tre, ma era già completamente buio; del resto, non c'era mai stata luce in tutta la giornata; e nelle finestre degli uffici vicini luccicavano le candele, simili a macchie rossastre sulla densa aria bruna. La nebbia si infiltrava attraverso le fessure e la serratura e fuori era così densa che, per quanto il cortile fosse uno dei più angusti, le case di fronte non erano che puri fantasmi. Vedere quella nuvola scura scendere lentamente in basso ed oscurare tutto quanto, faceva pensare che la Natura vivesse a due passi di lì e stesse fabbricando birra su larga scala.

(Da "Cantico di Natale" di Charles Dickens)
 
 


XX.

Esco, nel freddo di gennaio, e il cuore
caldo d'amore, d'un subito, al nevischio
che mi sferza, grida: ben venga il gelo
a custodirti, mistero amoroso, poi
che non sei concesso a chi già invecchia,
se non come pacata solitudine
del gelo, ed armonia di cose eterne.

(Da "Tutte le poesie" di Carlo Betocchi).






 

martedì 11 dicembre 2012

Poeti dimenticati: Mario Giobbe

Mario Giobbe nacque a Napoli nel 1863 e ivi morì nel 1906. Talento precoce, ottenne la laurea in legge a soli diciotto anni, dedicandosi poi totalmente al giornalismo; famosi sono i suoi articoli pubblicati sui giornali dell'epoca, che denotano una cura quasi maniacale per il linguaggio raffinato. Nel contempo Giobbe maturò la passione per la poesia che si estrinsecò sia in ottime traduzioni (soprattutto di autori classici greci), sia in versi suoi, che pubblicò in riviste e in due volumi apparsi tra il 1889 ed il 1891. La poesia di Giobbe è certamente legata alla tradizione ottocentesca italiana (i suoi punti di riferimento sono i romantici, Guerrini e D'Annunzio), ed è l'argomento amoroso che prevale nettamente sugli altri. In età matura lo scrittore napoletano fu colpito da una depressione che progressivamente peggiorò il suo stato mentale, fino a portarlo al suicidio quando aveva appena quarantadue anni.
 
 
 
Opere poetiche
"I primi versi", Corriere di Napoli-Luigi Pierro, Napoli 1889.
"Gli amori", Bideri, Napoli 1891.
 


Frontespizio del volume "I primi versi" di Mario Giobbe


 
Testi
BIANCA

Io v'ho, Bianca, rivista. Oh, voi non vale
niun'altra bellezza, ed io mi scuso
se d'amare altra femmina ricuso
come per voto. In fiero atto regale

voi passaste, e una dolce meraviglia
il cor de i riguardanti conquistò,
ognun con disiose, immote ciglia
sino in fondo a la via v'accompagnò.

Un cor di lodi allor subitamente
levossi intorno, e ognun s'estasiava
lodandovi. Sol io, muto, tremava,
come per suo rimorso un delinquente.

Né rimorso maggior credo che sia
di questo che ne l'anima mi sta:
d'aver con voi, per non so qual follia,
ripudiato la felicità.
...

(Da "Gli amori")