domenica 29 dicembre 2013

Due poesie di Giovanni Prati sull'inverno

UN GIORNO D'INVERNO

Sempre sul farsi della tacit'ora
Crepuscolar, m'invade una tranquilla
Malinconia, che dolcemente irrora
Questi occhi del dolor che da lei stilla.

Guardo il foco morente; e m'innamora
Tenervi intenta e fisa la pupilla;
Insìn che appena qualche brace ancora
Tra la commossa cenere scintilla.

Il crepitar di quella ultima vita,
L'ombra addensata e la cadente neve
Di più cupa tristezza il cor mi serra.

E prorompo dall'anima atterrita:
Mio Dio, che sogno è questo viver breve!
Mio Dio, che solitudine è la terra!





INVERNO

Nuda gli alberi il vento 
di loro ultime foglie; 
sul focolar s'accoglie 
con un tristo lamento 
il can di casa; e l'ava, al suo pennecchio, 
ricorda il tempo vecchio. 

Venuto è il verno. Addio, 
gaie corse tra i fiori! 
addio, de' volatori 
diverso pigolio, 
alla sera e al mattin, sotto le fronde 
o su per l'ardue gronde. 

Giove, al divin concilio, 
sente il rovaio anch'esso; 
e, tolti dal cipresso 
i libri di Virgilio, 
scalda le mani, a castigar la bruma, 
sul grande Ilio che fuma. 

Qua, qua la mia poltrona,
qua la mia rossa vesta:
un buon berretto in testa
val più d'una corona.
Accendete i sarmenti; e col falerno
diamo la baia al verno.



Le due poesie sopra riportate sono di Giovanni Prati (Lomaso 1814 - Roma 1884), poeta italiano che rappresentò, insieme ad Aleardo Aleardi, uno dei momenti più alti del secondo romanticismo. Entrambe le composizioni appartengono all'antologia "Poesie varie": opera facente parte della collana "Scrittori d'Italia" che consta di due volumi curati da un altro poeta: Olindo Malagodi, e fu pubblicata nel 1916 presso l'editore Laterza. Per la precisione, la prima poesia fa parte del primo volume (p. 144) ed era già uscita in "Memorie e lacrime"; la seconda invece appartiene al volume secondo (pp. 308-309) e fu pubblicata in precedenza nel volume "Iside". Entrambe parlano della stagione invernale in maniera malinconica e, più raramente, ironica.


venerdì 27 dicembre 2013

Il capodanno in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Ecco dieci poesie italiane del '900 che hanno come tema la festa di capodanno. Come si noterà leggendole, molte di esse non sono affatto gioiose, e mostrano a volte un sentimento di profonda malinconia, a volte una viva sofferenza: sintomi di chi vive l'atmosfera festosa in modo travagliato ed è incapace di partecipare all'euforia collettiva; ma anche di chi ha da poco subito delle perdite affettive molto importanti e soffre maggiormente del clima di allegria che si respira nel capodanno. Fa eccezione la poesia di Fausto Salvatori, che vive la festività solo e soltanto in funzione della sua passione amorosa nei confronti di una donna, raffigurata dal poeta in modo oltremodo gradevole e affascinante. C'è poi la filastrocca di Gianni Rodari, scritta per il pubblico infantile, che elenca, scherzosamente, una serie di desideri impossibili da realizzarsi. Infine la prosa poetica di Arturo Onofri, tutta tesa alla descrizione dell'ambiente in cui si è da poco svolta la festa.




ROSA DELL'ANNO
di Sibilla Aleramo (1876-1960)

Arrivai una volta, 
che un anno finiva,
in un paese di mare,
era sera era freddo
io nessuno conoscevo,
saliva alla stanza
gelida e vasta
suono di danza
e, di più lontano,
l'ansito del mare.
Così m'addormii, né più ricordo
se in sogno piansi.
Una rosa ricordo
che il domani mi comprai,
nella stanza portai
per me sola il giorno
che l'anno incominciava,
bella e bianca fiorita
per me nel mattino del gelo,
e il mare che si lamentava.

Ancora in una sera
che l'anno finisce,
vasta è la stanza
ma c'è fuoco ed è mia,
lungi è il mare,
lungi chi vorrei con me, e tace,
sono sola come quella
che nella sera lontana
sì freddo aveva,
udiva il lamento del mare,
ancor non conosceva
l'amore d'oggi che tace.
Sono sola né piango,
se non forse in cuore,
c'è fuoco nella stanza,
fuori grida salve la città
grida speranza
nella notte dell'anno,
e domani, se non io,
qualcuno una rosa si comprerà.

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 2004)





BUON ANNO
di Luigi Crociato (1870-1935)

Buon anno a voi, longanimi
fantasmi dei cipressi,
che l'acquivento tribola
lungo il voto stradale in camposanto!
Oh, chi volete mai ch'oggi vi appressi?
Non vuol nessuno malaugurio e pianto.
Buon anno, a voi, fuggevoli
sembianze addolorate;
oggi qua siete le uniche,
perché le altre dai propri son tornate!
Uniche voi che tra le croci altrui
ite raminghe, come
cercando un sasso, una preghiera, un nome
che non aveste mai.
Ah buon anno, buon anno, son colui
che vi ricorda e piange ai vostri guai!
Ah, buon anno, buon anno, melanconica
bimba, che vai pel ghiado,
e ti tessi una piccola
ghirlanda di ghiaccioli, a tuo malgrado
senza colori e fragili!
Vien, tesseremo insieme...
Ah, tu... tu mia piccina
che invece d'una chicca, ne l'estreme
ore sì lunghe mi pregavi un sorso
d'acqua al tuo labbro, e invece della bambola
la convulsa manina
cercava la mia mano, il mio soccorso...
Non accorarti, sai, se ancor da l'arida
tua fossetta, il mio passo
riconoscendo, invan chiamavi a dirmi:
ti lascio le mie gioie, i miei balocchi,
e dammi solo un sasso...
Uno di poco prezzo, che mi tocchi
quando tu il tocchi e vieni a benedirmi!
Sai, per quel sasso comperai dei farmachi,
del pane de le vesti
pei tuoi fratelli... E i fiori?
Oh! per i fior che pure non avesti
ti piovver le mie lagrime
coi versi miei che esalano dolori.
Buon anno a voi, buon anno a voi, longanimi
cipressi tanto soli...
Oh, bimba, l'acquivento...! Questa piccola
corona di ghiaccioli...
Ah, me la lasci?... Dove sei?... Maria!...

(Da "Poeti italiani d'oltre i confini - Canti raccolti da Giuseppe Picciòla", Sansoni, Firenze 1914)





CAPODANNO A MILANO
di Luciano Erba (1922-2010)

Si credeva a Milano che a vedere
per primo un uomo sulla soglia di casa
andando a messa il primo di gennaio
fosse segno di prospero futuro.

Erano figure nere di pastrani
incerte nella nebbia del mattino
sciarpe bianche, cappelli, flosci e duri
rintocchi di bastone, passi lontani.

Or dove siete, uomini augurali?
L'onda lunga del vostro presagio
si frange ancora alla riva degli anni?

Dentro una nebbia tra noi sempre più fitta
mi sembra talvolta intravedere
un volo di profetici mantelli.

(Da "Negli spazi intermedi", All'Insegna del Pesce d'Oro", Milano 1998)





PER L'ULTIMO DELL'ANNO 1975
AD ANDREA ZANZOTTO
di Franco Fortini (1917-1994)

Come nel buio si ritrae lento,
Andrea, questo anno già da sé diviso.
Ora nel vischio del suo fiele intriso
starà così per sempre dunque spento.

Ma quel che in noi di anno in anno è deriso
o incompiuto e deforme non lamento:
se uno è vinto e un altro è stato ucciso,
uno ha durato contro lo sgomento.

Qui stiamo a udire la sentenza. E non
ci sarà, lo sappiamo, una sentenza.
A uno a uno siamo in noi giù volti.

Quanto sei bella, giglio di Saron,
Gerusalemme che ci avrai raccolti.
Quanto lucente la tua inesistenza.

(Da "Versi scelti 1939-1989", Einaudi, Torino 1990)





ANNO NUOVO
di Margherita Guidacci (1921-1992)

Tra risa, grida e coppe di spumante
L'anno nuovo ha schiacciato
L'antico. Sparsi restano
Lungo le strade i cocci della festa.
E l'ombra è scesa d'un altro grado sul tuo quadrante.

(Da "Le poesie", Le Lettere, Firenze 1999)





CAPODANNO
di Arturo Onofri (1885-1928)

   O timidi arrivi del celeste, sul far della sera, fra le sfumanti nuvole e gli strappi sui tetti cupi!
   Un fremito come d'alba, un arpeggio sfiorato di risvegli, anima gli scialbi abbandoni di cose ed uomini sonnolenti, in questo ammantato crepuscolo di capodanno.
   Alla tavola non sparecchiata, due seggiole puntigliose si voltano ancora le spalle. Sulla tovaglia avvizzita, spicchi di cristallerie stanche e d'argenti soffrono in silenzio: gialli e rossi di bucce e di fiori spenti, sbadigli oblunghi di tazze e coppe sbevute.
   Ma in fondo alla sera, nell'azzurro diaccio dell'aria, vacilla solo il brillante d'una stella.

(Da "Orchestrine. Arioso", Neri Pozza, Venezia 1959)





CAPODANNO
di Gianni Rodari (1920-1980)

Filastrocca di Capodanno
fammi gli auguri per tutto l’anno:

voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,

voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera,

voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,

che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

(Da "Filastrocche in cielo e in terra", Einaudi, Torino 1960)





PRIMO D'ANNO...
di Fausto Salvatori (1870-1929)

Primo d'anno. C'è tanto sole in cielo.
Per via Sistina c'è una fioritura 
di viole, e tu porti alla cintura
un fascio di corolle, e qualche stelo

fra le tue dita. Vieni senza velo
come d'Aprile, e rechi l'aria pura
del Pincio e il lume d'oro fra le mura
ospiti, e un bacio nel respiro anelo.

Sulle tue labbra l'anno si rinnova:
è l'antico, è diverso. Ne' tuoi baci
i dì sereni l'anima ritrova.

L'ora alterna dolci ire, dolci paci,
malinconie di vesperi cui giova
il cuore tuo che parla anche se taci.

(Da "In ombra d'amore", Optima, Roma 1929)





PRIMO GENNAIO
di Toti Scialoja (1914-1998)

Esplosioni lontane ancora per applaudire l'anno ma è l'alba
a mezzanotte fu inferno nella festa delle esplosioni
i cubetti di ghiaccio galleggiano dentro il tuo bicchiere
il bicchiere di ghiaccio galleggia nel mare dell'orrore
nel mare dell'orrore si discioglie il bicchiere di ghiaccio
nel mare di ghiaccio affonda per gradi ogni desiderio
quel mare così trabocca nel bicchiere di capodanno.

(Da "Poesie 1961-1998", Garzanti, Milano 2002)





FINE D'ANNO
di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Dietro il tuo profilo infermo
scintillano gli alberi cari
ai nostri occhi. Il sole
dell'anno nuovo scende sbieco
dalle mura. Non possiamo
fargli festa.

(Da "Il passero e il lebbroso", Mondadori, Milano 1970)

martedì 24 dicembre 2013

Da "Vigilia" di Piero Chiara

24 dicembre 1950

È la vigilia di Natale. Occorre dire di più per dare l'atmosfera di questo giorno? Da stamattina la gente si mescola per le vie: è come un fiume d'olio che entra ed esce dai negozi. Tutti guardano, tentennano, comperano. Hanno appena il tempo per salutarsi, per scambiarsi gli auguri. Vecchi conoscenti s'incontrano dopo anni, amici di circostanza si scappellano, si complimentano. Agli auguri di Natale tutti aggiungono sempre un «anche alla famiglia». È una festa di famiglia. La gente se ne strabatte della ricorrenza religiosa, ma intanto le famiglie si stringono insieme per un giorno. È il bisogno d'amore a fare il Natale. Chi pensa alla nascita, passione e morte di Gesù Cristo? Questa è una festa e non una commemorazione. Stasera, domani e dopo, fino all'Epifania, si mangia, si sta in casa, si è buoni quanto è possibile.
Ognuno stringe a sé un pacchetto con un regalo da fare. Ma in verità tutti stringono a sé il loro egoismo. È la paura di essere soli che avvicina gli uomini. I bambini sperimentano per la prima volta la gioia di possedere qualche cosa: il Natale è per loro un giorno di regali.

(Da "Vigilia" di Piero Chiara)

lunedì 23 dicembre 2013

Da "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Nelle strade vi era già un po' di movimento: qualche carro con cumuli d'immondizia alti quattro volte l'asinello grigio che li trascinava. Un lungo barroccio scoperto portava accatastati i buoi uccisi poco prima al macello, già fatti a quarti e che esibivano i loro meccanismi più intimi con l'impudicizia della morte. A intervalli una qualche goccia rossa e densa cadeva sul selciato.
Da una viuzza traversa intravide la parte orientale del cielo, al di sopra del mare. Venere stava lì, avvolta nel suo turbante di vapori autunnali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo.
Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero; lontano dai torsoli e dal sangue nella propria regione di perenne certezza?

(Da "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli, Milano 2005)

lunedì 16 dicembre 2013

Principali protagonisti della poesia italiana del XX secolo




Nella poesia italiana del del XX secolo risiedono una moltitudine di tesori della lirica nazionale; in nessun altro secolo infatti si possono trovare autori e poesie di eccezionale livello in grandissima quantità. Si potrebbe cominciare da due vati come Giovanni Pascoli (1855-1912) e Gabriele D'Annunzio (1863-1938)che vissero e pubblicarono i loro libri di versi a cavallo tra l'Ottocento ed il Novecento, possono quindi essere considerati poeti di entrambi i secoli anche se, viste le importanti innovazioni che portarono nella poesia di quei tempi, a ragion veduta dovrebbero essere trattati come capostipiti della poesia novecentesca. Sia l'uno che l'altro furono anche i principali esponenti italiani del decadentismo e, in parte, del simbolismo: correnti letterarie nate in Francia che influenzarono profondamente molti poeti italiani del '900. Sulla scia di questi due pilastri della poesia italiana si situano alcuni poeti diversi tra di loro che hanno, come comun denominatore, l'influenza che subirono dal duo appena citato; questi sono: Gian Pietro Lucini (1867-1914), Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919), Mario Novaro (1868-1944) e Carlo Michelstaedter (1887-1910). Ci sono poi i crepuscolari: gruppo, corrente o tendenza che sia, il crepuscolarismo rappresenta uno degli apici raggiunti dalla poesia italiana di tutti i tempi. Tra i poeti "maggiori" del crepuscolarismo si ricordano: Guido Gozzano (1883-1916), Sergio Corazzini (1886-1907), Marino Moretti (1885-1979) e Fausto Maria Martini (1886-1930); un discorso a parte meritano invece Corrado Govoni (1884-1965) e Aldo Palazzeschi (1885-1974), i quali furono inizialmente crepuscolari ma poi abbracciarono altre esperienze poetiche tra le quali il futurismo. Ed è proprio il futurismo la seconda corrente della poesia novecentesca passata alla storia, è anche uno tra i più innovativi movimenti artistici del XX secolo che si espresse oltre che nella poesia anche nella pittura, nella scultura ed in altre forme d'arte; per quello che concerne la poesia i suoi massimi esponenti furono: l'ideatore Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), Paolo Buzzi (1874-1956), Luciano Folgore (1888-1966), Ardengo Soffici (1879-1964) e Enrico Cavacchioli (1885-1954). Anche la rivista letteraria La Voce ebbe un ruolo fondamentale per il rinnovamento della poesia italiana, in essa pubblicarono i loro versi poeti di indubbio valore e grazie a questa rivista si diffuse il "frammentismo"; tra le personalità di maggior spicco che scrissero sulla Voce si possono citare Giovanni Papini (1881-1956), Clemente Rebora (1885-1957), Camillo Sbarbaro (1888-1967), Piero Jahier (1884-1966) e Giovanni Boine (1887-1917); in un'altra visuale vanno viste invece le opere poetiche di Dino Campana (1885-1932) e Arturo Onofri (1885-1928), due poeti fondamentali per le generazioni che seguirono e che parteciparono al clima vociano ma s'imposero soprattutto perché fautori della "poesia pura". Ma anche altri poeti pubblicarono i loro versi sulla Voce pur rivelandosi col tempo nettamente distinti e distanti rispetto alle principali tematiche dei vociani; questi poeti sono Umberto Saba (1883-1957), Vincenzo Cardarelli (1887-1959) e Giuseppe Ungaretti (1888-1970). I primi due pur nella loro originalità, molto s'ispirarono ad autori del passato, in particolare a Giacomo Leopardi e a Giovanni Pascoli; Ungaretti invece va considerato come uno dei più coraggiosi innovatori della poesia italiana, in particolare per l'uso dei "versicoli". Insieme ad Ungaretti c'è un altro poeta che giganteggia nella storia poetica del Novecento: Eugenio Montale (1896-1980); Le sue opere in versi, dense di un linguaggio "scabro ed essenziale" ma a volte anche ostico, aprirono la strada dell'ermetismo, corrente poetica nata all'inizio degli anni '30 e sviluppatasi per circa un ventennio. Come ben spiega la parola, l'ermetismo si caratterizzò per un linguaggio difficile, in certi casi incomprensibile, che privilegiava il fascino della parola ricercata. Tra gli esponenti di maggior spicco di questa importante corrente ci sono: Salvatore Quasimodo (1901-1968), Alfonso Gatto (1909-1976), Mario Luzi (1914-2005), Leonardo Sinisgalli (1908-1981), Libero De Libero (1906-1981), Alessandro Parronchi (1914-2007) e Piero Bigongiari (1914-1997). Mentre l'ermetismo dava il meglio di sé, altri poeti di valore, dalle svariate personalità, pubblicavano i loro versi. Un critico attento quale fu Luciano Anceschi li inserì nella storica antologia: Lirici nuovi (1943) assieme ad altri poeti, anche del passato, che contribuirono non poco al rinnovamento della poesia italiana. Tra costoro si ricordano: Diego Valeri (1887-1976), Angelo Barile (1888-1967), Giorgio Vigolo (1894-1983), Adriano Grande (1897-1972), Carlo Betocchi (1899-1986), Raffaele Carrieri (1905-1984), Sandro Penna (1906-1977), Attilio Bertolucci (1911-2000), Giorgio Caproni (1912-1990), Antonia Pozzi (1912-1938) e Vittorio Sereni (1913-1983). Dopo la fine della 2° guerra mondiale, esauritasi la corrente ermetica, fu il tempo della poesia impegnata che alcuni critici etichettarono come "neorealismo"; il fautore di questo ritrovato impegno fu Salvatore Quasimodo, ma cronologicamente il primo poeta rivoluzionario in tal senso fu Cesare Pavese (1908-1950); vanno poi inseriti in questo filone anche Franco Fortini (1917-1994), Umberto Bellintani (1914-1999), Pier Paolo Pasolini (1922-1975), Roberto Roversi (1923-2012) e Rocco Scotellaro (1923-1953). Fu ancora Anceschi, in una ulteriore antologia, a tracciare una "linea lombarda" della poesia italiana del dopoguerra, riferendosi ad alcuni poeti nati in Lombardia o nei dintorni che pubblicarono volumi di versi a cominciare dalla sesta decade del '900; tra costoro spiccano i nomi di Nelo Risi (1920), Luciano Erba (1922-2010) e Giorgio Orelli (1921). Questi ultimi, insieme a Andrea Zanzotto (1921-2011) e a Giovanni Giudici (1924-2011), entrano di diritto nella "quarta generazione" poetica del XX secolo, composta da scrittori in parte ancora legati ai modi dell'ermetismo, in parte innovatori. La "neoavanguardia" invece si sviluppò tra il 1956 ed il 1961, in sostanza tra la nascita della rivista il verri (diretta dall'immancabile Luciano Anceschi) e l'uscita dell'antologia I Novissimi. Questi intellettuali, che si riunirono nel cosiddetto Gruppo 63, praticarono una poesia molto sperimentale che si rifaceva parzialmente ad alcuni tentativi (come la poesia visiva) operati dalle avanguardie poetiche italiane di inizio secolo; i nomi più significativi di questo gruppo sono: Elio Pagliarani (1927-2012), Edoardo Sanguineti (1930-2010), Antonio Porta (1935-1989), Alfredo Giuliani  (1924-2007) e Nanni Balestrini (1935). Nel contempo videro la luce altre opere poetiche di indubbio valore i cui autori non possono essere incasellati in nessun gruppo o movimento; tra gli altri si citano: Giovanni Raboni (1932-2004), Alda Merini (1931-2009), Fernando Bandini (1931), Giampiero Neri (1927) e Amelia Rosselli (1930-1996). Furono ancora due antologie a evidenziare i nomi dei poeti più validi di fine Novecento, precisamente: La parola innamorata (1978), a cura di Enzo Di Mauro e Giancarlo Pontiggia, e Nuovi poeti italiani contemporanei (1996), a cura di Roberto Galaverni. Nella prima è giusto ricordare almeno Giuseppe Conte (1945), Maurizio Cucchi (1945), Milo De Angelis (1951), Valerio Magrelli (1957) e Cesare Viviani (1947); nella seconda si ricordano Antonella Anedda (1958), Ferruccio Benzoni (1949-1997), Claudio Damiani (1957), Umberto Fiori (1949), Roberto Mussapi (1952), Fabio Pusterla (1957). Altri nomi di poeti coetanei meritevoli e assenti dalle antologie menzionate sono: Roberto Carifi (1948), Patrizia Cavalli (1947), Vivian Lamarque (1946) e Nico Orengo (1944-2009).




























lunedì 9 dicembre 2013

Il dolore nella poesia italiana simbolista e decadente

Il dolore è un elemento preponderante nelle poesie dei simbolisti e dei decadenti, sia inteso come dolore fisico, sia come dolore morale. A volte è eletto a bandiera del proprio essere quasi con masochismo, oppure a trofeo da conquistare e, cristianamente, a percorso che rende migliori, che santifica; a volte appare con le sembianze di donne ricche di fascino e di mistero; a volte appare improvvisamente in forme bizzarre (ombre di cipressi, guerrieri) e rimane a lungo in compagnia dei malcapitati; a volte è rappresentato da luoghi chiusi e tetri ove il poeta è costretto a vivere isolato da tutto e da tutti; a volte vien percepito come una voce o un ululato lontano o ancora come un lungo e acuto urlo nella notte (che ricorda molto quello del famoso quadro di Munch); a volte è simboleggiato da infinite schiere di viventi che ascendono un monte sul quale si trova la morte; a volte lo si ritrova in volti pallidi e scavati... Ma sempre e comunque il dolore ha un'importanza fondamentale per questi poeti e si trova spesso al centro delle loro composizioni in versi.



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Il Castigo" in "La città di Vita" (1896).
Antonio Beltramelli: "Il giardino del dolore" in "I Canti di Faunus" (1908).
Enrico Cavacchioli: "Il dolore" in "L'Incubo Velato" (1906).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Consolatrix afflictorum" in "Le consolatrici" (1905).
Sergio Corazzini: "Dolore" in "Dolcezze" (1904).
Italo Dalmatico: "Vespero" in "Juvenilia" (1903).
Guglielmo Felice Damiani: "Ecce homo" in "Lira spezzata" (1912).
Luigi Donati: "Il Pianto" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).
Riccardo Forster: "Il Dolore" in "La Fiorita" (1905).
Aldo Fumagalli: "Il dolore" in "Arcate" (1913).
Diego Garoglio: "Le due coppe" in "Sul bel fiume d'Arno" (1912).
Giulio Gianelli: "Alla croce" in "Tutti li angioli piangeranno" (1903).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il dolore che supera" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Corrado Govoni: "La suicida" in "Gli aborti" (1907).
Remo Mannoni: "L'eterna lotta" in «Il Trionfo d'Amore», marzo 1905.
Marino Marin: "Dolor, legge del mondo..." in "Sonetti secolari" (1896).
Pietro Mastri: "Grido nella notte" in "Lo specchio e la falce" (1907).
Mario Morasso: "L'ortica umana" in "Profezia" (1902).
Angiolo Orvieto: "Via Crucis" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Angiolo Orvieto: "Il macello" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Enrico Panzacchi: "Vox!" in "Poesie" (1908).
Giovanni Pascoli: "Notte dolorosa" in "Myricae" (1900).
Giovanni Pascoli: "Il prigioniero" in "Nuovi poemetti" (1909).
Giuseppe Piazza: "Il servo dolore" in "Le eumenidi" (1903).
Yosto Randaccio: "Ombre di convalescenza" in "Poemetti della convalescenza" (1909).
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: "I volti dolorosi" in "Il Libro dei Frammenti" (1895).
Guido Ruberti: "Dolore" in "Le fiaccole" (1905).
Domenico Tumiati: "La Dolorosa" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Diego Valeri: "Un attimo" in "Umana" (1916).
Giuseppe Vannicola: "L'errore" in "Poesia", febbraio/marzo 1906.
Remigio Zena: "Sei infermo, lo so; t'hanno ferito" in "Le Pellegrine" (1894).



Testi

I VOLTI DOLOROSI
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi

Nei volti dolorosi, su le pacate fronti
brilla quietamente effuso, un pallor d'Alba,
e ne gli occhi ristagna la visione scialba
dei paesi che sognano a l'ombra dei tramonti.

Sotto, l'occhiaie incavansi come un vecchio sentiere
cui rosero infinite pioggie silenziose;
e i labbri che un oscuro poter, come le rose
morte nei libri, strazia, parlano di chimere.

Talor la fronte sfiora una carezza d'ale: 
la morte? - E, come un breve spiraglio d'opale
che si svolge tra nuvole misteriose,gli occhi 

intravegon lo scorcio d'un paese fiorito
meravigliosamente. Trema il cuore e i ginocchi 
tremano. E il labbro esangue mormora: oh, l'infinito!

(Da "Il libro dei frammenti")

mercoledì 4 dicembre 2013

Poeti dimenticati: Mario Adobati

Per certi aspetti la storia artistica e letteraria di Mario Adobati (Bergamo, 1889 - ivi, 1919) può ricordare molto quella di Sergio Corazzini; sia per il fatto che morì precocemente (a soli trent'anni), sia perché scrisse poesie dense di sentimenti malinconici. Adobati nacque, visse e morì a Bergamo, e pubblicò soltanto un volume poetico: "I cipressi e le sorgenti", proprio lo stesso anno in cui morì. Sfogliando l'unico volumetto di Adobati ci si accorge ben presto del suo animo "crepuscolare", vi si trovano infatti immagini di disfacimento e di morte: paesaggi autunnali e piovosi; strade in cui si susseguono senza sosta convogli che portano bare; selve su cui, dal cielo torbido, cade una pioggia simile al pianto; fiumi dalle cui rive scolan rifiuti; gotiche cattedrali in piazze silenziose; città illuminate da un sole malato; sale da ballo in cui s'ode una musica blanda e malinconica e cosi via. Anche i personaggi delle sue poesie trasmettono le medesime sensazioni: carogne bieche che gemono nella belletta; infermi stanchi che guardano la notte; fanciulli attoniti che vedono le loro primavere sfiorire; un vecchio che sente intorno a lui la "tristizie" umana andare con un passo muto ecc. Il repertorio di oggetti e animali che spesso ritorna nei versi di Adobati è formato da cigni, pavoni, fontane, rose, ninfee, cattedrali, cimiteri, specchi... Insomma l'armamentario tanto caro ai poeti simbolisti e a quelli crepuscolari. È certo che Adobati, nella stesura dei suoi versi, ebbe ben presente la poesia di Sergio Corazzini, Corrado Govoni, Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio, oltre a quella dei simbolisti francesi e di qualche altro italiano minore; la sua bravura fu quella di rielaborare i temi di quei poeti in modo originale, palesando una schiettezza di sentimenti che lo rende vero poeta. Mi pare ingiusto infine che, sia il suo nome, sia quello di Giuliano Donati Pétteni (1894-1930), altro poeta bergamasco che pubblicò liriche in riviste e volumi tra il 1910 ed il 1930, siano stati sempre e totalmente ignorati dai critici; se è vero che essi vanno considerati quali epigoni del crepuscolarismo, ciò non toglie nulla alla loro grande capacità di scrivere versi molto belli, che fa piacere leggere ancora oggi.


Opere poetiche

"I cipressi e le sorgenti", Tip. C. Conti e C., Bergamo 1919.




Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 300-301).



Testi

PASSEGGIATA NEI SOBBORGHI

L'autunno, ecco, riviene.
Scioglie le sue cascate
di mammole velate
pei cieli e le sue pene.

Godo la pace in lente
sorsate di mollezza.
La pace ha la freschezza
della pioggia recente.

A zonzo nei sobborghi.
Chi ha raso pei sentieri
l'erba? Lungo i cantieri
le cloache hanno ingorghi.

Tra pioppo e pioppo stanno
penduli a un filo ragni
enormi. Su gli stagni
veloci insetti vanno.

L'autunno impallidisce
i luoghi del mio bene.
L'autunno fa serene
le cose che intristisce.

Pissidi di devoti
assai delusi e stanchi
i lor dischetti bianchi
sperdono in cieli ignoti.

La nevicata scende
su le case e le siepi.
Appaiono presepi
tra le varie vicende.

Gotiche cattedrali
in piazze silenziose.
Già l'erba si dispose
tra i palagi e i portali.

Sul marmo dei palagi,
sul marmo delle statue
si formano le fatue
luci in tremule ambagi.

I fanciulli perversi
scagliano pietre ai nidi
delle rondini. Stridi
nell'alto son dispersi.

La pietra che giù piomba
dà un tonfo che risuona
stranamente. Rintrona
nel vacuo d'una tomba.

L'anima mia s'arretra.
Un poco intorpidita
ritorna nella vita
al tonfo della pietra.

Riprende la sua via
tralasciata da poco.
È un assai triste gioco
la sua melanconia!

Il sole a cui m'affido
come sangue s'aggruma.
Trema a pena una piuma
nella creta d'un nido.

(Da "I cipressi e le sorgenti")

martedì 3 dicembre 2013

Antologie: "L'incanto del Natale"

"L'incanto del Natale", Paoline Editoriale libri, Milano 1996, è un'antologia poetica che ha come argomento principe la festa di Natale. In verità, come spiega meglio il sottotitolo: "nella poesia e nell'arte", il libro non contene soltanto versi, ma anche alcuni esempi di arte figurativa incentrata sull'evento natalizio. Le poesie, i quadri e i disegni qui presenti partono dall'epoca di San Francesco d'Assisi ed arrivano fino ai giorni nostri, né si limitano ad una specifica nazionalità, ma spaziano dall'arte e dai canti popolari alle opere più famose di artisti celebri in tutto il mondo. Per ciò che concerne la struttura dell'opera, ecco cosa dice nella prefazione Giuseppe Gamberini, il curatore della stessa:

«Per dare respiro alla pubblicazione, si è ritenuto necessario suddividere il materiale in cinque sezioni, ciascuna delle quali ponesse l'accento su un aspetto particolare della ricorrenza: la narrazione dell'evento, la sottolineatura del messaggio, la magica atmosfera dell'infanzia, la nostalgia della festa e, infine, l'attesa universale di un nuovo incontro con la divinità. In tutto cento poesie di ogni tempo e paese, raccolti in gruppi di venti, non per ragioni di simmetria numerica, ma per sottolineare che ogni aspetto del Natale è parte coessenziale di un'antica sinfonia dello spirito».

Chiudo affermando che, tra le antologie settoriali, a me sembra che questa sia tra le migliori e per tale motivo va ricordata.



lunedì 2 dicembre 2013

La poesia simbolista in Italia

Il primo letterato italiano che cercò di trasferire in Italia quella corrente nata in Francia nella seconda metà del XX secolo che fu definita "Simbolismo" e che attraversò non solo la letteratura ma anche la pittura, fu Luigi Gualdo; se si leggono Le Nostalgie, poesie che il Gualdo pubblicò nel 1883, si notano nei suoi versi, le somiglianze con quelli dei "poeti maledetti" e in particolare con quelli di Charles Baudelaire, fautore del Simbolismo soprattutto nella sua opera più famosa: I fiori del male. Ma l'esempio del Gualdo fu all'epoca assai poco seguito e occorse un decennio perché qualcun altro tornasse a tentare una seconda volta di far maturare nella nostra nazione, poco incline alle nuove suggestioni letterarie, questa tendenza che ormai si era radicata non solo in Francia ma anche in altri paesi europei; mi riferisco a Gian Pietro Lucini ed al suo cenacolo di poeti (Romolo Quaglino, Luigi Donati, Giovanni Tecchio ecc.) che verso la fine del XX secolo proposero delle opere poetiche alquanto innovative e sperimentali, alcune delle quasi in verità anche molto ostiche. Se vogliamo puntualizzare, qualche anno prima di Lucini, Gabriele D'Annunzio in alcuni suoi libri come La Chimera e Poema paradisiaco, aveva trasposto le atmosfere e le tematiche dei simbolisti nei suoi versi che tra l'altro ebbero grande risalto, vista l'indiscussa fama di cui all'epoca godeva il poeta abruzzese in patria; nelle poesie di queste opere dannunziane non si tiene presente soltanto l'esempio dei grandi come Baudelaire, Verlaine e Mallarmé, ma anche di scrittori meno noti come per esempio Maurice Maeterlinck, che in futuro avrebbe influenzato anche i versi dei poeti crepuscolari. A proposito di crepuscolari, furono proprio loro a proseguire la strada tracciata dai colleghi che ho menzionato ed a far conoscere, coi loro versi e con le loro traduzioni, altri poeti che col Simbolismo ebbero molto a che vedere (si potrebbero citare Francis Jammes, Georges Rodenbach e Albert Samain). Infine è giusto ricordare un poeta come Dino Campana, la cui opera fu paragonata (con le debite differenze) a quella di Arthur Rimbaud, e che rimane, a tutt'oggi, il più visionario tra i poeti italiani. Anche se è stato già fatto, mi pare opportuno ricordare che il critico letterario più attento all'argomento è stato Glauco Viazzi: autore di saggi e di antologie che a tutt'oggi sono le cose migliori scritte e pubblicate sui poeti simbolisti italiani.



domenica 1 dicembre 2013

C'era una volta il Natale. La festa natalizia nella poesia italiana tra il 1910 e il 1926

LA NATIVITÀ DI GESÙ
di Angiolo Silvio Novaro (1866-1938)

I

Era il sole d'oro spento
Sopra i monti di Giudea;
Sordo il vento
Per la scura valle cava
Mugolava:
E Maria di Galilea,
Sul giumento,
In Betlemme si rendea.
Ma Giuseppe a pie' seguia
La casta ombra di Maria.

Il presepe ove fumosa
Una tremula fiammella
Senza posa
Agitava fosche larve,
Ecco parve
Una bianca sala bella
Luminosa
A lei curva sulla sella.
Ella disse: - Lode al Ciel! -
E smontò dall'asinel.

Una stuoia in terra stese
Per suo letto, e lì, giuliva,
Sonno prese
Con le palme al petto giunte:
Ma tre punte,
Tre di ferro, ahimé, sentiva
Punte accese
Trapassarla, in sogno, viva!
Nel dolore schiuse gli occhi...
Stava un bimbo a' suoi ginocchi.

Stava ignudo sulla stuoia,
E gemea, ché il gel gli dava
Aspra noia.
Ella involse il fanciullino
Dentro il lino,
Lo depose nella cava
Mangiatoia,
E tremando lo guardava.
Sorrideva il buon Gesù:
Non sentiva il gelo più.


II

Ma i pastori che l'armento
Fissi vegliano alla notte.
Erto il mento
Sul vincastro, visto un lampo
Dentro il campo
Animare l'ombre rotte,
Di spavento
Sobbalzaron nelle grotte,
E cacciaronsi col volto
Sul terreno, ansando molto.

E una voce: - Non temiate, -
Disse: - Gioia in terra porto.
Esultate!
Nato è Cristo, il Salvatore.
Viva amore,
E sia l'odio al mondo morto!
Dio lodate,
Per cui grazia il Figlio è sorto! -
Così l'Angelo ammonì,
L'ali aperse, e poi sparì.

E i pastor', scosse le brine
Via nel vento che urla e strepe,
Per colline
E per monti con affanno
Vanno, vanno,
E ritrovano il presepe
Chiaro, alfine,
E in sull'uscio fanno siepe.
Siepe fanno, ed ecco un nimbo
D'oro avvolge culla e bimbo.

E tre re, che schietta e ardente
Dentro i ceruli vapori
D'oriente
Una stella ebbero a guida
Muta e fida,
In ginocchio co' pastori
Umilmente
Offerivano tesori.
Ma i pastori, ognuno die'
Solo il cuor che avea con sé.


III

Tutta notte ginocchioni
Vecchi re con pastorelli
Davan doni...
Quando alzarono le ciglia,
Meraviglia!
Terra e cieli eran più belli,
E più buoni
Eran gli uomini, - e fratelli!
Mosse il bimbo allora un riso,
E si aperse il Paradiso.

(Da "Il Cestello", 1910)





VESPRO DI NATALE
di Sebastiano Satta (1867-1914)

Incappucciati, foschi, a passo lento 
Tre banditi ascendevano la strada 
Deserta e grigia, tra la selva rada 
Dei sughereti, sotto il ciel d’argento. 

Non rumore di mandre o voci, il vento 
Agitava per l’algida contrada. 
Vasto silenzio. In fondo, Monte Spada 
Ridea bianco nel vespro sonnolento. 

O vespro di Natale! Dentro il core 
Ai banditi piangea la nostalgia 
Di te, pur senza udirne le campane: 

E mesti eran, pensando al buon odore 
Del porchetto e del vino, e all’allegria 
Del ceppo, nelle lor case lontane. 

(Da "Canti barbaricini", 1910)




NOTTE DI NATALE
di Marino Moretti (1885-1979)

Ardon gli astri nell'ombra e le campane
si rispondono querule e sonore;
così una voce piange in fondo al cuore
per desiderio di cose lontane.

Oh avere adesso in questa greve festa
notturna che di buon incenso tepe
una piccola valle di presepe,
anche di cera, anche di cartapesta.

Aver magari tutto un paesaggio
di Terrasanta coi laghi di vetro,
le pie casette col lumino dietro
e la stella che in alto fa viaggio;

e ascoltare con l'anima che sogna
la musica improvvisa che s'aduna
semplicemente, dietro un soffio, in una
esiliata anima di zampogna;

mentre ardon gli astri e piangon le campane
e le finestre sono tanti lumi...
(oh dolce cuore perché ti consumi
in desiderio di cose lontane?).

Sì, sì, anche giocattoli! Oh la chiara
stanza dove una mano frettolosa
e occulta preparò la bella cosa,
la bella cosa che or non più si prepara!

Non le piccole sfere di cristallo
o tremule d'argento né le stelle
di talco ardenti come ceri, quelle
piccole zone d'oro e di metallo...

Ardono gli astri, ed ecco le campane.
Salgon le nebbie pallide dai fiumi.
O dolce cuore, perché ti consumi
in desideri di cose lontane?

(Da "Poesie di tutti i giorni", 1911)




IL PRESEPIO DELLA MIA INFANZIA
di Carlo Chiaves (1882-1919)

Alla nostra impazienza
mamma, ogni anno, interrompeva:
- per quest’anno - e sorrideva -
- non potreste farne senza? -

Farne senza? o idea funesta!
Ed allora tutti quanti,
pazienti come santi,
preparavano la festa.

Mamma e zii con cartapesta,
con colori e con pennelli,
rifacean grotte, castelli,
un deserto, una foresta.

Da una vitrea fontana
un ruscel di filigrana
discendea placido e muto
fra due sponde di velluto.

E, nel fondo, era la stalla.
Il baglior d’un limicino
diffondea una luce gialla
su Maria e sul bambino.

San Giuseppe era tra il bue
e il somaro, che guardavano,
ed il capo dondolavano
gravemente, tutti e due.

I pastori eran di cera,
ché gli zii ne avean costrutti
di gran belli e di gran brutti,
d’ogni età, d’ogni maniera.

I Re Magi avean lor scorta
ed un elefante immenso,
che portava mirre, incenso
e ricchiezze d’ogni sorta.

Discendeva anche papà
verso sera, con quell’aria
un po' arguta e un po' bonaria:
- Bello! Ah! Bello! in verità! -

Ma perché il Moro non sta 
ritto? - Eh! vedi... è un po' sconnesso,
ma... si aggiusta... - E, se è permesso,
come mai Gianduia è quà?

- Per far numero! - Aaah! stupende
quelle rocce! E, se vi intendo,
il brigante e il reverendo,
per far numero? - Eh... s’intende...

Certo misto era il Corteo:
coi pastor venian tre o quattro
burattini del teatro,
fra un arcangelo ed un ebreo.

Sorrideva ora papà:
- Per Natale, a me bambino,
non presepi! E, in su mattino,
non balocchi in quantità...

Poi le visite. Rammento
cinque o sei vecchie signore,
sorridenti, bocca a cuore,
sempre pronte al complimento.

E i compagni... e i portinai...
e fors'anche gli inquilini,
delle mamme... dei bambini
ora medici o notai.

Ora... Or dormono i pastori
coi pupazzi del teatro
in chi sa che recesso atro
d'onde niun li trae più fuori.

L'elefante e il dromedario
- o destin d'ogni giocattolo! -
in chi sa che bugigattolo,
dove polvere è il sudario.

E quei bimbi... or son due uomini
quasi seri, e una signora.
Per colui che ben li ignora,
non è d'uopo ch'io li nomini.

Tutti gli altri... ahi! son più pochi,
e in gran parte non son più!
Se ne andò l'età dei giochi
e or sen va la gioventù.

(Da «La Donna», dicembre 1912)




CANZONE DI NATALE
di Guglielmo Felice Damiani (1875-1904)

Torno, o madre, alla casa. - Apri la porta,
chi già riposa desta,
chiama chi veglia e riaccendi il fuoco;
ché a te mi guida e il mio venir conforta
un tinnito di festa
invisibile; e l'inno umile e fioco
da prima, a poco a poco
crebbe, e nel cuor fu vana ogni paura.
Tal per la notte oscura,
seguendo l'orma del'aereo grido
ritorno stanco pellegrino al nido.

Sopra il mio capo, per i cupi azzurri
passa un canto e dilegua;
poi nel ciel che d'erranti anime brilla,
altri canti, altre note, altri sussurri
corrono senza tregua,
come voce che in cavi antri s'immilla.
Ed io so ben la squilla
che tra l'ombre e gli error mi guida e sprona...
Oh tu, madre, perdona
a chi tornando a questa soglia pia
fece molle del suo pianto la via.

Ch'io la pace qui trovi! entro la stanza
rifulgan le visioni
che un tempo giocondar l'umile notte:
un tempo, quando pieni di speranza
noi sognavam coi doni
greggi, presepi e luminose grotte,
e per l'ombre non rotte
ascoltavamo canti di pastori;
quando pur di tesori
carchi andavano i re bianchi col moro
e lunga comitiva era con loro...

E cercheremo, desti a mattutino,
l'orme che il pio passaggio
impresse lasci al nevicato suolo;
e, come un dì, nel rigido mattino
segneremo il viaggio
dicendo: Qui fermò l'aereo volo
e qui posò lo stuolo...
Udiste? udiste come tra un tintinno
d'arpe si levò l'inno?
come un arcano brivido percorse
e cielo e terra e casolari?... O forse?

Forse fu vano l'inno della Pace,
però che la parola
vanì col sogno dietro l'orizzonte,
e nell'anima nostra omai si tace,
né piangendo consola
vinta dal gel che la serrò, la fonte.
Su la pallida fronte
calano a stormi, come nei dì neri,
i torbidi pensieri;
su le labbra riarse, a cui nessuna
coppa fu chiusa, il tedio anche s'aduna.

Stolti! ché troppe vanità ci piacque
accarezzar nel petto,
troppe chimere perseguir col guardo!
surga la fede che fu morta e giacque
dentro al cuor giovinetto
e torni l'occhio a rimirar più tardo;
i desideri ond'ardo
sian fiamma ch'ogni cupa ombra consumi
e la strada m'allumi;
e tu, madre, col gesto che risana
guidami su la via soave e piana.

Apri, o madre, la porta. Eccomi giunto
stanco, pallido, afflitto
là donde mi partian lagrime amare:
trema e sussulta di pietà compunto
il mio cuor derelitto;
le mie pupille sazie di guardare
desideran sognare
siccome nelle pie notti lontane
al suon delle campane;
e per domani giorno dell'amore
cerca la vagabonda anima un cuore.
Ché domani è Natale:
a colui che seguì l'aerea traccia
apri, o madre, le braccia;
sovra il tuo seno, ove superbia tace,
ei trovi col perdono anche la pace.

(Da "Lira spezzata", 1912)




LA NEVE DI NATALE
di Fausto Valsecchi (1891-1914)

Ora nevicherà. Sento l’odore
della neve sospesa nelle stanche
nuvole grigie. E intorno, uno stupore
di cose che fra breve saran bianche.

L’ora ch’io vivo è livida d’attesa.
Una gregge passa, passa lentamente.
L’odore della neve ch’è sospesa
sul mondo sembra quella della mente:

lo stesso odore che le nari agghiaccia,
facendo lacrimare gli occhi stanchi.
Giunge il gregge all’ovile e s’accovaccia,
con gli occhi d’oro sotto i cigli bianchi.

Un altro gregge passa. Ora la neve
incomincia a cadere sugli agnelli.
Io guardo e penso a una carezza lieve
di mani che svaniscono sui velli.

Cade la neve. No, non cade: scende.
E alata. Atterra senza farsi male.
Non s’ode. Io guardo e penso alle leggende...
C’è in terra steso un cielo pastorale.

Gli agnelli andando ne hanno calpestata
la via, così che tutto s’imbruna.
E sul pallore della nevicata
la sera cala come nella luna.

L’ombra è sul gregge, che ha atterrato il muso,
ed in candidi petali si sfoglia.
O giungere così, subito, al chiuso
che ha una lampada accesa sulla soglia!

Laggiù in fondo brillare vagamente
la veggo come in una fiaba truce,
dove l’abisso s’apre, fra la gente
che il buio incalza, e il luogo della luce.

Gli agnelli hanno raggiunto una corrente.
Fra il gregge ed il suo ovile l’acqua scorre:
- la neve cade sempre - lo si sente
belare, ma nessuno lo soccorre.

Come può il cuore reggere allo strazio?
Il lago è senza fine e senza fondo.
Lascio errare lo sguardo nello spazio.
Dimentico di vivere sul mondo.

Fin che un naviglio in grembo al gregge, lieve
come un gran cigno, attratto dai belati,
approda, sosta, e poi riparte, greve
di quei poveri agnelli entro serrati.

Ed io lo guardo andarsene. Dai fianchi
tutti i musi sporgono per bere.
Il gregge soffre. E i remi sono stanchi
di tuffarsi nelle acque quasi nere.

Il lago è senza fine, è senza fondo.
Io penso (perchè penso?) a un naufragio.
Dimentico di vivere sul mondo.
E il gregge affonda adagio, adagio, adagio.

(Da "Versi e novelle")




CANTO DI NATALE
di Ettore Fabietti (1876-1962)

Crepita il ceppo su l'alare, l'ultimo
ceppo che il babbo ha tolto alla foresta;
lascia ch'io vegli fin che sia consunto:
la notte è lunga e non ho sonno punto.
Lasciami, mamma, reclinar la testa
sovra il tuo grembo, accanto al fuoco, dove
tu m'hai cullato quando ero fanciullo.
Vorrei d'allora i sogni risognare!
Guarda come son chiare
le stelle in questa notte di Natale!
Vicino a te m'assale
un desiderio di tornar fanciullo.
Prendimi, mamma, il capo entro le mani,
e delle tempie quietami l'ardore;
ma non contare i miei capelli bianchi.
Fin che l'olio non manchi
a la lucerna e crepiti la fiamma,
se non ti stanchi, mamma,
narrami la leggenda di Natale:
sono ancora un fanciullo in fondo al core.
- Lasciami, amore, lasciami pensare,
ch'io la ricordi; assai tempo trascorse,
e la memoria è vuota, come un bruno
doglio, o una casa ove non sia nessuno.
Ecco:
      "Una notte da le stelle chiare,
entro un presepe nacque il mio Gesù;
le stelle incominciarono a guardare
fisse con gli occhi al mondo di quaggiù"

"Era la valle tutto un vasto mare
di neve, e neve non cadeva più;
le stelle incominciarono a parlare
del prodigio alle genti ài lassù.

"Giù dal cielo una fata e un cavaliere
sceser, del sole risplendenti più;
magi e pastori trassero a vedere
come povero a noi venne Gesù.


"Oro e profumi..."
                          - No, mamma al natale
dei derelitti non fa festa alcuno:
Io vedeste quand'io ti venni al mondo.
- V'erano in cielo molte stelle chiare,
come stanotte, ma in casa nessuno:
babbo era via per procacciarsi il pane.
A piè del Ietto ardea quella lucerna
com'ora: io t'avea fatto un pannerello
e poche fasce con gli ultimi cenci
che portai meco quando venni sposa.
Dissi tra me: Se nasce,
o mio Signore, come Io riscaldo?
Non v'è stilla di fuoco per la casa!
Strinsi que' cenci in piccolo fardello,
sotto le coltri, al caldo;
ed aspettai che tu venissi al mondo.
Sola ero, come in fondo
al suo covo una lupa. In sul mattino
la donna del vicino
venne e trovò che tutto era finito;
l'avea chiamata il tuo primo vagito.

(Da "Canti del Trifoglieto", 1913)




LA PASTORALE
di Achille Leto (1872-1963)

I.

Ceppo vuol la chiesina di montagna
col suo campaniluccio e le casette
affumicate; vuole la campagna

bianca di neve, e bianche vuol le vette
e le tegole; vuole i focolari
coronati di bimbi e di vecchiette;

ma, soprattutto, vuol gli zampognari.


II.

Ecco per la città le cornamuse.
Ci destano, sull'alba, i vecchi accordi
che passan molli per le imposte chiuse.

Un sorriso e una lacrima, concordi,
ci sentiam dentro. Nella solitaria
alba gelata, salgono i ricordi

da un otre pieno, con tre canne, d'aria.

(Da "Piccole ali", 1914)




NATALE
di Guido Gozzano (1883-1916)

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po' tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c'è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

(Da "Le dolci rime", 1917)




NATALE
di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare

(Da "Allegria di naufragi", 1919)




NOVENA DI NATALE
di Sandro Baganzani (1889-1950)

Un rustico presepe.
«U ciarameddaru» discese
chissà
da qual bianca città
di neve, perduta
tra i greppi: discese
per la novena
colla zampogna
che saluta
il Bimbo Gesù,
nenia dolcissima, piena del sogno
che fu.

Il presepe
è un altare dipinto, da un qualche
pittore che adopera
del bianco del rosa dell'oro
così senza posa,
per fare più bello
un manto, più biondo
il capino
d'un cherubino.
Sul muro nero tutto crepe
un verde festone
(pungitopo? mortella?)
greve
di frutti d'arancio,
cosparso di fiocchi di lana
(la neve!).
E la zampogna suona.
Ecco il presepe.

Ma scende nel cuore
un'angoscia lontana
verso il tramonto quando
i bimbi cantano
e alla fontana
le brune fanciulle
con l'anfora colma
vengono vanno
e tornano i greggi
ed i pastori ànno
quasi una sacra religiosità.
Scampanano stonati
i campanili.
E sui sottili fili
del ricordo
l'anima sogna
dietro la nenia della zampogna
quel che più non sarà.

(Da "Arie paesane", 1920)




LUNARE NATALIZIO
di Lionello Fiumi (1894-1973)

Andremo a plenilunio invernale
che il rotolìo della "vettura a nolo" ondulerà
con cerchi ampi d'opale
i corsi deserti a trapezi di buio a losanghe di chiaro.

Ma scesi fuori porta col cartoccio di marrons glacés
nella spianata màcera di luna
il solitario viale di avancittà
avrà apprestato pei suoi stivaletti mordoré
taciturne magnolie di piumosità.

Vedremo lontano i rigidi nastri
approvare le leggi prospettiche
triangolate d'ombre a carbone
come modellini scolastici di cartone,
e lei anche scoprirà banchine di cera
dormienti in pose catalettiche.
Ogni palo telegrafico
avrà il suo zoccolo d'ombra nera nera
come un tondino ritagliato di liquirizia.

E in quel paesaggio fragile e sommesso,
di carta e di gesso,
uscito quasi per regalo da una scatola natalizia
tutto brina fittizia
di mica e bambagia,
sarà voluttuoso complemento
tentare con ardimento
la sua fragilità novizia
di grande bambola di maiolica.

(Da "Mussole", 1920)




NELLA NOTTE DI NATALE
di Umberto Saba (1883-1957)

Io scrivo nella mia dolce stanzetta,
d'una candela al tenue chiarore,
ed una forza indomita d'amore
muove la stanca mano che si affretta.

Come debole e dolce il suon dell'ore!
Forse il bene invocato oggi m'aspetta.
Una serenità quasi perfetta
calma i battiti ardenti del mio cuore.

Notte fredda e stellata di Natale,
sai tu dirmi la fonte onde zampilla
improvvisa la mia speranza buona?

È forse il sogno di Gesù che brilla
nell'anima dolente ed immortale
del giovane che ama, che perdona?

(Dal "Canzoniere", 1921)




L'ALBERO NATALIZIO
di Guido Marta (1882-?)

Natale. Penso il Natale
nella mia casa, vicino
al grande mio focolare:
e là in fondo al viale
l'abete colossale,
che in casa non ci può stare.

Così, con le braccia tese
tra l'uno e l'altro orizzonte,
quasi a ridosso del monte
azzurro e lontano,
con qualche lume di stella,
con tanti doni di neve,
— incappucciato e greve
come un gran vecchio malato —
sembra lì preparato,
nella solitudine agresta,
per la nostra festa.

(Da "La neve in giardino", 1922)




LA NOTTE DI NATALE
di Giuliano Donati Petténi (1894-1930)

Ne l'ora che la notte più brillanti
accese gli astri, gli Angeli raccolti
le melodie intonarono coi volti
chini su le dorate arpe vibranti.

Simile al suono di celesti sfere
nei profondi silenzi ancora udito,
quando a noi giunge ne le calme sere
da l'azzurro de l'etere infinito,

era l'inno diffuso sotto gli archi
dei cieli come un canto universale
di speranza pei Santi e i Patriarchi
veglianti ne la notte di Natale.

Presso il gregge assonnato ora i pastori
sotto gli olivi stavano d'argento,
quasi a custodia de le stelle, armento
pascolante del cielo fra i bagliori.

Solo i più giovinetti affaticati
dai sollazzi e dall'opere diuturne
s'erano con gli agnelli addormentati
al cader delle prime ombre notturne.

Gli anziani no, ché dei silenzi amico
è il vecchio. Spesso ei si raccoglie a sera
memore d'un presagio ch'egli spera
per sé s'avveri e compia un sogno antico.

Posati infatti a terra i lor vincastri,
pensavano: - Non forse si compiva
un vaticinio s'ora giù da gli astri
dolce un'arcana musica veniva?

(Da "Intimità", 1926)