mercoledì 29 gennaio 2014

Poeti dimenticati: Giulio Pinchetti

Nacque a Como nel 1844 e morì a Milano nel 1870, dopo essersi sparato due colpi d'arma da fuoco. Laureatosi in Legge a Pavia, iniziò a subire quella grave sofferenza psicologica che lo avrebbe portato alla prematura morte, ciò è dovuto anche ai gravi lutti che dovette affrontare (gli morì prima il padre e poi la fidanzata). Dopo aver lasciato la scuola militare di Asti si trasferì di nuovo a Como per intraprendere l'attività di notaio; nel contempo si dedicò al giornalismo. Andò quindi ad abitare a Milano dove collaborò con la "Gazzetta di Milano"; l'anno dopo altri gravi lutti colpirono definitivamente il suo fragile animo che non riuscì più a sopportare il peso della vita. L'unico suo volume poetico uscì nel 1868: qui emerge lo spirito ribelle del Pinchetti, ma anche si nota una leopardiana vena malinconica e, in alcuni casi, una disperazione senza sbocchi. Nel 1974 presso l'editore Marzorati di Milano uscì un volume di "Opere" che raccoglie, oltre alle poesie edite e inedite, anche articoli, lettere, appunti e pensieri dello scrittore comasco.


Opere poetiche

"Versi", Ostinelli, Como 1868.





Presenze in antologie

"Poeti minori del secondo Ottocento italiano", a cura di Angelo Romanò, Guanda, Bologna 1955 (pp. 242-243).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. III, pp. 45-47).
"Poeti della rivolta", a cura di Pier Carlo Masini, Rizzoli, Milano 1978 (pp. 109-118).
"Lirici della Scapigliatura", seconda edizione aggiornata a cura di Gilberto Finzi, Mondadori, Milano 1997 (pp. 173-184).

"La poesia scapigliata", a cura di Roberto Carnero, Rizzoli, Milano 2007 (pp. 327-342).



Testi

Placata alfin ti spero, ombra di morte!
Non più terror, non più bugiarda speme
Al grand'atto or mi fan tremulo il ferro.
Preclusa è l'ora e la preclude il mio
Disperato dolor. Tregua ai consigli:
Giovane io moro, e non però lamento
I molti dì ch'anco durar potea,
Ché della vita omai nessun mistero
È a me celato, e ben mi so che tutto,
Tutto è dolor...

(Da "Opere")




[...] No, non è effetto d'esaltazione o di delirio questa mia estrema risoluzione, mentre non sono mai stato calmo né logico come adesso: è frutto di sei mesi, intendete bene, di sei mesi di lotte acerbissime, di scoraggiamenti e di illusioni, di vera agonia di spirito: e tutte queste lotte, tutti questi scoraggiamenti m'hanno condotto a dire: il mondo è cattivo; tu non eri nato per essere uomo. Vi figurate voi, il non posare mai il pensiero, né di giorno né di notte, il veder tutto nero come un funerale, il sentirsi l'anima che se ne va, e la materia che cresce di imbecillità, il sospirare sempre un passato irrevocabile e non scoprire nessun avvenire più mai: dite: vi figurate voi tutto ciò? Vi figurate voi uno spirito infermo alle prese con un demonio tenace, astuto, minuto, che ti scivola da una parte e che giammai puoi afferrare? Che ti offende, ti strazia freddamente e non si lascia mai guardare in volto? Vi figurate voi un'anima che sente, che non vorrebbe che amare, costretta a rodersi, a piangere, a maledire?... Ebbene: in questa lotta io cedo: sono stanco di stringer fantasmi;... nel segreto della tomba, nella mia cappella mortuaria avrò, almeno là, lo spero... un po' di pace! [...]

(Da "Opere")

domenica 26 gennaio 2014

La neve in 10 poesie di 10 poeti italiani del XIX secolo

Le dieci poesie seguenti furono scritte tutte negli anni del XIX secolo. Gli autori sono poeti italiani attivi particolarmente nella seconda metà dell'Ottocento e molti di loro furono (a torto) considerati minori. Leggendole si intuirà che spesso si privilegia la visione, la descrizione dell'evento atmosferico e, secondariamente, le emozioni, i pensieri che tale evento suscita nelle anime nobili di chi scrive dei versi. Si differenziano dalle altre le poesie di Corrado Corradino, Severino Ferrari e Enrico Panzacchi (potrebbe essere aggiunto anche Giovanni Pascoli, ma ciò che cambia l'atmosfera rassicurante del testo è, nel suo caso, il solo titolo); questi tre poeti non si soffermano ad elencare i particolari del paesaggio innevato, ma si concentrano su temi spiccatamente sociali: vogliono cioè mettere in risalto il fatto che la neve e il freddo possono divenire una tragedia per chi non ha i mezzi per affrontarli adeguatamente.





FOLTA È LA NEVE
di Giovanni Camerana (1845-1905)

    Folta è la neve
Sui nodi biechi dei tronchi e sui rami
Atteggiati da scheletro
Nel cielo buio e greve.

    Laggiù i tugùri
Sonnecchiano di freddo e di tristezza;
Paion sepolcri e tumuli
I lor profili oscuri.

    Torpido fuma
Un comignolo, il segno unico vivo;
Filo vago e nericcio
Sopra il fondo di bruma.

    Vedi! è deserta
La strada, è tutta candida, e si perde
In mezzo alle casupole
Tortuosa ed incerta;

    È bianca, è queta,
Fa pensare al Natale ed ai Re Magi;
Rivolge la memoria
Verso l’infanzia lieta;

    Verso le aurore
Traversate dai cento cherubini
Della speranza, e i rosei
Nimbi del primo amore;

    Giorni lontani
Come una vela nel mare, e svaniti
Come fanno le nuvole
E i grandi echi montani;

    Ed io ripenso
Le precoci sepolte, e guardo i rami
Atteggiati da scheletro
Nel grigio umido e denso.

(Da "Versi", Streglio, Torino 1907)





NEVICATA
di Giosuè Carducci (1835-1907)

Lenta fiocca la neve pe 'l cielo cinerëo: gridi,
suoni di vita piú non salgon da la città,

non d'erbaiola il grido o corrente rumore di carro,
non d'amor la canzon ilare e di gioventú.

Da la torre di piazza roche per l'aere le ore
gemon, come sospir d'un mondo lungi dal dí.

Picchiano uccelli raminghi a' vetri appannati: gli amici
spiriti reduci son, guardano e chiamano a me.

In breve, o cari, in breve - tu càlmati, indomito cuore -
giú al silenzio verrò, ne l'ombra riposerò.

(Da "Odi barbare", Zanichelli, Bologna 1910)





IDILLIO NOTTURNO
di Corrado Corradino (1852-1923)

«Noi veniamo dal ciel, dove più d'uno
Direbbe volentieri: io ci rimango.
Noi veniamo dal ciel vuoto, importuno,
E discendiamo in terra a far del fango.»

Così diceano i fiocchi della neve
Lenti per la notturna aria danzando:
Era tutto silenzio, e solo un lieve
Fischio di vento udivi a quando a quando.

Delle case i domestici genietti
Seduti sulle cappe dei camini
Si narravano certo a denti stretti
I misteri dei tepidi stanzini,

'U l'aria è piena del romor dei baci
Sotto le molli coltrici sonanti,
E nel sonno si stringono tenaci
I corpi dei bambini e degli amanti;

Ove sul capo degli addormentati
Si addensan l'ombre del divino oblio,
E nei cor dalle veglie affaticati
La quiete discende, unico iddio.

Allor sì, che i domestici genietti
Gridavan per le canne dei camini:
«State tranquilli dentro i vostri letti;
Che freddo acuto fuor degli stanzini!»

Che freddo! e di che sconce lividure
Segnava d'una misera la faccia!
Si trascinava per le strade oscure
E nude al ciel levava ambo le braccia.

Nel suo cammino ell'era tutta sola
E i muri rasentando barcollava;
Dicea la neve: Povera figliola!
Ma intorno e accanto a lei l'uomo russava.

Con le gonne facea velo alla testa
La sciagurata, ed al livido seno;
E per gli squarci della poca vesta
Apparia degli strani occhi il baleno.

E intanto camminava, camminava
Pel fangoso sentier, pur barcollando;
E così fra sé stessa bestemmiava
Pazzamente come ebbra sghignazzando:

— Viva il mondo perdio! con la sua prole
Il buon Signore fa le cose spicce;
Figlie, a noi dice, scaldatevi al sole!
E alle dame : Per voi ci ho le pellicce.

Damine immacolate, al vigil lume
Della lucerna oh come il sonno è grato,
Mentre distesa in sul guancial di piume
La comoda virtù vi russa allato!

Intanto che col placido sposino
Voi ricambiate un bacio e uno sbadiglio
Io qui, megera lurida, trascino
Il mio vizio e me stessa nel motriglio.

(Da "Su pe 'l calvario", Casanova, Torino 1889)





NEVICATA (VICINO A LEIDA)
di Edmondo De Amicis (1846-1908)

I.

Sulla campagna squallida e pensosa
Scende la neve a larghi fiocchi e lenti,
E sui morbidi strati rilucenti,
Immaculata e tacita si posa;

Scende, d'un fitto vel copre ogni cosa,
Copre casette, ponti, acque dormenti,
E colma fossi e imbianca bastimenti.
E scende senza fine e senza posa;

E via pei campi, dietro al bianco velo,
Gli alti mulini in grande atto severo
Tendon le braccia irrigidite al cielo;

E del piano bianchissimo al confine
Segna la vecchia Leida un arco nero...
Nevica senza posa e senza fine.


II.

Io veggo nelle tepide casine
Gli olandesi panciuti ed opulenti
Seduti intorno ai caminetti ardenti
Sbuffare il fumo in larghe onde azzurrino,

Stare a mensa con le fronti chine
Argomentando in riposati accenti,
E macinar gli arrosti succulenti
Con le lente mascelle elefantine;

Veggo le caste mogli e i grossi putti,
E il placido gatton lucido e bello
E monti di formaggi e di prosciutti;

E i larghi letti insidiati invano
Su cui l'Amore ha scritto a stampatello:
Chi va piano va sano e va lontano.

(Da "Poesie", Treves, Milano 1880)





NEVE
di Severino Ferrari (1856-1905)

Neve, te canti allegra fata il poeta stolto,
mentre coi piedi caldi sta centellando il ponce;
e a chi 'l granaio scricchia nel peso del raccolto
e s'alzano legnaie d'olmi e querciuoli acconce.

Ma t'odia cui l'inverno con doppia spada offende,
la fame e il freddo acuti. Chi poi sotterra ha care
memorie, ad ogni falda che sulle tombe scende
dentro ti sente crescere e sopra il cuor pesare.

(Da "Nuovi versi", Stab. tipo-litografico Pietro conti, Faenza 1888)





NEVE IN CITTÀ
di Giovanni Marradi (1852-1922)

E da una striscia argentea di cielo,
che fra i neri edifici alta serpeggia,
neve e neve giù giù fiocca e volteggia
muta al tuo muto soffio, aria di gelo.

E nel freddo silenzio, a quando a quando,
fra i palagi di marmo, ove ancor bella
vive in refugi tepidi la vita,
qualche ombra umana affrettasi, pestando,
sotto il fioccar che ogni orma ne cancella,
quel candor molle come una fiorita.
E in bianca pioggia di fiori infinita
vien danzando giù giù neve su neve,
lieve a ogni soffio che tu soffii lieve
fra i palagi di marmo, aria di gelo.

(Da "Poesie", Barbera, Firenze 1907)





LA NEVE
di Guido Mazzoni (1859-1943)

Mite è la neve. Lieve vien giù da un cielo di perla
Come il piovente fiore de' biancospini;

Silenziosa vien giù, s'aggira volando, sussulta,
Come farfalle lungo la siepe nuova.

Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci,
Morbida, bianca, scende la neve pia,

Ed al maligno verno che sta su le terre domate
Tanto squallore splendidamente cela.

Crescon per lei sicure le timide punte del grano:
Sognano il raggio de' rinfiammati soli;

Cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono
Sogna la falce tra le mature spighe.

Mira il fanciullo a' vetri che il fiato fumante gli appanna;
Forti trastulli dona la neve a lui.

Mira alla lente il dotto; di stelle e di rigidi fiori
Studio sagace dona la neve a lui.

Tace per lei l'imbelle stridor delle vie cittadine;
Tra gli alti monti bollono urlando i fiumi:

D'una feroce gioia esultano i fiumi, che presto
Gonfi a ruina diserteranno il piano.

Colpa ne ha la neve. Lei, vergine bianca, dall'alto
Delle montagne traggono a forza seco,

Strappanle il manto puro. Di que' lutolenti all'amplesso
Cede la neve, vergine bianca, e muore.

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1913)





NEVICATA
di Ada Negri (1870-1945)

Sui campi e su le strade
Silenziosa e lieve,
Volteggiando, la neve
                    Cade.

Danza la falda bianca
Ne l'ampio ciel scherzosa
Poi sul terren si posa
                    Stanca.

In mille immote torme
Sui tetti e sui camini,
Sui cippi e nei giardini
                    Dorme.

Tutto dintorno è pace:
Chiuso in oblio profondo,
Indifferente il mondo
                    Tace....

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core,
E ad un sopito amore
                    Pensa.

(Da "Fatalità", Treves, Milano 1892)





NELLA NEVE
di Enrico Panzacchi (1840-1904)

Sull'alba, è intatta al suolo
la grande nevicata
che fioccò tutta notte.

Poi sul bianco lenzuolo
appar qualche pedata:
piè grandi e scarpe rotte.

Soffre la vita o dorme.
Ai bimbi il verno è crudo
come all'età cadente.

Veggo, fra l'altre, l'orme
d'un picciol piede ignudo
che m' attrista la mente.

Ahi, ahi!, chi vi ristora,
o tremanti piedini
di fanciullo errabondo?

E vi son dunque ancora
dei poveri bambini
che van, scalzi, pe'l mondo?

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1908)





ORFANO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

(Da "Myricae", Giusti, Livorno 1903)

mercoledì 22 gennaio 2014

Poeti dimenticati: Antonello Caprino

Antonello Caprino nacque a Sassari nel 1886 e morì a Roma, 1954. Dalla Sardegna si trasferì ben presto con la famiglia a Roma. Nella capitale italiana completò gli studi (si laureò in Giurisprudenza nel 1911). Negli anni della gioventù si interessò di poesia ed entrò in contatto col cenacolo romano che faceva riferimento a Sergio Corazzini; con quest'ultimo nacque un'amicizia testimoniata da alcune lettere che i due si scrissero. Pubblicò qualche poesia sulle riviste letterarie d'inizio Novecento ma non vide mai la luce un suo libro di versi.



Presenze in antologie

"Neoidealismo e rinascenza latina tra Ottocento e Novecento", a cura di Angela Ida Villa, LED, Milano 1999 (pp. 462-468).



Testi

A LA PAMPHILI

 Vagava già la nuova Primavera
per la serena villa dei Pamphili,
vergine esigua, bianca, di sottili
vesti fiorite, sovra i piè leggera.

E noi andavamo con la Primavera
per i quieti viali signorili,
e su l'anime nostre giovenili
piovevano i misteri de la sera.

E accese al respiro del sole
avvampavan le ciglia a la pineta,
custode degli accordi maliosi:

andavamo, così, senza parole,
avvinti da una musica segreta,
che ci facea più pallidi e pensosi!

(Da "Incontri con Fausto e altri crepuscolari", 1981)


lunedì 20 gennaio 2014

La neve in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

La caduta della neve può essere un evento usuale o eccezionale a seconda dei luoghi dove si verifichi questo fenomeno atmosferico che è tipicamente invernale; anche se, non di rado, può avvenire nelle stagioni che precedono o seguono l'inverno. Comunque sia, è certo che dopo una intensa nevicata il paesaggio cambia drasticamente aspetto: il bianco copre ogni cosa e domina su tutti gli altri colori. Per tale motivo, visivamente, la neve rappresenta una sorpresa e spinge un po' tutti ad osservare con più attenzione i luoghi che ha ricoperto. La maggior parte delle poesie qui sotto riportate vogliono descrivere lo stupore che tale visione suscita in chi osserva l'avvenimento. Ma ci sono anche poesie che vogliono esprimere un intenso dolore (quasi che la neve e il freddo ne siano i simboli) nato da fatti drammatici o da perdite affettive importanti. C'è infine, in alcuni versi, anche qualche accenno al sociale (si legga la poesia di Di Ruscio) e, immancabilmente, all'amore.



NEVE
di Giosuè Borsi (1888-1915)

Nel mattino d'inverno, che dirada
con luce scialba le notturne bende,
il suo candore immacolato stende
la coltre della neve in su la strada.

Il freddo punge, e volto e mani agghiada
al viator che va per sue faccende
e risonare il lastrico s'intende
per ogni goccia che dai tetti cada.

Ecco: si desta la città, si desta
la piccioletta opra e il lavoro umano,
lavoro di catelli irti e ringhiosi.

Da piedi e da veicoli calpesta,
la neve il suo candore a mano a mano
perde e s'ammucchia in cumuli fangosi.

("Versi 1905-1912", Le Monnier, Firenze 1922)





ATQUE IN PERPETUUM, FRATER...
di Giorgio Caproni (1912-1990)

Quanto inverno, quanta
neve ho attraversato, Piero,
per venirti a trovare.

Cosa mi ha accolto?

                    Il gelo
della tua morte, e tutta
tutta quella neve bianca
di febbraio - il nero
della tua fossa.

               Ho anch'io
detto le mie preghiere
di rito.

       Ma solo,
Piero, per dirti addio
e addio per sempre, io
che in te avevo il solo e vero
amico, fratello mio.

(Da "Tutte le poesie", Garzanti, milano 1993)





LA NEVE
di Bartolo Cattafi (1922-1979)

Saltano intoppi calcoli barriere
s'aprono un varco:
limpidi lunghi filati snodati
ora è acqua nel fiume
la neve di ieri.

(Da "Ultime", Idola Novecento, Palermo 2000)





NEVICA...
di Francesco Chiesa (1871-1973)

Nevica... La melanconia rilascia
sul regio ostello i suoi crini canuti;
né più le torri ostentano gl'irsuti
gesti: si stanno pallidi d'ambascia.

Lieto il cielo che torbido si sfascia,
sotto il peso che frange i guizzi acuti
dei cipressi e i rosai piega lanuti
di vecchiezza, ogni volontà s'accascia.

Ma allor che giacea prono, il suo nerbo
raccogliendo ad un tratto, la solinga
fronda raddrizza nell'inverno acerbo.

Ergesi pronto all'immortal lusinga
della vita, come un gesto superbo
che il funereo lenzuolo respinga.

(Da "Calliope", Avanguardia, Lugano 1907)





RACCOLGONO LA NEVE
di Luigi Di Ruscio (1930-2011)

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati che quest'estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto
e sarà giorno di festa anche per loro
fuori delle case
con le vesti bucate le scarpe sfondate
mentre la neve fascia di gelo le case
in questa vostra terra
dove dio ci ha fatto bastardi.

(Da "Non possiamo abituarci a morire", Schwarz, Milano 1953)





HANNO SPARATO A MEZZANOTTE
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Hanno sparato a mezzanotte, ho udito
il ragazzo cadere sulla neve
e la neve coprirlo senza un nome.

Guardare i morti alla città rimane
e illividire sotto il cielo. All'alba,
con la neve cadente dai frontoni,
dai fili neri, sempre più rovina
accasciata di schianto sulla madre
che carponi s'abbevera a quegli occhi
ghiacci del figlio, a quei capelli sciolti
nei fiumi azzurri della primavera.

(Da "La storia delle vittime", Mondadori, Milano 1966)





NEVE
di Guido Marta (1882-?)

Neve, neve, neve;
come lieve!
tu sei stanca, tu sei fredda, non ài voglia
più d'andare:
se ti stendi sulla soglia,
non ti levi più: mi pare
di vederti in un gran letto
dalle candide lenzuola:
tu sei fredda, tu sei sola — e sei malata.

Neve, neve, quanta pace nel tuo male!
è il tuo male
grande come il mondo:
tutto il mondo è un ospedale
(quanti letti, quante suore,
quante cose fredde e bianche!);
passa l'ombra del dolore,
senza voce.

Una strada, un'altra strada: ecco, una croce
sul tuo corpo: non più strade, non più croci,
non dolori: tutto eguale:
la città, la piana, il monte,
tutto bianco l'orizzonte,
come un mare
di serenità.

Passa un uomo; una pedata
dietro l'altra, e ti fa male;
ma tu scendi lieve e buona
tu distruggi il suo cammino, in un momento,
come quella che perdona al suo morire.
Passa il vento e ti scompiglia:
tu, serena, ricomponi il tuo languore,
un candore senza fine.

Ma se il sole viene, vai:
te ne vai senza parlare,
come certe malate che si muoiono
nell'inverno di riviera
— tra le viole di una falsa primavera, —
con le mani bianche
trasparenti di sole.

Te ne vai poco per volta:
la tua anima che fuma sotto il sole:
casolari che rigettano la vesta
di candore, quasi vecchi imbronciati
la maschera della festa;
alberi che piangono la loro
serenità perduta.
Una grande scena muta: un morire
lento: cose che stillano, strade bagnate,
campi bagnati;
resta come dei malati:
pianto solo.

Io mi penso di morire —
nei momenti di tristezza —
come tu, neve, sai morire:
un po' per volta, lasciando
un poco del mio candore
dietro ad ogni amore, un poco
di giovinezza dietro ad ogni sogno,
un po' di vita dietro ad ogni gioia
e il sole che mi farà morire
sarà la gioia che durerà di più.

(Da "La neve in giardino", Il Giornale dell'Isola, Catania 1922)





NEVE
di Rocco Scotellaro (1923-1953)

E queste nubi sono così ferme
a raggiera di viola, sovrastano
gli uomini sviati sui pendii.
Se pure danno uno spillo di sangue,
queste giornate dell’ultimo inverno
sono più larghe di cuore nella sera.
Tu puoi sentire nella notte fonda
lievitare la neve sopra i vetri
e come si cerne fina al setello,
acceca i finestrelli delle case.
Quando il cielo porta la bufera
il più vecchio si muove dalla seggiola
a spalare la cenere bianca:
- Non uscite, lo so io cosa accadde!
Non rasparono più la terra
i cavalli atterriti nel valico,
il polvischio radeva sibilando,
il trainiere portava il nostro sale,
lo trovammo con la mano di pietra
spingeva ancora le ruote affogate.

(Da "È fatto giorno", Mondadori, Milano 1954)





NEVE
di Giovanni Tecchio (1872-?)

E neve e neve e neve...
E tutto intorno imbianca:
Passa un sussurro breve,
Il fru d'un'ala stanca.

Mentre nell'aria lieve
Danza la ridda bianca,
Una tristezza greve
Scende col dì che manca.

Chi studia a un lume fioco,
Chi dorme in letto morbido,
Chi ride accanto al foco;

Va un vecchierel lontano,
Un pan cercando e querulo
Stende la scarna mano.

(Da "Canti", Monanni, Milano 1931)





LA BALLATA DELLA NEVE
di Paolo Volponi (1924-1994)

Sono scesi i passeri a branchi
dai calanchi di neve;
si sono posati tutt'insieme
sulle peste davanti a casa
come se la tua veste
tenessero per gli orli,
sfrenati nel volo
quasi per una pena del cuore.

È solo il tuo sguardo, amore,
che li tiene in vita,
o il loro stesso timore
di presto morire.

Se appena ti chiamo,
altri volano dai pagliai:
l'inverno si spalanca
nel tuo grembiule celeste,
un filo d'oro di paglia
resta a metà nell'aria.

È d'oro la tua medaglia
ogni sabato d'inverno
e bianca è la tua pelle
nel nido sopra il ginocchio.

Salendo lentamente a germinare,
la stagione mantiene
il seme del tuo pudore:
l'una e l'altro maturano insieme
e cantano in silenzio
come il vento e la neve
nel tuo piccolo paesaggio
che arriva appena a domani.

Anche i passeri al tramonto
tremando sui rami,
vivi uno per uno
e tutt'insieme come le stelle,
ti chiamano in silenzio
per arrivare a domani.


(Da "Poesie 1946-1994", Einaudi, Torino 2001)