lunedì 24 febbraio 2014

La domenica nella poesia italiana simbolista e decadente

La domenica è sempre stato il dì del riposo che arriva dopo una settimana di lavoro, è quindi il giorno adatto a svagarsi, a divertirsi se possibile e a dimenticare tutti i problemi e gli affanni, sia dei giorni precedenti che di quelli seguenti. Ma la domenica dei poeti simbolisti (in questo caso anche e soprattutto crepuscolari) diviene un giorno estremamente noioso, spesso piovoso e in ogni caso portatore di tristi pensieri. La vita, proprio quando dovrebbe esprimersi con entusiasmo ed energia, si rivela quindi inutile e insensata. I poeti che parlano delle loro domeniche in sostanza parlano dell'esistenza senza significato, poiché gli altri giorni della settimana sono dedicati al lavoro (spessissimo fonte di fatica e di tribolazione) e l'unico giorno libero si rivela completamente privo di ogni spinta vitale. Diviene in questo modo il simbolo della inutilità dell'esistenza, la rappresentazione del vuoto e della noia.




Poesie sull'argomento

Sandro Baganzani: "La mia triste vita" in "Arie paesane" (1920).
Sergio Corazzini: "Sera della domenica" in "Libro per la sera della domenica" (1906).
Lionello Fiumi: "Sera di domenica in carnevale" in "Polline" (1914).
Corrado Govoni: "La domenica è intenta nel comporsi", "La domenica nel convento" e "Lo specchio della domenica" in "Armonia in grigio et in silenzio" (1903).
Corrado Govoni: "Le domeniche", "Le cose che fanno la domenica" e "Domenica" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Domenica" in "Poesie elettriche" (1911).
Fausto Maria Martini, "Domenica d'ospedale" in «Nuova Antologia», novembre-dicembre 1917.
Tito Marrone: "Domenica d'inverno" in «Rivista di Roma», dicembre 1904.
Marino Moretti: l'intera sezione "Le domeniche" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Guido Ruberti: "Domenica" in "Le Evocazioni" (1909).




Testi

LA DOMENICA
di Marino Moretti

Chinar la testa che vale?
e che val nova fermezza?
Io sento in me la stanchezza
del giorno domenicale;

del giorno in cui non si ha nulla
fuorché il triste cuore sperso,
e in cima alla mente un verso
troppo noto che ci culla;

del giorno in cui, spento ogni
rumore, la casa è vuota,
in cui la pupilla immota
non intravede più sogni.

Chinar la testa che vale ?
Vive meglio col suo niente
il buon uomo che si sente
di non poter fare il male,

e non sente l'infinita
ampiezza dell'irreale,
e vive senza ideale
come un servo della vita!

La suora che nel convento
perdoni e salvezze implora
pensa alla vita d'allora
con improvviso sgomento;

la madre che ha lungi il figlio
e che non sa dove sia,
lo vede già su la via
del male, senza giaciglio;

l'amante, pieno di ardore,
che attese presso una chiesa
si logorò nell'attesa
tutto il suo giovane cuore;

ma quegli a cui fu concesso
di scendere nel cortile,
sente che l'autunno è aprile,
si consola da sé stesso;

il malato a cui è tanto
caro l'umile fil d'erba
ed a cui l'autunno serba
un primaverile incanto,

una dolcezza novella
fatta di gialle corolle,
una soavità molle,
un'indistinta favella...

Chinar la testa che vale?
e che val nova fermezza?
Io sento in me la tristezza
del giorno domenicale,

che declina in un vapore
grigio nella lontananza
senza che alcuna speranza
doni al mio povero cuore.

(Da "Poesie 1905-1914")





venerdì 21 febbraio 2014

Il carnevale in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

DIALOGO DI GIOVEDÌ GRASSO
di Tito Marrone (1882-1967)

- Marchesa, permettete?
Forse è incomoda l'ora...
- Ma come? Siete
voi, caro abate?
Coraggio: avanti.
- Mi perdonate,
se mi presento senza
parrucca e senza guanti?
- Oh, confidiamo ancora
nella vostra clemenza!
Ma venite in cattivo punto. - In cattivo punto?
- Prendetevi una sedia.
- Grazie. La cerco...
- ...senza trovarla. Quel maledettissimo
padron di casa è un pezzo che gioca la commedia
di lasciarmi così. - Rimango in piedi,
dal mattino alla sera, dalla sera al mattino,
adorator perpetuo della vostra bellezza!
- Voi siete la fenice degli abati galanti
- Per carità, marchesa:
senza la mia parrucca e senza i guanti...
- Oh, non è nulla! Io stessa
sono fuori di me,
caro abate, perché...
Ma, prima:
vi ricordate l'abito
pompadour, che di Francia
mi recò mio marito
centotrent'anni fa,
che indossai l'ultima
volta al ballo dogale? - Mi ricordo
che quella sera volli baciarvi sulla guancia
(tanto eravate bella!)
e fui percosso dal ventaglino di madreperla.
- Ricordate anche troppo.
Or quella veste e quel ventaglio miniato
quando per economia
venni ad abitar qui, li lasciai nella mia
dimora, alla Ca' d'oro,
chiusi dentro un armadio intarsiato,
accanto a' bei gioielli
lasciatimi in eredità dai Loredano...
Poco fa, prima
che voi foste venuto,
colpita dallo strano
rumore della via,
schiudo la gelosia,
mi affaccio... e vedo
una maschera a braccetto
d'un abatino buffo e svenevole,
vestita con la bella mia veste pompadour!
- Marchesa, l'avventura
non è molto piacevole;
ma se vi dicessi che quell'abatino
portava la mia bella parrucca incipriata?
- Davvero? - Certo. La riconobbi
quando mi urtò, passandomi vicino
con la sua goffa dama imbellettata...
Oggi le maschere
vanno a spasso:
mi dicono che sia giovedì grasso.
I vivi si divertono, e i morti si dan pace.
- Abate mio... - Marchesa?
- Non m'offrite una presa
del vostro buon tabacco d'un tempo? - Mi dispiace,
ma ho dato via
la tabacchiera. Faccio economia...

(Da «L'Italia moderna», aprile 1905)





CARNEVALE IN MONTAGNA
di Luigi Grilli (1858-1939)

Qua su non manda il pazzo carnevale
le sue voci di chiasso e d'allegria;
non echeggian qua su fulgide sale
di lieti canti e suoni all'armonia.

Tutto è silenzio, e nevica. Sull' ale
io migro intanto della fantasia
verso altri luoghi; e impreco a questa uguale
vita di tedio e di malinconia.

Picchiano forte all' uscio. Apro. Oh gradita
sorpresa! Alzando le manine a festa,
ingenua sulla soglia ed impalata,

si presenta la mia piccola Anita
con il cappello della madre in testa:
al babbo viene a far la mascherata.

(Da "Lauri e mirti", Giusti, Livorno 1908)





IL VEGLIONE
di Vittorio Emanuele Bravetta (1889-1965)

No: non vado al veglione, amici — basta
a me la veglia che il pensier m'impone;
eterna veglia che il mio cuore guasta
e che, stanotte, diverrà veglione.

Ecco: già la Quaresima sovrasta
a l'agonia del Carneval buffone,
che ne l'ultima notte il viso impasta
di farina e di gioia a le persone.

Ecco, e la veglia mia veglion diventa:
a contendersi il prezzo del mio cuore
mille buffoni l'Allegria presenta;

e mentre il Carnevale ilare muore,
scopre la faccia e fiero il cuor m'addenta
quel che vinse e più buffo era: il Dolore.

(Da "Odi e canzoni", Libreria G. B. Petrini, Torino 1910)





GESTO DI CARNEVALE
di Paolo Buzzi (1874-1956)

Dove corri, o Maschera?
Non è quella la via del Veglione!
Dall'altra parte!
Sei giovane e snella. Oh le caviglie divine
sulle scarpette bianche! Una rosea,
l'altra azzurra. Battono in tempo d'ali di farfalla.
Dove corri? Là nel fondo
è l'abisso difeso da un muricciuolo.
La rupe salta quattrocento piedi sul mare.
Non odi le musiche celeri allegre,
dall'altra parte? Non odi le risate e gli schiamazzi
del Carnevale?
Dove corri? Chi sei, Domino Iride?
Voglio inseguirti, assai meglio vedere
se tu sia l'efèbo o la donna.
Qualcosa, davanti, t'impaccia. Tu cederai
prima del muricciuolo. Non cedi. Sei giunta.
(Ho paura.) Ascolta le musiche
dall'altra parte! Non il mare che mangia la roccia!
(Si getta? Che fa?) Si slaccia il seno.
Un vagito che sale ad orrore.
(In gelo per sempre l'udrò.) Bene vidi.

La Maschera ha gittato il suo bimbo di là.

(Da "Versi liberi", Treves, Milano 1913)





SERA DI DOMENICA IN CARNEVALE
di Lionello Fiumi (1894-1973)

Ma questa pace bianca !... Le strade imbiaccate di neve:
imbottite d'ombra greve:
deserte. È sera di domenica. Si beve
nelle osterie.
Cupo io cammino per le cancherose vie
del sobborgo. Mi sbruffa diaccia
la neve sulla faccia.
Il romore del mio passo, lieve,
s'ovatta.
Passo davanti a una taverna dalla cortina scarlatta
proietta
una zona sanguigna che imbelletta
la neve.
Per uno sdrùcio della cortina
intravedo, dentro, al grasso lume
bianco dell'acetilene,
il giallume
d'una polenta paffuta:
un riflesso arrubina
una fiasca panciuta :
sui bruni tavolacci lordi,
ghigne oscene
d'uomini scabri,
puttane frolle pitturate di cinabri:
pàcchiano, trincano: ingordi.
Escono fuori all'aria gelida zaffate
di pingui risate,
accordi
folli e fini
di mandolini,
pizzicate
bizzarre
di chitarre.

Io passo cupo avviluppato nella mia tristezza;
.... pizzicate
bizzarre
di chitarre....
e nell'anima s'aggruma l'amarezza.

Perchè non posso anch'io essere un bruto
come loro? Loro godono! Avvinghiato dal pensiero, io. Muto.
Ah! esser nato di plebaglia come loro! e non pensare !
e non cariare i nervi sui volumi ! e non pensare!
e non queste finezze amare
di sentimento!
O almen poter, quando lo strazio è più violento,
bere! soffocarlo, il pensiero, nel rosso velluto
dell'ebrezza!
Invece? Cammino colla mente lucidissima; e mi straccia
l'anima, il dolore! Diaccia
mi sbruffa la neve sulla faccia.
Davanti, la strada imbiaccata: deserta: senza una traccia.
Fanali verdigni
che profilano intrichi ferrigni
di magri
alberi arcigni.

Qualche maschera briaca,
con una voce ormai opaca.
Di lontano, per l'aria nevosa, brandelli di canti agri.

(Da "Pòlline", Studio Editoriale Lombardo, Milano 1914)





NOTICINA DI CARNEVALE
di Giovanni Bertacchi (1869-1942)

La mascherina nera foggiata da cupa gitana,
irruppe nella sala, s'abbattè sui ginocchi:
girò la mano a tondo, ridisse una favola strana,
e, sprigionando un lampo fascinator dagli occhi,
scrisse sul pavimento con punta di molle carbone:
- Uomo, sii pronto a cogliere il fior dell'occasione. -

(Da "A fior di silenzio", Baldini & Castoldi, Milano 1920)





CANZONE DEL MORTO MASCHERATO
di Ugo Betti (1892-1953)

L'ultima notte di carnevale
Una burla è stata fatta.
Hanno vestito di nero un morto,
Con una maschera scarlatta.
Il morto faceva di no colla testa.
Ma, tenendolo di qua e di là,
L'hanno portato in una gran festa.

E in una festa s'è veduto
Un convitato sconosciuto.
Sedeva, con le mani sui ginocchi.
Ubriaco, pareva!
Due buchi neri aveva per occhi,
Ma la sua bocca rideva.
Gli versarono un bicchiere.
Ma quel convitato non voleva bere.

— Nel mezzo del bicchiere trema un lume!
Bevi! Giù per le vene buie e torte
Questo vino corre, e canta forte!
Ogni vena diventa un fiume!
Il cuore, come un oscuro molino,
Macina, gonfio di sangue e di vino. —
Ma quello sete non aveva,
Guardava il bicchiere splendente, e rideva.

— Su, stanotte s'ha da bere
E da cantare in allegria!
Donne belle come pantere
Ti daremo per compagnia!
Hanno collane per guinzagli!
E sono bianche.... son come svenate
Sotto i diademi ed i fermagli! —
Ma quel convitato balli non voleva,
Né bicchieri, né canti. Rideva.

— Se non vuoi ballare, se non vuoi bere,
Con una ghirlanda ti coroneremo
E re della baldoria ti faremo!
Questa sonata ti pare bizzarra?
È il demonio che tocca la chitarra.
Ognuno ride con la faccia smorta,
E il ballo del demonio se lo porta!

Il morto ascoltava quella musica matta..
E gli buttarono un bicchiere
Sulla maschera scarlatta....
Rideva, e gli colava il vino bianco
A stilla a stilla, come un pianto!
All'alba, con una ghirlanda sulla testa,
Hanno trovato un morto in una festa.

(Da "Il re pensieroso", Treves, Milano 1922)





CARNEVALE DI GERTI
di Eugenio Montale (1896-1981)

Se la ruota si impiglia nel groviglio
delle stelle filanti ed il cavallo
s'impenna tra la calca, se ti nevica
sui capelli e le mani un lungo brivido
d'iridi trascorrenti o alzano i bimbi
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio e i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume,
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d'aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia - hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l'anno tranquillo senza spari.

Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani:
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero dalle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.

(Oh , il tuo Carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio, chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio , fantocci ed archibugi,
palle di gomma, arnesi da cucina
lillipuziani:l'urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l'ora
che il Gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio. È Carnevale
o il Dicembre s'indugia ancora? Penso
che se muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso, tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori...)

E il natale verrà e il giorno dell'Anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi, e questo Carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. Chiedi
tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? Le grandi ali
screziate ti sfiorano, le logge
sospingono all'aperto esili bambole
bionde, vive, le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d'argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?

Come tutto si fa strano e difficile
come tutto è impossibile , tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse in questi
disguidi del possibile. Ritorna
là fra i morti balocchi ove è negato
pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all'esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s'aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco,
quella che mi additò un piombo raggelato
alle mie , alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.

(Da "Le occasioni", Einaudi, Torino 1939)





NOTTE DI FESTA
di Antonia Pozzi (1912-1938)

Sgrana gli occhi, soldato alpino,
stringi più forte la tua ragazza:
sono venute le signorine
a ballare nella tua osteria.

Che belle rose di carta gialla
alle pareti di legno d'abete.
Chi suona
con le trombette di carnevale?
Vino.
E frittelle unte.
Una stella filante verdolina
lega i tuoi chiodi
alle mie scarpe
d'argento.
Chi strilla
con le trombette di carnevale?

Oggi sotto al Cristallo
è caduta la valanga.

Non bestemmiare, soldato alpino:
batti gli occhi nell'aperta notte.

Le signorine ballano ancora.
Come sono strane
queste mie spalle nude:
chi cercava
le mascherette di cartapesta?
io canto
un sonnolento ritornello.
E già sui vetri illividisce e intesse
gelate fioriture l'alba:
segna
palpebre viola,
pallide labbra nella stanza spenta.
In alto
tu fra i mortali blocchi
erri solo:
scavano ferree le tue mani rosse.

Vuota sotto una croda
nella prima
aurora
la slitta attende
coi suoi rami verdi
in croce.

(Da "Parole", Garzanti, Milano 1989)





CARNEVALE A PRATO
di Giorgio Orelli (1921- 2013)

É questa la Domenica Disfatta,
senza un grido nè un volo dagli strani
squarci del cielo.
                                Ma le lepri
sui prati nevicati sono corse
invisibili, restano dell'orgia
silenziosa i discreti disegni.

I ragazzi nascosti nei vecchi
che hanno teste pesanti e lievi gobbe
entrano taciturni nelle case
dopocena; salutano con gesti
rassegnati.
            Li seguo di lontano,
mentre affondano dolci nella neve.


(Da "Poesie", Ed. della Meridiana, Milano 1953)

venerdì 14 febbraio 2014

L'amore in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

AMORE, PRESTO...
di Gaetano Arcangeli (1910-1970)

Amore, presto, sono
una luce che cade,
un'ora che declina...

Tu, ora che ascende,
tu, luce che si accende,
calore che si apprende,
non tardare più oltre
- non deviare! - a volgermi
quell'atteso baleno che mi salva...

Volgiti a questa parte, passo vivo
alacre dell'amata, qui scandisci
il ritmo del mio giorno, non altrove!

Qui qualche cosa giace disperata.

(Da "L'Appennino e nuove poesie", Mondadori, Milano 1963)





COME GLI UCCELLI
di Luigi Bartolini (1892-1963)

Abbiamo fatto, con l’Anna, come gli uccelli;
abbiamo fatto il nido in aprile
anzi, no, era di maggio, al primo, al due,
quando ci siamo messi a fare come gli uccelli,
ad ammassare stecchi tagliati da borzacchini.
Io sono andato dove strepono le macchine,
ho tagliato i legni con le mie mani
ho misurato tre metri per due.
E un baracchino tenero s’è rizzato per campi
dove stiamo in pensiero, io e la Anna,
a vedere cosa fa il lugubre mondo
e cosa fanno, invece, gli uccelli.

(Da "Poesie 1911-1963", Rebellato, Padova 1963)





NOI ABBRACCIATI LA NOTTE
di Libero De Libero (1906-1981)

Noi abbracciati la notte,
noi vide la notte a riva
del fiume sommersi
nel volto e nei capelli.
Noi l'aurora scoprì
strettissimi all'ala
delle mani e dementi:
e un albero, un altro albero
ancora ne parla alla gente.
Notizia avrai da un frutto
mangiato a primavera.

(Da "Romanzo", All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano 1965)





DISTACCO
di Francesco Gaeta (1879-1927)

Partivi l'indomani. Io mi scuotea
da l'amor tuo siccome dal sopore
de la morfina, a cui chi cede muore:
un'osteria marina ci accogliea.

E ne la contentezza annegavamo
del cuor profondo il tremito, il richiamo:

e più ciascuno li fuggiva, e tanto
più in sé cercava tremito e rimpianto.


Entrò di suonatori un gruppo roco;
volò, fra i mandolini, una canzone
del tempo a noi felice... Ed un alone
sul monte Somma spaziò, di fuoco;

la vetta partorì quindi il lunare
disco; formicolò d'argento il mare:

pensavi tu, piangendo fra le mani
stellate di brillanti, a l'indomani.

(Da "Poesie d'amore", Laterza, Bari 1920)





L'ERBA, IL SILENZIO IL MUOVERE DELL'OMBRA
di Alfonso Gatto (1909-1976)

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l'erba, il silenzio, il muovere dell'ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell'attesa
ch'io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d'incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote...

Forse è più dolce piangermi che avermi.

(Da "Poesie d'amore", Mondadori, Milano 1973)





AMORE
di Guido da Verona (1881-1939)

Cadeva una sera d'estate sul bel Tibidabo,
sul bel Tibidabo che matura grappoli di soli.
Allora così le parlai, nella grande
ombra delle sue trecce ravviluppate,
che mi pesavan sul cuore:

 «E inoltre ancora, o donna passante,
così, non altro che così, donna, è l'amore.
Solleva i tuoi occhi di barbara;
il mio cuore oggi t'inghirlanda;
sei bella come l'estate - io sento ardere in me
la fiamma quasi d'oro del tuo colore di ghianda -
e ridi!... Ho bisogno di ricordarmi
che hai riso un giorno sul bel Tibidabo.

 E inoltre ancora, o donna passante,
se vuoi che il mio cuore come polvere
turbini quando sarò più distante,
laggiù, dove l'ombra del crepuscolo
trascina il profumo de' rosai,
da questa città luminosa, grande, bianca, non mia,
ridi, barbara!... tu sarai
un'ombra nel sole d'esilio che m'illumina la via».

 Ecco, e le campane delle chiese
uscivano dalle chiostre, brillando;
le ville sparse cantavano di chitarre assonnate:
vampe immobili di rosai
ridotti a mucchi di polline ubriacavano l'estate.

 «Ecco: ed inoltre ancora
la strada mi porterà più distante:
le fiamme del sole bruceranno
sul bel Tibidabo senza me.
Ieri, mi ricordo, nelle trecce
portavi un pettine cesellato
come le ebree di Marrakesh.
Ecco, da ieri tu sei
per me la donna che ho incontrata
passando in una strada sconosciuta,
colei che in un giorno di sole
rideva sul bel Tibidabo,
quell'ultima ond'io sentirò le trecce pesarmi sul cuore,
poichè per l'anima d'un navigatore
così, non altro che così, barbara, è l'amore».

(Da "Il libro del mio sogno errante", Corbaccio, Milano 1933)





IL TRENO
di Umberto Marvardi (1903-1990)

In questo treno che non ferma più,
amore, ci sei tu, e non so dove.
Ti cerco in ogni carrozzone e il treno
corre per piani, rimbomba per monti,
scavalca abissi e dei fiumi si bagna.
ormai sono crollati tutti i ponti,
immoti i mari e il verde, anche, ristagna.

Amore, ecco, d'azzurro ora m'appari:
nuvola bianca, sussurro di cielo,
sorriso d'aria rosa sul tramonto.

E il treno corre, corre dal profondo,
dentro la ferma notte luminosa.

(Da "Immagini e preghiere", De Luca, Roma 1972)





POESIA D'AMORE 
di Daria Menicanti (1914-1995)

Le giornate si sono fatte lunghe
i nembi caldi, soffici; marino
quasi
il vento guerriero.
E mi porta farfalle e cartoline
e sull'angolo 
te,
un irto di capelli e di sontuose
baruffe,
ma assai caro
egualmente,
assai caro.

(Da "Canzoniere per Giulio", Manni, San Cesario di Lecce 2004)





ANCHE TU SEI L'AMORE
di Cesare Pavese (1908-1950)

Anche tu sei l'amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole - cammini
in attesa. L'amore
è il tuo sangue - non altro.

(Da "Poesie del disamore", Einaudi, Torino 1977)





TENEREZZA
di Nicola Vernieri (1893-1965)

L'invisibile spola della vita
già t'ha tessuto la sottile ragna,
di fili e nodi ai polsi ed alle dita,
     o dolce mia compagna.

Intorno agli occhi restano del riso
i raggi spenti; e sulla fronte chiara
il cuneo del corruccio già t'ha inciso
     la sua virgola amara.

Nel bel mantello dei capelli neri
c'è un riflesso d'argento che traluce:
forse un baco che fila fra i pensieri,
     o un punto che si sdruce?

Tu pure dunque l'età triste incalza?
Oh! potessi portarti senza fine
sul tempo, in braccio, come bimba scalza
     sui cardi e sulle spine!

(Da "Itinerario", Istituto Statale d'Arte, Urbino 1954)