martedì 25 marzo 2014

Poeti dimenticati: Aleardo Kutufà

Filippo Argenti, che in arte acquisì lo pseudonimo di Aleardo Kutufà d'Atene (la sua famiglia aveva origini ateniesi), nacque a Livorno nel 1888 e morì, presumibilmente nella stessa città toscana, nel 1950. Artista eclettico, nella sua vita praticò molte discipline, tra le quali la musica, la pittura e la poesia. Pubblicò pochi versi, la maggioranza dei quali si trovano in Elegia delle città morte (1928), in cui dimostrò la sua propensione alla poetica crepuscolare, anche se molto in ritardo rispetto all'età d'oro della famosa scuola poetica italiana. I temi e le atmosfere di queste composizioni molto ricalcano quelli di Sergio Corazzini: domeniche squallide, giardini abbandonati, vie deserte, musiche malinconiche, fanali, beghine, suore, malati ecc.



Opere poetiche

"Il Castello della Voluttà", Roma 1919.
"Elegia delle città morte", Tip. Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno 1928.




Testi

LA VOCE DELLI ORGANI

Mi piace talvolta ascoltare con poesia,
con malinconia,
guardando per le ciglia socchiuse
la pelle rosea o bruna
di una bambina devota
che non conosco;
mi piace talvolta nelle chiese deserte,
ascoltare con poesia,
con malinconia,
le lunghe lente note
di musiche ignote
che organisti solinghi
suonan su le tastiere
di vecchissimi organi
perseguendo i loro sogni
pieni di nostalgia
innanzi alli altari spenti,
mentre nell'aria è l'odore sottile degl'incensi
un po' svaniti, e fuori,
su le dolci cose di primavera,
fuori, su i fiori dei prati e dei giardini
conclusi,
fuori, su i calici dei gelsomini schiusi,
su li alberi della magnolia
carichi di profumi bianchi,
su li stanchi sogni dei poeti errabondi,
su le mani un po' pallide
delle vogliose
adolescenti,
su le chiare vesti succinte delle amanti
frettolose,
su tutte le cose
dolci che la primavera accarezza
con le sue dita ignave
scende una pioggia soave
come il pianto di un'ebrezza
sconosciuta, di un'ebrezza che sia
più acuta di un dolore
nascosto
e più sottile della malinconia
di un morto amore.
Mi piace talvolta sognare con poesia,
con malinconia,
guardando per le ciglia socchiuse
la pelle rosea o bruna
di una bambina devota
mentre un vecchio organo piange
in una chiesa remota,
e nell'aria è un odore
d'aromi
così tenue che a pena si sente,
e fuori piove dolcemente
sul sacrato ch'è verde d'umidore;
mi piace talvolta, per lunghe ore,
nelle chiese deserte,
sognare con poesia,
con malinconia
i grandi nerissimi occhi
della mia bimba perduta,
quei neri occhi d'Oriente
che per la più acuta
mia carezza
languivano d'ebrezza
appassionatamente,
come per morire.

(da "Il Castello della Voluttà")




SILENZIO DELLE MESTE DOMENICHE

Silenzio, dolce ristoro
delle meste domeniche;
tristezza
inesplicabile, impressione
indefinibile
come della fragranza
di una ghirlanda
funebre
per un'educanda
morta
prima d'essere suora;
sensazione
mesta e angelica
d'avere in una stanza
della propria dimora
una piccola sorella
- ah, come bella!... -
malata
senza speranza,
che nella mattinata
s'è comunicata.


(da "Elegia delle città morte")






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