martedì 29 aprile 2014

Le bare nella poesia italiana decadente e simbolista

Le bare sono descritte spesso in movimento verso l'ultima fatale destinazione: il cimitero. Sono l'estrema dimora del corpo esanime e più che mai rappresentano la morte in modo sconvolgente. I poeti mostrano tutta la traumaticità dell'evento mortuario, e sono colpiti soprattutto dalle piccole bare, che naturalmente contengono i corpi dei bambini, ovvero esseri umani scomparsi troppo presto, i quali più di tutti stanno a significare l'assurdità della vita. La morte come unico fatto importante dell'esistenza è simboleggiato proprio da "bare su bare, bare dietro bare" che, una dopo l'altra, si avviano verso Toblack, la città dei morti definita da Corazzini: "ara meravigliosa del mistero", sempre in ansiosa attesa di nuovi arrivi.



LA STRADA DELLE BARE
di Mario Adobati (1889-1919)

Bare su bare, bare dietro bare
nella via polverata. Sempre nere
bare velate nei tramonti. Chiare
vesti i mandorli lasciano cadere.

Cavalli neri e bardature bianche.
Cavalli bianchi e bardature nere.
Nelle stagioni vanno a torme stanche,
pesantemente, senza sonagliere.

Rosse bare d'eroi, bare di bimbi
serene come volti di vegliardi.
Bacche scarlatte incendiano a corimbi
le siepi sopra il tremolio dei cardi.

Aquile rotano nel cielo greve
di nuvole. Le strida dei rapaci
svariano. Cade qualche piuma lieve.
L'orizzonte è in un cerchio di fornaci.

Anemoni in cui bevono gli uccelli
notturni strane gocciole di piogge
lontane tremano. Come gli avelli
scoperchiati respirano le logge.

Un colore funereo rapprende
i luoghi come i volti dei malati
senza speranza. Un lume a tratti splende
per gli sterpeti folli e desolati.

Che cerca quel viandante? Bare dietro
bare, bare su bare, Péste sorde
di cavalli sbandati. Un cupo metro
di canti. Un'eco sempre più discorde.

Gracidano le rane e fanno cori
striduli tra ogni zampa ed ogni ruota.
Gli zoccoli calpestano sonori
e le serpi rimovono la mota.

Eternamente, come per condanna
si seguono i convogli senza fine.
I pastori con zufoli di canna
a sette fóri sono alle colline.

Una piana lor nenia pastorale
fanno. A prodigio lasciano ogni velo
tutte le bare e come in ampie scale
di cenere dirompono pel cielo.

I cavalli s'accosciano. Le bare
sono lungi. La notte oi suoi vessilli
dispiega con un nero fluttuare.
Gli usignoli gareggiano coi grilli.

Tutto affonda. Il mistero della notte
ha il suo segreto. Pallidi, seduti
su le prode, gli amanti ignari frotte
d'uccelli seguono con gli occhi muti.

Il vento irrompe e tosto nubi vanno
sparse, striscianti. I giovani e le belle
alzano i volti. Gioie più non sanno.
Tra nube e nube contano le stelle.

(Da "I cipressi e le sorgenti",  Tip. C. Conti & C., Bergamo 1919)





ORE TRISTI 
di Vittoria Aganoor (1855-1910)

Sotto la pioggia, incontro al vento, passa 
una bara; la portano 
in fretta al camposanto, 
e la buffa ogni tanto 
il nero drappo irreverente squassa 
con derisorio sibilo. 
Ritti sul fango nero 
lungo le vie fuggenti 
croci i fanali sembrano, 
le case monumenti 
d'un lungo cimitero. 

Chi si ricorda più l'aprile, i prati 
verdi, e l'azzurro, e i mandorli 
rosei per la campagna? 
giù la pioggia si lagna, 
in alto è un mar di nuvoli serrati 
e qui dentro una lugubre 
calma, e qui tutto tace 
come in vòta dimora; 
non risa, o canto, o fremito 
di scossa onda sonora; 
è dei chiostri la pace. 

Pace d'anime stanche e di languenti 
fibre, domate al fervido 
martellar dell'affanno, 
che più lottar non sanno 
ma sdegnano i lamenti; 
pace d'antico tumulo 
abbandonato e infranto 
su cui l'ortica crebbe; 
desolato silenzio 
cui men triste sarebbe 
uno scoppio di pianto.

(Da "Leggenda eterna", Treves, Milano 1900)





PICCOLA BARA
di Francesco Cazzamini Mussi (1888-1954)

Stamani ella è morta.
Alla porta
guardavano i bimbi, stupiti...
La morte ?
Com'era, dov'era la morte?
Posava la piccola morta
esangue, stecchita, di cera...
Al vento di marzo esitavano
i peschi fioriti,
e alcuni, tra essi, i più arditi,
toccavano il davanzale,
per salutarti
e per farti,
o bimba, il guanciale.

O bimba, che almeno tu possa,
tranquilla, dormire, la testa
sui fiori che odorano freschi,
sul cuore
l'immenso dolore
di mamma, che almeno tu possa,
vestita del dì della festa,
sognare che questa
che lasci, la vita,
è come una favola bella,
veduta attraverso l'amore,
così, di sfuggita...

Tu pura ritorni
di dove venisti: dal nulla
nel nulla.
Un fiore s'aperse, si chiuse.
La mamma, sola, s'illuse,
cantando, alla culla.
E tu come un sogno passavi.
Non anni, i tuoi, ma dei giorni
soavi.

I ceri t'han messo vicino,
piangendo t'hanno vestita,
per farti men triste il cammino
che lascia la vita...

Ma dove la morte? Chi dice
morire?
Tu dormi, tranquilla.

Da presso ti veglia e scintilla
la luce dei ceri.
Domani più freddi, più neri
ti veglieranno i cipressi.
Ma dolce, sott'essi, —
o tu felice! —
dormire.

Ma quelli che lasci, ma quella
che piange, ed a stento sostiene
il volto tra l'aride mani?
E tu, sorridile, bella.
E dille: non siamo lontani,
se nel ricordo è il tuo bene...

Sfiorasti la vita, sfiorasti
gli inutili odi e gli amori
che durano un dì.

O piccola bara
che salpi tra i fiori,
non forse la vita è più cara
così?

(Da "Le allee solitarie", Ricciardi, Napoli 1920)





PICCOLA BARA
di Giovanni Cena (1870-1917)

In riva al mare opaco io vedo andare 
un marinaro con un passo stanco: 
porta una bara sotto il braccio manco 
come una culla e con lui piange il mare. 

Segue una donna pallida che pare 
una morente e tre bambini a fianco: 
guardano il cielo in oriente bianco 
ed hanno risi le pupille ignare. 

Lungo la diga dove il mar si frange, 
dove si frange il mare opaco e nero 
la triste comitiva si dilunga. 

Oh quant'è quella strada eguale e lunga! 
Dov'è, dov'è l'antico cimitero? 
Là giù, tranquillo in riva al mar che piange. 

(Da "In umbra", Streglio, Torino 1899)





TOBLACK
di Sergio Corazzini (1886-1907)

... E bare e bare senza tregua; aperti
sono sempre i cancelli, o cimitero
ara meravigliosa del mistero,
sacrificante ai cieli alti e deserti!

E bare bare senza tregua; esperti
sono i tetri cancelli nel pensiero
della morte, e ben sanno che del Vero
sono i custodi più sicuri e certi.

Cimitero che attendi e che disperi
nell'attesa, abbi pace, accoglierai
tutti, col tempo, e forse non avrai

terra a bastanza, e non daran le buone
primavere bastevoli corone,
cimitero che attendi e che disperi.

(Da "Poesie edite e inedite", Einaudi, Torino 1968)





«NOVIZIA DEL NULLA»
di Giulio Gianelli (1879-1914)

Oh malinconia!
Novizia del nulla
vestita di bianco
la portano via.

Oh malinconia!
Con ritmo di culla
monotono e stanco
la bara s'avvia.

(Veicolo strano
la bara va piano
perché il suo cammino
è un altro destino
più triste e più vano.)

Ma giunta al confine  la bara s'arresta
la piccola morta  solleva la testa
si trova risorta  per sempre di là

C'è un mare infinito  color della sera
La cassa diventa  una barca veliera
che scivola in mare  che rapida va

portata lontano  da un vento che piange
soffiando nel nulla,  da un'onda che frange

(Da "Tutte le poesie" di Giulio Gianelli, IPL, Milano 1973)





LA VIA DELLA CERTOSA
di Corrado Govoni (1884-1965)

Strada disabitata, in mezzo a gli orti
pieni di fiori e di malinconia,
strada che mena al soggiorno dei morti
che frequenta la mia nostalgia:

strada silenziosa, dove l'erba
prospera come in vecchio monastero,
solitaria straducola, che serba
come un sentor di ceri e di mistero.

Quante bare passarono, per questa
via da cui non si ritorna mai!
quante bare emigrarono a la mesta
devozione dei funebri rosai!

Talune erano simili ad altari
di festa (oh come bianche le corone!);
ed eran altre simili a calvari
di lutto, e senza alcuna orazione:

strette casse di gracili fanciulli
morti tra i fiori, morti d'etisia,
corpicciuoli ravvolti in fini tulli
di amare lacrime e di liturgia;

lunghe casse di poveri mendichi
la cui vita fu un'agonia lenta:
vecchi senza famiglia, mendichi
di cui nessuno piange e si rammenta.

O tristezza d'andare al camposanto
senza la compagnia di qualche fiore,
tristezza de la bara senza pianto
che procede per l'ultime dimore!

La stradicciuola è stretta in mezzo a gli orti
pieni di rose e di malinconia...
Oh pensate, pensate a tutti i morti
che passarono lungo questa via!

(Da "Armonia in grigio et in silenzio", Lumachi, Firenze 1903)





LE BARE
di Enzo Marcellusi (1886-1962)

Mi piacevano in lei il rigido e molle
andamento di vergine e quella chiarezza
degli occhi, che dà allo sguardo un'indefinita larghezza.
Quando pregava, la sua pietà mi rendeva folle.

Quante stagioni dai nostri capi innocenti
vedemmo fuggire? La primavera, che illude
ahi me! come la giovinezza, le piegò sulle braccia nude
i suoi liquidi cieli, sospirando fiumi e venti

entro i larghissimi pesanti roseti
dei capelli, come
nell'AUREA CATENA di Dante Gabriele Rossetti (ohi! nome
d'arcangelo fra due nomi di poeti).

...Dopo tanti anni d'amore, la catena s'infranse.
La vita mostruosa ghermì nei freddi artigli
colei che m'amava e che amavo. Ma non le videro tra i cigli
la lagrima nera, quando sulla nuziale corona ella pianse?

Lontana, - il fantasma d'una felicità improbabile
divenne il signor trismegista del mio castello: e, alla fresca
aura d'aprile, i gufi cantavano la ballata grottesca
e piagnucolosa; molto amara e, anche, un po' adorabile.

Poi, nell'inverno, le sale della mia reggia
furono aperte a donne lussuriose, dipinte, discinte,
e tutte io nelle sconvolte alcove ho vinte,
per uccidere un ricordo di purezza.

Trista e triste la mia dotta, la mia strana, la mia torbida vita!
E vana!... Se levo gli occhi dalla tortura insidiosa
delle pagine, - sopravi la fronte posa,
ansante amazzone tramortita -,

io vedo una processione di bare.
Dinnanzi crucifera va una bara più nera!
E rivedo la mia stanza di bambino, severa,
a settentrione, con due finestre verso il mare.

Dalla strada giunge un cupo ritmo di martello:
- tra le flaccide fibre dell'abete i chiodi
scivolano, stridendo ai rossi nodi
del legno. - Notte. La cassa non ha, ancora, il suo coperchio-suggello.

Come allora, cantando, l'oscuro operaio
adempie la tragica bisogna. Come allora,
mi levo sulla coltre, che odora
di bontà materna, e ne fo saio

al mio corpo tremante, e corro ad affacciarmi per meglio
vedere, per udire più dappresso
il lugubre rombo, confuso nel battito stesso
del cuore fattosi adulto, umiliato, perplesso.
E paurosamente veglio.

(Da "Intensità Encausti", Arti grafiche, Chieti 1920)





LE BARE
di Tito Marrone (1882-1967)

Perché chiudere la porta
dietro la bara che se ne va?
Forse così nessuna cosa morta
dentro la casa, dopo, resterà?

Ah, quando co' suoi fiori,
co' suoi ceri,
con le preci pe' i defunti,
co' visi smunti e con le vesti nere
degli accompagnatori,
per sempre il povero
morto se ne va;
quando il piccolo feretro,
l'umile compagnia
hanno voltato di là dall'ultima
casa della via,
non chiudete la porta!
Se quello che vi lascia
tornasse indietro,
invisibile, per rivedervi un momento...
che sgomento
trovar la porta chiusa,
la sua porta chiusa;
e non poterla aprire,
e doversene andare!

Non temete la bara
che non rientra
- ed è una sola! -
voi che ne avete tante
vicine, occulte e non se ne dipartono!
Amen, per quelle che partono;
amen, per quelle che restano
sempre e dovunque,
nel piacere nel dolore,
presso il nostro desco,
sotto il nostro letto,
o già seppellite nel cuore!

Non temete le bare
che non tornano indietro,
efimeri viventi della terra!
Tregua alla vostra guerra
breve: aspettate in pace.

Dolce, una notte
di maggio, navigare l'infinito,
fraternamente
giacendo nella stessa
bara, la madre Terra,
compagni forse d'altri morti ignoti
composti in altre
bare sorelle,
verso un cimitero fiorito
di stelle di stelle di stelle.

(Dalla rivista «Riviera ligure», novembre 1905)





FUNERALE
di Edoardo Mottini (1884-1935)

Il nero forno sforna un biscotto,
un biscotto dorato, con la croce;
ma l'odore non è di pasta fina,
è un odore di cera e di cantina.
E il dolce è secco, rotola sui rulli
con un rimbombo sordo. Sei garzoni
l'hanno afferrato per le sei maniglie,
lo imbucano nel gurge della chiesa
ove il gran pasticcere lo conforta
col cognac extra dell'asperges teso.

Presto, presto, che il dolce non infrolli!
Cantando l'inno, al lume di candele,
lo si deponga sul desco fiorito
del vermineo convito!

(Da "Rose nel pruneto", Taddei, Ferrara 1921) 





IL GAIO EBANISTA
di Térésah (1877-1964)

Son belle le tue bare: hai gusto ed arte
per adornarci la dimora: trista
non vuolsi compagnia, quando si parte!

Son belle, chiare, tappezzate in vista
del lungo sonno con pesanti rasi,
i fregi ne scolpì buon ebanista.

Forse tu, quello? Oh narrami i tuoi casi.
Eri tu che cantare udii stamane,
sì che stupita io non credetti quasi?

Niuno canta pel suo duro pane
in questa casa: il vecchierel non canta
mentre mischiando va le pozzolane;

lo spaccapietre tra la selce infranta
tace, che troppo il suo martel l'assorda;
tace nel vico la campana santa.

Tu cantavi, stamane! Eri una corda
stridula di chitarra indemoniata,
una cicala che nel sol si scorda.

Cantavi lieto della tua giornata
che non fé grave, del tuo bel lavoro;
cantavi... Ma non hai l'innamorata?

Le facevi, coi morti, il vezzo d'oro.

(Da "Il cuore e il destino", Carabba, Lanciano 1911)

venerdì 25 aprile 2014

Da "Uomini e no" di Elio Vittorini

Questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre,e non dovesse esservi mai altro che resistere. Sempre che uomini potessero perdersi, e sempre vederne perdersi, sempre non poter salvare, non potere aiutare, non potere che lottare o volersi perdere. E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione. Allora resistere poteva esser semplice. Resistere? Era per resistere. Era molto semplice.

(Da "Uomini e no" di Elio Vittorini, Mondadori, Milano 2003, p. 190)

lunedì 21 aprile 2014

La stazione nella poesia italiana decadente e simbolista

La stazione è un luogo che in molti versi fa sorgere una profonda malinconia, soprattutto perché spesso ci si va per partire e quindi allontanarsi da un posto caro, oppure perché si accompagna una persona amata che deve andar via. Se il tempo non è bello la malinconia aumenta e raggiunge apici che alcuni versi di Giosuè Carducci mostrano chiaramente (in una poesia: "Alla stazione in una mattina d'autunno" che forse può definirsi la più intimista del poeta toscano). Nella lirica crepuscolare la stazione diviene luogo nostalgico, soprattutto se piccola, se dotata di un giardinetto o di una sala d'aspetto: è l'occasione per esprimere il rimpianto di una vita tranquilla ormai in estinzione. Altre volte la stazione ha caratteristiche mondane: qui si incontrano persone che vengono da tutte le parti del globo terrestre e nello stesso tempo si possono sognare viaggi verso mete lontane e agognate. Da segnalare infine il caso clinico (con sfumature grottesche e ridicole) di chi va alla stazione perché si è invaghito di una locomotiva, con la quale instaura un dialogo esponendo i suoi desideri e i suoi sentimenti.



ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D'AUTUNNO 
di Giosuè Carducci (1835-1907)

 Oh quei fanali come s'inseguono 
 accidïosi là dietro gli alberi, 
 tra i rami stillanti di pioggia 
sbadigliando la luce su 'l fango! 

 Flebile, acuta, stridula fischia 
 la vaporiera da presso. Plumbeo 
 il cielo e il mattino d'autunno 
 come un grande fantasma n'è intorno. 

 Dove e a che move questa, che affrettasi 
 a' carri foschi, ravvolta e tacita 
 gente? a che ignoti dolori 
o tormenti di speme lontana? 

 Tu pur pensosa, Lidia, la tessera 
 al secco taglio dài de la guardia, 
 e al tempo incalzante i begli anni 
 dài, gl'istanti gioiti e i ricordi. 

 Van lungo il nero convoglio e vengono 
 incappucciati di nero i vigili, 
 com'ombre; una fioca lanterna 
 hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei 

 freni tentati rendono un lugubre 
 rintocco lungo: di fondo a l'anima 
 un'eco di tedio risponde 
 doloroso, che spasimo pare. 

 E gli sportelli sbattuti al chiudere 
 paion oltraggi: scherno par l'ultimo 
 appello che rapido suona: 
 grossa scroscia su' vetri la pioggia. 

 Già il mostro, conscio di sua metallica 
 anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei 
 occhi sbarra; immane pe 'l buio 
 gitta il fischio che sfida lo spazio. 

 Va l'empio mostro; con traino orribile 
 sbattendo l'ale gli amor miei portasi. 
 Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo 
 salutando scompar ne la tènebra. 

 O viso dolce di pallor roseo, 
 o stellanti occhi di pace, o candida 
 tra' floridi ricci inchinata 
 pura fronte con atto soave! 

 Fremea la vita nel tepid'aere, 
 fremea l'estate quando mi arrisero; 43 
 e il giovine sole di giugno 
 si piacea di baciar luminoso 

 in tra i riflessi del crin castanei 
 la molle guancia: come un'aureola 
 piú belli del sole i miei sogni 
 ricingean la persona gentile. 

 Sotto la pioggia, tra la caligine 
 torno ora, e ad esse vorrei confondermi; 
 barcollo com'ebro, e mi tócco, 
 non anch'io fossi dunque un fantasma. 

 Oh qual caduta di foglie, gelida, 
 continua, muta, greve, su l'anima! 
 io credo che solo, che eterno, 
 che per tutto nel mondo è novembre. 

 Meglio a chi 'l senso smarrí de l'essere, 
 meglio quest'ombra, questa caligine: 
 io voglio io voglio adagiarmi 
 in un tedio che duri infinito. 

(Da "Nuove odi barbare", Zanichelli, Bologna 1887)





ELEGIA FERROVIARIA
di Guelfo Civinini (1873-1954)

Le piccole stazioni 
dove i treni diretti 
passan senza fermarsi!
Fra un ondeggiar di chiome 
di eucalipti giallastri 
le piccole stazioni 
solitarie, coi tetti 
rossi e una panchina 
verde sul marciapiede,
e sul muro hanno il nome 
d'un ignoto paese 
che non si vede:
qualche piccola pieve 
fra ombrie di castagneti 
e tremolii d'ornelli 
al monte, o pei declivi 
d'un colle entro una mite 
serenità d'olivi;
ignoti paeselli 
che colui che viaggia 
sovra i treni diretti 
non conoscerà mai, 
sperduti chi sa dove, 
per chi sa quale spiaggia, 
per chi sa quali greppi, 
ancora ad otto o nove 
ore di diligenza 
dalla strada ferrata, 
e si chiaman con nomi 
un poco letterari: 
San Lorenzello, Albata 
Mongiglio, Valfiorenza, 
Sant'Agata dei Frari... 

Le piccole stazioni
di quarta classe,
coi loro giardinetti
conventuali:
due piante di cedrina
dei bordi d'erbe grasse,
e in una delle aiuole
una gran zucca gialla
che si crògiola al sole
fra i gerani e l'ortaglia.
Trascorron l'ore e l'ore
a aspettare i diretti
che passano in gran fretta
senza fermarsi,
per salutarli appena
con una bandieretta,
sulla strada maestra
da certe impolverate
solenni giardiniere
le mule infiocchettate
scuoton le sonagliere,
e una ragazza bionda
pallida e spettinata
guarda da una finestra
sulla lampisteria
con una faccia mesta
piena di nostalgia
il «4 bis» che passa
e scompare fugace
fra due siepi d'acacie,
rincorso da una breve
fuga di foglie gialle
come da un volo lieve
di piccole farfalle.

Un attimo, e son già 
scomparse: «Che stazione 
era? - Non so, signora: 
non ho guardato il nome... 
Il paese è lontano: 
dev'esser giù di là...» 
Per un poco si tace, 
poi: «Lei viene a Milano? 
- Forse, dopo Torino... 
- Ci rivedremo, allora... 
- S'imagini, signora». 
Il giuoco cittadino 
ci riprende e ci piace; 
la piccola stazione s'è perduta lontano, 
la piccola stazione 
dove non ferma il treno,
con l'ignoto paese 
fuori di mano 
che non conosceremo, 
con la tacita pieve 
che non si vede,
che non sappiamo come 
si chiamerà,
ed avrà forse nome
Serenità.

(Da "I sentieri e le nuvole", Treves, Milano 1911)





ALLA STAZIONE CENTRALE
di Guglielmo Felice Damiani (1875-1904)

Portami teco, mostro che t'involi
verso i monti paterni e i glauchi laghi
onde per l'odorate ombre mi paghi
con te, Virgilio pio, di questi soli!

E che le guerre mie stolte consoli
rustica pace e il desiar s'appaghi,
e la febbre che m'arde alfin dismaghi
cantar di fonti e trepidar di voli!

Sparve l'errante macchina e con essa
d'una straniera vagabonda e stanca
l'affacciata visione: o mano bianca,

rimasta nella mia pupilla impressa
come l'orma d'un sogno, a chi nel muto
cenno mandavi l'ultimo saluto?

(Da "Lira spezzata", Zanichelli, Bologna 1912)





ALLA STAZIONE
di Arturo Foà (1877-1944)

Sotto l'arco sonoro della stazione, io aspetto
tra la folla l'arrivo di un treno. Di che treno?
io non lo so; io mi sono confuso tra la densa
folla per aspettare. Eccoli. Una turba
che fluttua dai larghi cancelli e in mezzo a noi
si spande e ondeggia; tutte le età, tutte le foggie:
femminee grazie, maschi volti barbuti, chiome
senili, strilli e risa giovinette.
Onde vengono? da mari azzurri, da grigie nebbie,
da fragorose strade di metropoli?
E a te che importa, anima mia? da qualunque contrada
essi vengano, siano essi i benvenuti.
Nella lor terra si ama, si lotta, si soffre e si muore
come si soffre e si muore nella mia terra.
Sotto ogni cielo è uguale la rigida legge, fra cui
gli uomini si dibattono, nel tempo, senza uscita.
Ma essi sono per me l'ignoto e il sogno, due
meravigliosi amici della mia solitudine.
Ed io posso - o anima, mia complice ingenua o pietosa!
immaginar più forti, più saggi e più magnanimi
della folla ben nota che circola intorno ai miei passi
in ogni ora del giorno per queste vie ben note,
solo perché con essi mi sembra che giungami l'eco,
il respiro, il sorriso d'una più dolce vita,
da qualche spiaggia in cui giocondamente errai,
o da qualche città ignota e lontanissima
a cui da tanto io penso e che giammai vedrò.

(Da "Le vie dell'anima", Lattes, Torino 1912) 





IL GIARDINO DELLA STAZIONE
di Marino Moretti (1885-1979)

Giardino della stazione
di San Giovanni o San Ciro
tutto fiorito all'ingiro
di fiori della passione,

chiuso da siepe corrosa
di brevi canne sottili
cui s'attorcigliano i fili
de' bei convolvoli rosa!

Brilla nel mezzo un tranquillo
disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca
presso il minuto zampillo;

par che gli zefiri mossi
lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-
di-neve, sui cacti rossi;

che il sol, disceso da un regno
d'oro, d'azzurro, d'opale,
entri siccome un mortale
dal cancelletto di legno,

mentre la buona stazione
che s'alza rosea d'accanto
dice il suo nome di santo
quasi con circospezione!

E noi si va chi sa dove,
poveri illusi, si va
in cerca di felicità,
verso città sempre nuove,

verso l'ignoto e la sera!
Invece lì nel giardino
veduto dal finestrino
c'è tutta la primavera!

E c'è una gaia fanciulla
che ride un riso sereno
e non si cura del treno
e non si cura di nulla...

Giardino della stazione
di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso
che a lato fa da padrone,

giardino di devozione
che ascolta attento e tranquillo
la voce dello zampillo,
il rombo del calabrone!

Chi scenderà dal vagone
per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare,
figlia del capo-stazione?

(Da "Poesie 1905-1914", Treves, Milano 1919)





3022
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

O locomotiva, come sbuffavi triste
sotto il padiglione affumicato della stazione!
M'avvicinai ma non osai toccarti
perché ansimavi come una bagascia.

3022 sempre tu!
T'ho rivista chissà quante volte
più lustra e più pulita
e ho allungata la mano
per carezzarti i fianchi,
ma cento padroni
m'hanno fatto tornare indietro -
E mi son contentato di guardarti
dietro i vetri del buffet. -
Oh poterti offrire un caffè
prima di partire!
ma il capostazione non vuole.

M'hanno detto che una volta sei caduta
ma - non completamente perduta -
ti sei salvata a tempo.
Non essere così sventata...
ahi! non fischiar così
tu mi strappi le orecchie. -
Hai ragione, bisogna partire!

Oh accendere un cerino
sul tuo ventre caldo:
fumare una sigaretta
insieme col tuo fumaiolo!
- fuggiamo insieme - mi strepiti da un'ora
ma tu sai bene ch'io non voglio partire.
E se mi porti via a tradimento
mi confonderò col tuo fumo lento lento
- Saranno i baci che mi mandi non vista -
(il capo stazione è lontano):
rannicchiato come un topo che va per mare
cercherò d'essere locomotiva io pure.
E nelle gallerie piene dei tuoi baci
verserò una lagrima,
una povera lagrima perduta,
mentre sotto i miei piedi
tutti i demoni scatenati danzeranno
qualche fantasia per te che amano
e cantano con voce di metallo
caldo strisciante affebbrato.

Alla prima stazione ti lascerò
e ti manderò una cartolina illustrata
dal mio paese dove non t'hanno mai vista.
Vedrò per l'ultima volta di lontano
il tuo fumo che gira che gira per l'aria
e mi sembrerà il fazzoletto rosso
che agitano gli emigranti
prima di partire per l'America.
Giunto a casa ritornerò bambino
con una locomotiva di latta
(fosti il mio primo amore!).

Oh potrei fare una dichiarazione,
ma il capostazione non vuole!
Che ci sia qualche relazione
fra te ed il capostazione?

O locomotiva, come sbuffavi triste
sotto la piccola stazione
quando non ebbi cuore di toccarti!
Che forse soffrivi
perché lasciavi il capostazione?

(Da "Abbeveratoio", Libreria della Voce, Firenze 1915)





ALLA STAZIONE
di Yosto Randaccio (1880-1965)

È tardi. Non li senti
tu questi brividi dell'aria?
Sempre un'ala di gelo che svaria
d'intorno. Che vespero triste!

Su i rudi passoni,
là, nel molo, ero solo. Nessuno
dei soliti, sai, v'era. Ero solo.
Che vespero triste, che cielo!
Nel cielo stendevano un velo
di duolo.
Il mare facevansi bruno,
il grecale fischiava.
Che sbattiti di cavalloni!
Levavasi a volo un gabbiano,
guardavami in fretta, gridava
e fuggiva lontano.
Un'anima stanca penava.

E sono venuto qui di corsa.
È sabato, oggi: forse
arriverà molta gente.
Arriveranno signore... Rammenti
quanta folla sabato scorso?
Potrebbe venire anche lei
certo. Chi sa che lontana non senta
l'anima mia che la vuole!
Ma il cuore ripete
tre cupe parole:
- Demente demente demente!

Certo, arriverà qualcuno.
Così sarò lieto. Dove vanno
questi miei giorni convalescenti?
A quale profondo mistero
de l'anima? Ritorneranno?
Ma senti: è la vaporiera.
Tarda molto stasera.
Pare moribonda quando
giunge qui la vaporiera!
Perché? si direbbe, mio Dio,
che senta qualcosa di morto.
Ma questa è la riva de l'oblio?
La terra de la morte?
Mi dimenticheranno?

Chi arriva? Nessuno, nessuno
a gli sportelli. Vedi, 
non è venuto nessuno,
stasera. Che tristezza!
Non piango di dolore, vedi
è una lagrima di tenerezza
che viene quando penso a te.
Tu non mi dimentichi, mamma!
Non piango. Non spasimo più così forte.
Ma tu non mi credi.
È vero, stasera, è venuto
un nero convoglio di morte.

(Dalla rivista «Riviera ligure», marzo 1905)





SALA D'ASPETTO
di Diego Valeri (1887-1976)

Arrivato anche a questa stazione
del viaggio della mia vita.
Nell'attesa di ripartire
verso un'altra stazione
del viaggio della mia vita.

Poche lampade fioche,
annegate in un giallastro grigiore
viscido di vernice...

Dentro la nera cornice
del finestrone di fondo,
vedo la sera che muore,
tenero barlume biondo,
soave musica muta,
sui tetri giardini
della città sconosciuta.
Alle spalle, sento il lucido gelo
della strada d'acciaio che va,
immota sotto l'immoto cielo,
attraverso l'immensità.

Un fischio lontano; un vicino brusio
di voci; un trito scampanellio,
senza posa, senza posa.

Tra un cupo silenzio improvviso,
venuta chissà di dove,
una campana d'avemaria
mi posa
una molle carezza sul viso,
m'apre il cuore, vi piove
la dolcezza della casa lontana,
il sorriso della donna lontana,
tutto il canto e tutto il pianto
della mia vita lontana.
O passione vana
della mia vita vana,
ti chiamo e t'amo disperatamente,
come nell'ora dell'agonia!
T'amo e ti chiamo disperatamente,
con tutta l'anima mia...

Guardo intorno. Qualche triste ombra umana
si muove per il grigiore giallastro.
Le vetrate sono ora turchine,
d'un terso turchino, trasparente, incantato,
con qualche bianco brivido d'astro.

Chi mi trarrà da questo fondo di perdizione?
Chi strapperà alla sua sorte
il ferito senza nome,
il disperso,
abbandonato alla notte e alla morte,
solo, con la sua disperazione,
su l'ultimo confine dell'universo?...

(Da "Ariele", Mondadori, Milano-Roma 1924)





STAZIONE
di Giorgio Vigolo (1894-1983)

In sere d'eterno
diluvio m'è grato rifugio
la cupola inferna
della stazione; e mi basta
sentire l'odore di solfo
del fumo dei treni
perché subito si sfreni
la mia fantasia sedentaria
e via se ne fugga
fuor della scura tettoia
cercando nel buio dei prati
la gioia
dell'erba nera che succhia la pioggia.

Cammino su e giù per l'asfalto
di questa gran piazza coperta
che simula un vuoto mercato
o una cattedrale smessa.
I greci avevano il portico candido,
ma a noi meglio si conviene
questo fumoso chiesone
sconsacrato, ridotto a stazione.
Chiaror di lampi celebra
sotto l'arco di ferro
il puro altare delle montuose nevi.

(Da "Conclave dei sogni", Novissima, Roma 1935)

domenica 20 aprile 2014

Antologie: "Neoidealismo e Rinascenza Latina tra Otto e Novecento"






Il libro di cui voglio parlare non è una vera e propria antologia, piuttosto un saggio di critica letteraria che, al suo interno, si avvale anche di molte citazioni poetiche. Tale opera s'intitola: Neoidealismo e Rinascenza Latina tra Otto e Novecento. La cerchia di Sergio Corazzini. Poeti dimenticati e riviste del crepuscolarismo romano (1903-1907); autrice e curatrice è Angela Ida Villa. Nel piatto posteriore del libro si legge:

L'opera, realizzata sulla base di fonti di prima mano reperite sulla stampa periodica primo-novecentesca e negli archivi privati, si propone come capillare ricostruzione storico-critica del crepuscolarismo romano. Ripercorso il suo svolgimento diacronicamente negli anni della sua fase «eroica» (1903-1907) attraverso le figure di oltre venti poeti poco o niente affatto conosciuti e le loro riviste, il movimento - ripartito in tre cenacoli poetici tra loro contigui e intercomunicanti - è presentato come emanazione delle correnti antipositiviste e antinaturaliste del neoidealismo mistico-simbolista e della rinascenza latina: movimento, pertanto, non di «crepuscolo», bensì di «rinascenza». Correnti delle quali vengono indagate le matrici europee e le ripercussioni italiane alla svolta tra Otto e Novecento, con particolare riferimento al contesto culturale romano indagato attraverso lo specchio della pubblicistica coeva.

Ebbene si tratta di un'opera preziosa per la sua unicità, visto che qui sono presenti notizie e testi riguardanti poeti assolutamente ignorati dalla critica letteraria precedente, poeti che furono molto vicini a Sergio Corazzini e formarono dei cenacoli che inaugurarono di fatto la cosiddetta poesia crepuscolare. Accanto a nomi che forse qualcuno ancora ricorda (Remo Mannoni, Federico De Maria, Alberto Tarchiani, Umberto Bottone), ve ne sono molti altri dimenticati o mai considerati, ovvero: Giuseppe Altomonte, Rosario Altomonte, Carlo Basilici, Alessandro Benedetti, Antonello Caprino, Giuseppe Caruso, Stefano Cesare Chiappa, Enrico Damiani, Beniamino De Ritis, Giorgio Lais, Archimede Longo, Guido Milelli, Giuseppe Piazza, Yosto Randaccio, Guido Ruberti, Francesco Sgabelloni, Alfredo Tusti, Donatello Zarlatti, Mario Zarlatti.
Di ciascuno dei menzionati si possono leggere, insieme a una dettagliata biografia, alcuni versi tratti sia da volumi ormai introvabili, sia da riviste letterarie dei primissimi anni del secolo XX, molte delle quali sconosciute o quasi.

È per tali motivi che il libro in questione risulta essenziale, soprattutto per coloro che sono interessati alla vita e alla personalità di Sergio Corazzini non meno che alla poesia crepuscolare e alle sue origini, i suoi intrecci e le sue derivazioni ancora non del tutto esplorate.  

lunedì 14 aprile 2014

Gli alberghi nella poesia italiana decadente e simbolista

Gli alberghi sono, molto spesso, i luoghi dove i poeti sfogano le loro malinconie. Situati in località della provincia italiana, quasi sempre semideserti, antichi e demodé, suggeriscono agli autori di versi l'elencazione di una serie di oggetti frusti che riempiono le loro stanze; per questo rappresentano l'inutilità dell'esistenza. Persino i nomi sono, oltre che bizzarri, "fuori moda" e, in un certo senso, stupidi. Più raramente si nota una attenzione al lato erotico: là dove il poeta fissa l'attenzione su alcuni ospiti (in genere giovani coppie) che frequentano tali posti anche per conquistarsi un'intimità ed una libertà altrimenti impossibili. Da non trascurare, infine, alcuni elementi lugubri, che fanno assomigliare gli alberghi ad una anticamera della morte.




ALBERGHI DI CAMPAGNA
di Sandro Baganzani (1889-1950)

Alberghi di campagna
con un'insegna a l'«Olmo»,
al «Belvedere» al «Pino»
dove si capita stanchi
le sere dopo la caccia
coi bracchi che perdono i fianchi!

Sperare traverso la fiamma
il colmo bicchiere
mentre i vecchi giocano a carte
e in disparte una mamma
dà il latte cullando il bambino.

Pian pianino con garbo Rosinetta
ti serve la cena.
Dal paralume sbiadito
della lucerna a petrolio
pende una mosca morta.
Sul muro c'è un dito
di fumo: che importa?
Il vino è schietto:
la cantilena dei grilli
t'inonda d'una
malinconia gioconda.

Lenzuola di tela odorosa
sul letto di piuma
dove s'affonda nel sogno!
Ramo d'olivo!
Acquasantiera di stagno
con qualche filosofo ragno
che traballa sulle gambe
svegliato dalla candela!

Quando il gallo suoni la diana
se t'affacci
Rosinetta nel cortile
tira l'acqua alla fontana
bracci nudi, in gonnellino.
Zirlando i tordi nel cielo turchino.
E tu fai la riverenza:
un madrigale
velato di partenza
magari
in versi ottonari,
mentre la diligenza
con l'abate la posta il cesto d'uva
strombetta troppo presto
sul piazzale.

(Da "Arie paesane", Taddei, Ferrara 1920)





SERA D'ALBERGO
di Lorenzo Giusso (1900-1957)

Nubi pistacchio e amaranto s'indugiano sulle finestre
dove creature discinte concedono forme rosate
a bocche d'avidi amanti. Lunghesso le vie inazzurrate
dalle alte pompe nevose echeggian freschezze d'orchestre

Dai corridoi tappezzati si sciolgono murmuri gravi
d'acque che lente zampillano in vasche di marmo egiziano.
Fuma il vapore tepido. Nei parchi i custodi con mano
rapida curano aiuole di gigli e d'ortensie soavi.

Nella brevissima rada s'avvolgono galanterie
di lumi verdi ai canotti di mogano. Un bimbo robusto
pende sul filo dell'acqua già bruna ed ascolta il trambusto
della campana del pranzo che picchia sulle vetrerie.

Fascie di pini odorosi allaccian terrazze granite
dove rampolli biondastri implorano lenti supplizi
da fastidite creature, le bocche stigmate dai vizi.
Gelide, statiche le anime son lancie di ferro brunite.

Fra colonnati di lauri e rosei oleandri rituale
fuma il tramonto d'incensi usciti da gemme patère.
Al dileguare del sole protendon liane leggere
le rame qual sonatrici di sistri in un tempio orientale.

Placidità milionarie s'imprimono sopra lo schermo
d'immoto azzurro del mare, un mare dai lembi violetti
morbidi come i pijama di raso distesi sui letti.
Coppie di lusso sbadigliano innanzi a un palmizio alto e fermo.

Hanno vent'anni soltanto. L'età in cui la carne pagana
tersa, marmorea, distilla la luce qual spera infiammata
di vetro. L'uomo è un superbo semidio. Una forza pacata
gli danno il sole e il bagno, e brilla la sua fronte piana.

Lei nella sua veste gialla, somiglia un flacone d'odore
dolce e snervante. In silenzio lui tutta la beve. All'attrito
dei loro corpi si pensa scintille d'un oro forbito
debban balzare. Per loro la notte è un diffuso splendore.

Dismemorarsi! Annullarsi! Svuotarsi di torvi miraggi
come oleandri e palmizi al blando libeccio serale,
avere l'età delle pietre ignare che il mare carnale
torna a baciare inesausto dal ciclo dei lunghi viaggi!

(Da "Musica in piazza", Editrice Tirrena, Napoli 1930)





L'ALBERGO DEL PELLEGRINO
di Corrado Govoni (1884-1965)

O albergo provinciale,
vecchio albergo del Pellegrino,
dove è dolce riposar male
dopo un aspro cammino!
Albergo d'altri tempi,
quando viaggiare era uno svago,
sotto il sole o tra i nembi,
e ogni meta rendeva pago;
quando non c'era questa smania
di correre d'adesso,
che ci affatica e ci dilania,
e s'arrivava pur lo stesso.
Dalle vetrate si profila
un giardino, un po' tetro,
con un getto, che fila
la sua malinconia di vetro.
Ci sono corvi imbalsamati
sulla credenza oscura,
e lunghi corni lucidati
contro la iettatura.
In un quadro, c'è un viandante,
lungo una via infinita
che indica, tra bagnate piante,
una rossa città turrita.
Com'è strano quel pellegrino,
col suo cappello a larga tesa,
il bordone e la zucca appesa,
che gli grava sul sanrocchino!
Chi è? San Rocco, che sopporta,
curvo, dei mali suoi la soma?
O il Tannhauser, che vien da Roma
con la speranza morta?
Oh, se potessi anch'io,
con quest'anima che non crede,
andare fino a Roma, e Dio
supplicare d'un po' di fede!
Forse è Aasvero, l' impietoso,
dannato a ramingar pel mondo
senza un minuto di riposo,
senza morir mai, moribondo.
Ma che strazio, che pena
quel dover sempre andare andare,
come l'acqua nel mare!
Eppur fa bene e rasserena,
qui nella calda quiete,
pensando che là fuori piove
e nevica e fa freddo altrove,
mirar, sulla parete,
i piedi travagliati
di quel povero pellegrino,
là, ch'è ancora in cammino,
mentre noi siamo già arrivati.
Oh, dolce udire, al nostro arrivo,
echeggiar sulle scale
il cù-cù intempestivo
del vecchio pendolo murale;
e il decrepito pappagallo
che dalla sua gruccia,
con una voce di metallo,
vi chiede l'ora e si corruccia!
Dolcezza, scendere, un mattino
d' autunno, freddo e lento,
per la pioggia e col vento,
all'albergo del Pellegrino!
Con un'amante provinciale,
a cui fanno da ombrello,
con due candide ale,
le rose smorte del cappello.

(Da "L'inaugurazione della primavera", Taddei, Ferrara 1920)





L'ALBERGO DELLA NOIA
di Remo Mannoni (1883-1966)

Com'è triste l'albergo della Noia!
S'inseguono le stanze allineate
in fila come celle claustrali
pei corridoi simmetrici percorsi
dai tappeti che bevono i rumori.

Tappeti grigi, grigi come l'ombre
che vegliano alle soglie delle porte
freddi come la polvere cinerea
che si raggruma sovra le specchiere
velandone i grandi occhi allucinati.

Mobili taciturni come bare
dimenticate... - Le tignuole dormono
un sonno antico nei massicci armadi
neri - Sogghigna il lucido ferrame
come le inferriate degli ergastoli.

E poi, divani soffici avvolgenti
come il lubrico fango degli stagni
poltrone che poltriscono enfiate,
a braccia aperte, nell'attesa vana
che vi si sdrai l'Ospite accidioso.

Le tende vellutate e le portiere
flosce, pesanti, sembrano le ali
di penduli chirotteri in letargo.
Celano forse i resti di un delitto,
o qualche accoppiamento mostruoso?

Scale di sopra, scale in basso, scale
che si perdono su, nell'infinito,
tutte a spirali tormentose come
l'anime folli che non hanno tregua.

Solo, ogni tanto, qualche lucernario
sgrana nell'ombra la pupilla smorta,
una nube d'ovatta insanguinata,
rade i vetri stagnanti, e vi si fiocca.

Da quanto tempo, immemore, mi aggiro
ospite involontario in mezzo ad ospiti
occulti nel castello della Noia?...
Cerco invano la stanza che m'accolga,
la crisalide bigia dove il sogno
tessere possa qualche filo d'oro...

Innumeri orologi si accompagnano
rigidamente al ritmo del mio cuore,
accoliti devoti del silenzio:
le lancette, che lacerano il tempo,
segnano tutte la medesima ora!...
- Chi, di sorpresa, mi condusse qua?

Ecco la Morte, pallida, composta,
con un inchino cerimonioso,
additarmi la stanza del riposo,
e lasciarmi così, senza risposta.

(Da "Fermento", Tip. Sallustiana, Roma 1931)





L'ALBERGO
di Tito Marrone (1882-1967)

Naufrago nella notte di Natale
in una scialba camera d'albergo
dinanzi alla candela
che guizza e fuma...
E, mentre si consuma
l’anima ad ascoltare il tristo vento
che schernisce sul tetto
la magra pioggia,
di là l’ostessa con la voce chioccia
litiga in suo gergo maledetto.

Pace, ostessa! A quest’ora, nelle chiese 
del mio paese, 
s’inazzurra la messa di Natale, 
brulicano i lumini dei presepi. 
I Re Magi viaggiano 
lungo le siepi, 
dietro la stella di fili d’argento, 
verso la capannuccia di Gesù: 
brontola il vento e la neve vien giù. 
Or dove mai sarà 
quel piccolo pastore 
che alla sua rammendata cornamusa 
appendeva il mio cuore? 
Dove, la stella di fili d’argento? 
Dove son io fanciullo? 
Il mio presepio è brullo, 
abbandonato, spento. 

(Da "Antologia poetica", Guida, Napoli 1974)





L'ALBERGO DELLA TAZZA D'ORO
di Marino Moretti (1885-1979)

Presso un'arola o in mezzo d'una strada
nessun desìo si fa più vivo in me:
triste son io, triste son io, perchè
la tristezza è il mio pane e la mia piada.

Or chi m'ascolta più? Chi si sovviene
della mia povertà cogitabonda
se quando quest'ambascia mi circonda
anche mia madre non mi vuol più bene?

Meglio è ch'io vada in un paese, in uno
di quei paesi che hanno un lungo nome,
in cui si vive così mesti come
se non ci fosse, insieme a noi, nessuno.

E passo il limitar d'una locanda
piena di gabbie d'uccellini in cova,
e mi sorride timorosa, a prova,
la padroncina con far d'educanda.

Oh l'alberghetto dal nome sonoro
come mi piace subito! Quest'è
l'Albergo della Luna? dei Tre Re?
dei Pellegrini? della Spada d'Oro?

Oh la locanda dal nome sonoro
quale riposo all'anima! Questa è
la Locanda dell'Aquila? dei Tre
Mori? del Genio? della Tazza d'Oro?

Sì, sì, la Tazza d'Oro! E c'è la tazza
d'oro, lucente, nell'insegna nera
che copre tutta quanta la ringhiera
del balconcino che dà su la piazza!

O locandiera intenta ad un lavoro
d'uncinetto, vi chiedo per piacere
di dare all'ultimo ospite da bere
la vostra albana nella tazza d'oro!

Dolce l'albana, fresca la locanda,
e cortese e devota la padrona.
E c'è di là un odor d'erba limona,
e c'è di qua il sentor della lavanda.

E ci sono i gerani e la cedrina
nel testo verde, e i mobiletti frusti,
e Garibaldi e il Passatore e Giusti
alle pareti.... e c'è la signorina.

La signorina che arrossisce un poco
pur sorridendo nei grandi occhi mesti:
o dolce ignota, di', tu non vorresti
fare all'amore oggi con me, per gioco?

Amore! La parola che si ascolta
dolcemente così, come un messaggio....
Amor che passa: amore di passaggio....
Amore che ritorna, qualche volta.

(Da "Poesie 1905-1914", Treves, Milano 1919)





DA "L'ERRANTE"
di Ada Negri (1870-1945)

...
La tristezza di gelo ella conosce
delle stanze d'albergo, ove la gente
passò col suo mistero e il suo pungente
destino a tergo, e le sue sorde angosce:
ove un ignoto visse la sua notte
ultima, forse — e rise e pianse amore
fra baci senza fine,
e l'insonnia spiò fra le cortine,
e l'odio sibilò le rauche e rotte
parole, che di pietra fanno il cuore.
.... Da quale mano il fiore
cadde che or, vizzo, sul tappeto giace?...
Chi morse ieri il candido guanciale?...
.... Non sa, non pensa. È stanca.
Solo vorrebbe riposare in pace.
E scioglie il velo e libera le trecce;
ma fra le trecce v'è una ciocca bianca,
il viso è smorto come il capezzale.
...

(Da "Dal profondo", Treves, Milano 1910)





IL VECCHIO ALBERGO
di Romualdo Pantini (1877-1945)

- Amico, e torni ancóra al vecchio albergo?
E' l'ombra di sé stesso, ingrata e oscura:
Mi pare un ospedal, mi fa paura!

- Amico, io torno ancóra al vecchio albergo!

- Non vedi? come lui s'è fatto vecchio
l'albergator gentile d'una volta:
t'accoglie male, quasi non t'ascolta.

- Amico, io pure come lui son vecchio!

- Non senti? tutto intorno sa di muffa,
l'atrio, le scale, le pareti sporche:
è un tanfo che avvilisce, afa di morte!

- Amico, in cor non sento alcuna muffa!
Vecchia città e vecchio albergo, un solo
cuore mi chiama a voi, mi chiude in voi:
nelle rovine è un nido, e prima o poi
l'uccello sperso vi ripiega il volo.

- Albergo lieto, non sei più lo stesso?
Pure chi torna non è più lo stesso.

- Siam deperiti insieme nella notte,
ci siamo insiem corrosi in tante lotte!

- Ma il ricordo è una fiamma che non cede
anche se il cuor si dice senza fede.

- E un ricordo d'amor canta alle stelle
canta col mar la pace e le procelle!

- E il passato purifica la fiamma,
la rende sacra come amor di mamma!

(Da "Canti di vita", Treves, Milano 1910)





NELL'HOTEL NON C'E' PIÙ ALCUNO 
di Enrico Panzacchi (1840-1904)

Nell'hotel non c'è più alcuno: 
per le loggie, sulle scale, 
sulle porte numerate 

cala il vespro algido e bruno; 
e quiete sepolcrale 
tien le stanze inabitate. 

Nelle stanze i bianchi letti, 
ove il popol dei bagnanti 
sognò il mare e l'allegria, 

paion tanti cataletti 
tristi, immobili, aspettanti 
che il becchin li porti via. 

Io, postremo abitatore 
e novissimo cliente 
dell'albergo abbandonato,

guardo all'ultimo chiarore 
che dilegua in occidente; 
guardo al mare ottenebrato. 

Odo errar per le pareti 
un sommesso favellio 
che racconta arcane istorie; 

e dai bianchi sepolcreti 
del silenzio e dell'obblio 
sorgon, sorgon le memorie. 

Le memorie in lunghe schiere 
passan, languide, il crin sciolto, 
l'alma empiendo di sconforti; 

e mi par di rimanere 
freddo, esamine, sepolto 
sotto un mucchio di fior morti. 

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1908)





GRANDI ALBERGHI, LARVATI LUPANARI
di Francesco Pastonchi (1874-1953)

Grandi alberghi, larvati lupanari
alla tetra ricchezza! miserande
baracche da frastuoni e sarabande
per vane genti senza focolari!

Lucide serre per malati rari
che di lor vizi fànnosi ghirlande!
bolge invase da scompigliate bande
d'allegre dame e taciturni bari!

Grandi alberghi, rifugi a la follia
dei soli che han terror d'essere soli
e si stordiscon roteando a sciami!

Regge sfarzose di malinconia
pronte a tutti gli approdi e a tutti i moli
per raccogliervi, o mondo, i tuoi rottami! 

(Da "Il randagio", Mondadori, Roma 1921)




HOTEL DE LA PENSION ANGLAISE 
di Remigio Zena (pseud. di Gaspare Invrea, 1850-1917)

La campagna ha il suo grigio accappatoio 
E i vetri hanno i ricami, 
Le fogliuzze che sembrano di cuoio 
Lasciano brulli i rami. 

Divorata dal livido avoltoio, 
Fatta un sacco d'ossami, 
Grida Mimì al suo Rodolfo: «muoio, 
Dimmi ancora che m'ami!» 

E fa aprir le finestre e nei giardini 
Di Nervi - ultima tappa – 
Vede appesi gli aranci e i mandarini. 

Un sospiro dall'anima le strappa 
Questa festa invernale: 
«Oh i bei cipressi del mio funerale!» 

(Da "Poesie grigie", Tip. de' sordo-muti, Genova 1880)