venerdì 20 febbraio 2015

La raffinata poesia di Adolfo De Bosis

Nacque ad Ancona nel 1863 e ivi morì nel 1924. Laureato in legge, direttore di società commerciali, ebbe una fervente passione letteraria che lo spinse a fondare e a dirigere una prestigiosa rivista: Il Convito, pubblicata tra il 1895 ed il 1907. All'interno delle pagine del Convito si trovano, tra l'altro, molte poesie di Giovanni Pascoli che in seguito furono stampate nei Poemi conviviali. Ma anche De Bosis si dedicò alla scrittura di versi, con ottimi risultati. Già diciottenne pubblicò un volumetto di Versi, ma è del 1900 il suo libro più significativo: Amori ac silentio sacrum. La poesia di De Bosis fu definita da molti critici estetizzante; seppur sia impossibile negare ciò, va comunque sottolineata la grandissima abilità poetica dello scrittore marchigiano, che ebbe certamente delle simpatie nei confronti di D'Annunzio e di Pascoli, ma che comunque trovò il modo di esprimersi in maniera originale e squisita. Anche nei successivi versi, riuniti poi nel definitivo volume del 1914 e ristampato nel 1924, si trovano autentici capolavori poetici che purtroppo pochi oggi ricordano. Il De Bosis fu etichettato anche quale poeta decadente, preraffaellita e, addirittura, stilnovista. Ma è piuttosto da evidenziare che alcuni suoi versi mostrano peculiarità non distanti da quelle che si riscontrano nelle opere poetiche di due "mostri" della poesia italiana, tra l'altro tradotti dal nostro: Percy B. Shelley e Walt Whitman. Insomma si può definire De Bosis un poeta molto bravo e completamente immerso nel suo tempo, capace di attingere, con ottimi risultati, sia dalla poesia nostrana che da quella straniera. Chiudo, dopo un elenco delle sue opere poetiche e delle antologie in cui è possibile leggere poesie di De Bosis, pubblicandone tre componimenti fra i miei preferiti.


Opere poetiche

"Versi", Pasqualis, Fano 1881.
"Amori ac silentio sacrum", Tip. dell'Unione Cooperativa Editrice, Roma 1900.
"Amori ac Silentio e le Rime Sparse", Studio Editoriale Lombardo, Milano 1914.





Presenze in antologie

"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (p. 137).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (p. 355).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. II, pp. 201-223).
"Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940", a cura di Enrico M. Fusco, SEI, Torino 1947 (pp. 317-318).
"Antologia della lirica italiana. Ottocento e Novecento", nuova edizione, a cura di Carlo Culcasi, Garzanti, Milano 1947 (pp. 200-202).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 238-241).
"Un secolo di poesia", a cura di Giovanni Alfonso Pellegrinetti, Petrini, Torino 1957 (pp. 293-294).
"Poeti minori dell'Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Ricciardi, Napoli 1958 (pp. 1217-1227).
"L'antologia dei poeti italiani dell'ultimo secolo", a cura di Giuseppe Ravegnani e Giovanni Titta Rosa, Martello, Milano 1963 (pp. 145-148).
"Poeti minori dell'Ottocento italiano", a cura di Ferruccio Ulivi, Vallardi, Milano 1963 (pp.753-759).
"Secondo Ottocento", a cura di Luigi Baldacci, Zanichelli, Bologna 1969 (pp. 1224-1228).
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (volume secondo, pp. 93-99)
"Poesia italiana dell'Ottocento", a cura di Maurizio Cucchi, Garzanti, Milano 1978 (pp. 472-476).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (tomo primo, pp. 55-59).



Testi

ANIMA ERRANTE

Odoravano le viole
nel chiuso breve (rammenti?...)
e tra le nubi fuggenti
piovevano raggi di sole.

Tacevamo. Io dissi: "Morire".
Null'altro io dissi. Le cose
risposero elle, o rispose
un'eco nel core...? "Morire".

E d'intorno accennavan neri
cipressi al vento; le fronti
adamantine de' monti
si ergevan da lungi in pensieri

degni soli ne l'infinita
pace d'azzurro e di neve...
O doglia umana! E tu, breve
piangevole favola, o Vita!

E mi parve il mondo un altare,
a le cui soglie la nostra
anima errante si prostra,
ma un attimo solo, a pregare:

poi per una deserta riva
che non ha foce, obliosa
fluttua con ogni altra cosa,
per sempre, né morta né viva.

E per quella eterna fiumana
(deh leniente!) si sciolse
l'anima, via... Né si volse.
Tu, eri nel mondo; lontana.


"Anima errante" è la ventunesima poesia compresa nella sezione "Amori ac silentio" del volume "Amori ac Silentio e Le Rime sparse", Studio Editoriale Lombardo, Milano 1914 (pp. 59-60). Uscì anche nella rivista "Il Convito" del dicembre 1907. Molti critici hanno parlato, a proposito di questa lirica, di atmosfere pascoliane; ma a me sembra che questi versi, più che al Pascoli, siano vicini allo Gnoli (alias Giulio Orsini) di "Fra terra e astri".





ULTIMAMENTE...

Ultimamente, poi che il limitare
di giovinezza taciturno scesi,
odo per entro i miei spiriti illesi
pur di lunge la sua voce chiamare.

Però mi volgo, ad esplorar le chiare
vette ove indarno il mio gran sogno attesi
non già ch'io speri alfin mi si palesi,
scarso, omai, faro a mio selvaggio mare.

Ma temo forte aver lasciato in cima
d'un'erma torre, diva ospite sola,
Una che chiama, non mai scorta prima

E per lei ricercar dietro li sguardi
l'anima figgo; e d'ogni sua parola
non mi giunge che questa unica: TARDI.


Questa poesia, come la successiva riportata, uscì nel 1914 sia sul volume sopra citato, sia sulla rivista "La Riviera Ligure". Sono versi certamente malinconici, con, in più, una figura misteriosa personificata da una donna che chiama, da un'erma torre, il poeta, dicendogli parole non comprensibili a parte una: quel "tardi" evidenziato da lettere maiuscole, che riassume il rimpianto di "ciò che poteva essere e non è stato".





TORBIDA, LA NOTTE CALA

Torbida, la Notte cala,
con un brivido, da l'arco
del cielo. - Non odi l'ala
sua rader l'ombra del parco? 

Non trema vetta né stelo:
e l'anima perchè trema? 
Una tristezza suprema
fluisce dal muto cielo,

simile ad un tardo fiume
che tragga fra cupe rive
senza né rombo né lume
le vite nostre malvive.

E ne la notte silente
taluno (o il Tutto?) a ginocchi,
da' suoi smisurati occhi
piange, inconsolabilmente.


Colma di atmosfere misteriose, questa poesia può definirsi tra le più simboliste dell'autore. Per alcuni versi molto somiglia a certe liriche suggestive e lugubri di Arturo Graf; ma, come anche "Anima errante", non è lontana dall'ultimo modus poetandi di Domenico Gnoli.

mercoledì 18 febbraio 2015

Il fascino nella poesia italiana simbolista e decadente

Il fascino è qui riferito alla seduzione e alla bellezza tipicamente femminili, che nelle poesie dei simbolisti acquistano significati diversi. Sotto la fascinazione provocata da una donna si può nascondere l'essenza del male o, al contrario, lo splendore del divino. Una bellissima ragazza diviene a volte il simbolo della felicità; altre volte assume le caratteristiche del mistero che sovrasta il mondo intero. Una signora che possiede un fascino tutto particolare può essere collegata alla malinconia ed alla tristezza, essendo portatrice di una bellezza che mostra i segni del tempo ed è, quindi, prossima a sfiorire. Ci sono poi i ricorrenti riferimenti alla morte, che si mostra affascinante perché promette l'oblio e la pace eterna. Il personaggio leggendario maggiormente ricordato in questo contesto dai poeti simbolisti è senz'altro Salomé: incarnazione del fascino, dell'erotismo e soprattutto del male, visto che, in cambio della sua ipnotica esibizione, spietatamente e senza un motivo plausibile, chiede ad Erode la testa del Battista.



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Ricordo di un giorno d'estate" e "Inno all'anima crepuscolare" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Sandro Baganzani: "Ave" in "Senzanome" (1924).
Gustavo Botta: "Madrigale" in "Alcuni scritti" (1952).
Alfredo Catapano: "Per giovane donna canuta" in "Dai Canti" (1929).
Francesco Cazzamini Mussi: "Desiderio della donna in lutto" in "Le allee solitarie" (1920).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Gratiae plena" in "Le consolatrici" (1905).
Girolamo Comi: "Le furie di carezze non sentite" in "Lampadario" (1912).
Adolfo De Bosis: "Vien ne la notte..." e "Ben per quante costringe isole" in "Amori ac Silentio e Le rime sparse" (1914).
Luigi Donati: "L'Eletta" in "Le ballate d'amore e di dolore" (1897).
Vincenzo Fago: "Il bagno d'Egle" e "Torna forse l'antica melodia" in "Discordanze" (1905).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il nostro sogno" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Corrado Govoni: "Incoronazione" e "Invocazione" in "Le Fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Contrasto" in "Gli aborti" (1907).
Luigi Gualdo: "Resurrecta" in "Le Nostalgie" (1883).
Amalia Guglielminetti: "Fascini" in "Le Seduzioni" (1909).
Virgilio La Scola: "Speculum Danae" in "La placida fonte" (1907).
Giuseppe Lipparini: "Stephana" e "L'incantesimo" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Gian Pietro Lucini: "Idolo strano, sotto un padiglione" in "Il Libro delle Figurazioni Ideali" (1894).
Enzo Marcellusi: "Oh, la grazia, la grazia d'una bionda " in "Il giardino dei supplizi" (1909).
Tito Marrone: "Beatrix" e "Evocazione" in "Sonetti dell'estate e dell'autunno" (1900).
Tito Marrone: "Il fresco" in "Le Gemme e gli Spettri" (1901).
Mario Morasso: "L'Apparizione" in "I Prodigi" (1894).
Angiolo Orvieto: "Le due Etrusche" in "La Sposa Mistica. Il Velo di Maya" (1898).
Antonio Rubino: "Mare con onde" in «Poesia», ottobre 1908.
Emanuele Sella: "Nella notte illune" in "Il giardino delle stelle" (1907).
Emanuele Sella: "Monteluce" in "Monteluce" (1909).
Emanuele Sella: "Intus alit" in "Rudimentum" (1911).
Domenico Tumiati: "L'òmero", "Il braccio" in "Musica antica per chitarra" (1897).
Remigio Zena: "La conocchia" in "Olympia" (1905).



Testi

FASCINI
di Amalia Guglielminetti

Colei che a un riso di seduzioni
tutta sola sen va, volgesi e gode
or dei fascini belli ed or dei buoni.

Talora si sofferma e una sua lode
sorridendo susurra, ma sì piano,
che niuno fuor del suo silenzio l'ode.

Ascolta il mare urlar tragico un vano
suo amore, oppur gioisce in numerare
gl'intrichi delle vene in una mano.

Sosta in ansia d'attesa al limitare
d'un vecchio parco, oppur s'abbaglia al gioco
d'arcobaleno delle gemme rare

sotto rovesci calici di fuoco.

(Da "Le seduzioni", 1909)





MADRIGALE
di Gustavo Botta

Nel dorato mattino, altro non vidi
che la tua fronte pallida e i tuoi grandi
occhi, sotto le ciglia che son ali;
e la bocca rossissima, ove nidi
al desiderio schiudono i tuoi blandi
sorrisi, ed i capelli ardenti, quali
fogliami effusi al sole mattutino.
Odimi: non vidi altro in quel giardino.


(Da "Alcuni scritti", 1952)