lunedì 30 marzo 2015

La Settimana santa in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

MERCOLEDÌ SANTO
di Nicola Moscardelli (1894-1943)

Le ore passano frettolose quasi timorose d'essere riconosciute.
Dietro i cancelli belano gli agnelli come se sapessero d'essere già stati venduti. Il loro belato purifica l'aria. Se il profumo delle margherite avesse una voce sarebbe simile a quella dell'agnello. La giornata passa presto tra sole e nuvolo come di marzo. Se un canto di donna si leva, subito si spegne.
Gli abitanti del paese sono distratti e sui calzoni di tutti i giorni portano la giacca nuova, perché la giornata è metà lavoro e metà festa.
Il tramonto arriva quando meno ci si pensa: rosso come d'estate.
Il belato degli agnelli nella sera che odora come un prato si ode appena appena, come se il sangue del tramonto fosse il loro.

(Da "Le grazie della terra", Carabba, Lanciano 1928)





LE MANI DI GIUDA
di Nicola Valenza (1890-?)

Ne l'ultima Cena
appena Gesù dice:
"La mano di colui che mi tradisce
è meco a tavola"
gli occhi dei Discepoli
inorriditi si spiano
ma quelli di Giuda
fiori di precipizio
vorrebbero sorridere al Maestro.

E mentre tutte le mani tremano d'angoscia
come a carezzare il cuore sanguinante del Signore
quelle di Giuda
pian piano sotto la mensa scivolano
e pur celate
si sentono perdute.

Vorrebbero, gelide, avvincersi...

Ma come stroncate
da monconi pendono.

(Da "Getsemani", Milia Russo, Caltanissetta 1927)





GIOVEDÌ SANTO
di Biagia Marniti (1921-2006)

Un crepuscolo continuo rende umida la notte.
La luna velata d'azzurro sorride di luce.
L'infinito tace e si ascolta.
Più gli alberi
verso l'imo da cui scesero,
immoti calici ricevono
le voci sommerse dell'acqua
dalle fistole bianche che tremano.
I tesi rami
cercano il mistero che scorre.
Un bisbiglio. Si sporgono.
È volata una foglia.
Più chiare oscillano
le varie fiammelle dell'aria.
L'aria candida, pudica
si spoglia, anela il vento che manca.
Si è mossa la ghiaia.
Un'ombra entrata nell'ombra.
Odi un passo? È nell'orto la Morte.

(Da "Nero amore rosso amore", Fiumana, Milano 1951)





GESÙ ENTRA NELL'ORTO
di Elena Bono (1921-2014)

La carne è stanca.
Gli uomini non veglieranno con me.
Voi grandi alberi
che sempre parlate col vento,
notturni uccelli
che non dormite,
notte che accogli nel grembo
tutte le cose
vegliate voi con me,
non mi lasciate.
Non lasciatemi solo col mio cuore.

(Da "Alzati Orfeo", Milano 1958)





VENERDÌ SANTO
di Fausto Maria Martini (1886-1930)

Nulla, credi, è più dolce per i nostri
occhi di questo giorno senza sole,
con i monti velati di viole
perché la primavera non si mostri...

Venerdì santo! E ieri sera tu
ti rimendavi quest'abito, tutto
grigio, un abito come a mezzo lutto
per la morte del povero Gesù...

Traevi dalla tua cassa di noce
qualche grigio merletto secolare:
così vestita, accoglierà l'altare
la buona amante con le mani in croce...

Prega per me, prega per te, pel nostro amore,
per nostra cristiana tenerezza,
per la casa malata di tristezza,
e per il grigio Venerdì che muore:

Venerdì santo, entrato in agonia,
non ha la sua campana che lo pianga...
come un mendico, cui nulla rimanga,
rassegnato si muore sulla via...

Prega, e ricorda nella tua preghiera
tutte le cose che ci lasceranno:
anche il ramo d'olivo che l'altr'anno
ci donò, per la Pasqua, Primavera.

Quante volte l'olivo benedetto
vide noi moribondi nel piacere,
e vide le nostre due anime, in nere
vesti, per noi pregare a capo al letto!

E pregavamo, come se morisse
qualcuno: un poco, sempre, morivamo...
Ma sempre sull'aurora nuova, il ramo
d'olivo i lieti amanti benedisse!

Ora col nuovo tu lo cambierai:
anche devi pregare per gli specchi
velati, per i libri, per i vecchi
abiti che tu più non vestirai...

È sera: un riso labile si perde
sulle tue labbra, mentre t'inginocchi:
io guardo, dietro la veletta, gli occhi...
due perle nere in una rete verde.

(Da "Poesie provinciali", Ricciardi, Napoli 1910)





VENERDÌ SANTO
di Francesco Tentori Montalto (1924-1995)

Torna l'inverno, torna
l'ufficio delle tenebre.
Pasqua intrisa di pioggia, che non osa
far sonare le squille della gioia
ma a capo chino ripete il confiteor,
i salmi della penitenza.
Gocciano lacrime i ceri,
vestita a lutto va la processione
tra le oscure crociere e gli ambulacri
che sospirano ai verdi porticati.

(Da "Migrazioni", Passigli, Firenze 1997)





VIA CRUCIS
di David Maria Turoldo (1916-1992)

La bocca rotta dalla pena
i denti legati
dal dolore.
Intanto la luna si alza
e una musica arriva
sul selciato delle case
a morire.

(Da "Io non ho mani", Bompiani, Milano 1948)





L'ORA SESTA
di Franco Berardelli (1908-1932)

Il sangue scorre da la bionda testa
coronata di spine, lungo il viso,
e asconde ai fili l'ultimo sorriso.
Urla la folla e ondeggia. È l'ora sesta.

Guardate intorno, voi che fate festa
e schiamazzate per averlo ucciso!
Il velo del gran tempio s'è diviso:
s'apre la terra e mugge la tempesta.

Mirate! Il ciel si schianta, il sol s'oscura,
sfolgora il lampo, rumoreggia il tuono;
grida al delitto e freme ogni creatura.

È l'ora nona. Dal divino trono
il Padre placa, a un cenno, la natura,
e pace ai peccatori offre e perdono.

(Da "I sonetti", Tip. Mantellate, Roma 1931)





PER IL SABATO SANTO 1953
di Gherardo Del Colle (1920-1978)

Il gallo s'è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall'albero
lo scheletro di Giuda. - Balza fuori
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.

Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l'antica strada. E là Maria di Magdala
nell'orto attende che Tu la sorprenda.

Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d'ogni morte, Gesù: de somno surge.

E gli Angioli, alleluja, e le campane
annuncino, alleluja, che Tu ritorni.
Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino coll’alba i giorni nuovi,
alleluja, viso Domino. Alleluia!

(Da "Biancospino", La locusta, Vicenza 1957)





SABATO SANTO
di Francesco Gaeta (1879-1927)

Ritornavo: morìa sabato santo.
M'ero stancato i suoi piedi a baciare;
su quei piccoli piedi avevo pianto
le insensate mie lacrime più rare.

Movevan negri nuvoli lor manto
lacero su 'l baglior crepuscolare
di primavera; l'aer tutto quanto
echeggiava di reduci fanfare.

E il brulicar pasquale, e un repentino
odor di terra smossa con la brezza,
tra case alte accigliate, da un giardino,

pareanmi, tra il bruciar de le mie cave
mani, una mia seconda fanciullezza
accompagnare d'un sorriso grave.

(Da "Sonetti voluttuosi ed altre poesie", Roux & Viarengo - Roma-Torino 1906)

sabato 28 marzo 2015

Poeti dimenticati: Edvige Pesce Gorini

Nacque a Sellano, in provincia di Perugia, nel 1890 e morì nel 1983. Dopo gli studi svolti ad Orvieto divenne insegnante e tale mestiere praticò fino alla pensione. Scrisse versi che pubblicò in riviste e in volumi in cui predomina il tema della maternità.




Opere poetiche

"Il ritorno", Bemporad, Firenze 1922.
"Natività", Mondadori, Milano 1924.
"Le sette fontanelle", SEI, Torino 1933.
"Respingo il sole", Marzocco, Firenze 1953.
"Il tempo è uguale", Marzocco, Firenze 1956.
"Erbe tra i sassi", Barbera, Firenze 1964.
"Labirinti della memoria", Barbera, Firenze 1970.
"Alla finestra", Barbera, Firenze 1979.




Presenze in antologie

"La fiorita francescana", a cura di Tommaso Nediani, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1926 (pp. 355-356).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. VI, pp. 104-108).
"L'Adunata della poesia", 2° edizione, a cura di Arnolfo Santelli, Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929 (pp. 450-451)
"Antologia della Poesia Italiana Cattolica del Novecento", a cura di Mario Nanteli, UPSCI, Roma 1959 (pp. 273-275).




Testi

IO SONO MAMMA

Io sono mamma! Ho un angelo sul petto
che si nutre di me, dei miei pensieri,
che ha fatto il nido suo presso il mio letto,
e i sogni guida in limpidi sentieri.

Io sono mamma! E bacio l'angioletto
che schiude agli occhi miei nuovi misteri:
nulla chiedo alla vita e nulla aspetto,
da che ridono a me quest'occhi neri.

S'è dileguato il senso d'ogni noia
nella casa che palpita serena
come l'anima mia pronta alla gioia.

O figlio, figlio mio, con te vicino
buona la vita sento, dolce e piena,
sento compiuto tutto il mio destino.

(Da "Natività")

lunedì 23 marzo 2015

I vènti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

AL VENTO D'INVERNO IN ROCCASTRADA
di Carlo Betocchi (1899-1986)

Io, qui in turrite case
ràbido cane t'attendo:
miro le stelle invase
da un celestiale sgomento;
e in aere deserto il cielo
morir sul tuo rapido gelo.

Là, dove son romite
valli monotone, spente,
acque lacustri e trite
stagnandovi sonnolente
nasci, e per sete del mondo
balzi nel cielo profondo.

Come colui che in caccia
affronta montagne e valli
fiuti l'azzurra traccia
dei venti, e il selvaggio hallalli!
hallalli! latri, selvaggio
nemico del dolce maggio.

Con la tua alta fame
che niuno sa di che fatta
urli vittorie strane,
sibili e scrolli la fratta,
e rechi, nel cielo fosco,
la gialla morte del bosco.

Conquistator d'inverno
che, dunque, porti in tua palma?
col tuo urlo d'inferno
sulla morente campagna?
Balzi, e com'aquila infesta
vola l'invitta tempesta.

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1984)





IL VENTO, ECCO IL MIO VENTO AUTUNNALE
di Giovanni Descalzo (1902-1951)

Il vento, ecco il mio vento autunnale
con la sua salda frenesia di scoppi
tra le rame impigrite e il mugghio sordo
dell'onde che travolge.
Mi sento avvolto nella corrente
quale pianta che lascia
predare foglie e speranze.

(Da "La vana fatica", San Marco dei Giustiniani, Genova 2002)





IL VENTO
di Luisa Giaconi (1870-1908)

Qualcuno spinge la mia porta, l'agita violento;
qualcuno piange con dei lunghi gemiti stasera,
uno che corse sibilando per la notte nera...
È il vento che si leva, è il vento.

Egli ha la voce delle turbe pazze di spavento,
egli ha lo scroscio degli oceani, l'ansar delle selve,
e par che aspetti con un lungo bramito di belve...
È il vento che si lagna, è il vento.

Ora, dopo un mormorio stanco di sistri d'argento
sosta, come chi troppo, troppo lungamente pianse,
come nell'ansia d'una prece che un singhiozzo franse...
È il vento che riposa, è il vento.

In vano sotto al fioco lume che fiammeggia lento
io schiusi il libro che i momenti deserti consola,
in vano io tesi anima e sensi a un'altra parola...
È il vento che mi chiama, è il vento.

Nell'ombra, che come un oceano mi circonda, sento
che passa e passa senza fine un'ignota pesta,
un soffio sveglia ora la lunga mia tosse funesta...
È il vento che cammina, è il vento.

Ecco, e alla fine con più fieri gemiti irruento
egli spalanca la mia porta ch'io gli opposi dura;
s'odon misteriosi schianti per la casa oscura...
È il vento che mi cerca, è il vento.

Ei volta al libro le profonde pagine violento,
le straccia come in una vana ansia della fine,
e abbassa e spegne la tremante lampada alla fine...
È il vento che c'incalza, è il vento.

(Da "Tebaide", Zanichelli, Bologna 1912)





TRAMONTANA
di Adriano Grande (1897-1972)

La tramontana ti porta ai mattini
di fanciullezza, al gelo
sulle fontane, a quando, con le dita
spaccate dai geloni,
pulivi le vetrine del merciaio
e t'incantavi a contemplar le frange
delle sciarpe di seta
che ad ogni colpo del tuo strofinaccio
salivano dal fondo verso i vetri
come fibre marine nell'acquario.

Anche rivedi, in oscillante abbaglio
d'acetilene, il mondo
sguaiato delle maschere ch'entrava
usciva dal nevischio e che una notte
intiera ti costrinse dentro l'àndito
d'una gargotta, impaniate le penne
dell'anima da risa grossolane.

I calcinosi visi dei pupazzi
viventi, i brevi sprazzi
di luce colorata,
i goffi tonfi dell'ossessionante
musica dalla sala, travolgevano
la tua tristezza in un lucido inferno.

Finché non scese l'alba, illividita
dal fiato dell'inverno, a rivelare
i coriandoli sporchi
e le stelle filanti calpestate,
pian piano ti mordesti
le dita fino a farle sanguinare.

Intanto spalancavi, pur pregando
in te di non poter mai diventare
simile a quella gente
orrenda, tutte quante
le porte del tuo essere alle brame
convulse e rumorose della vita
che sentivi sbagliate.

(Da "Fuoco bianco", Ed. della Meridiana, Torino 1950)





MAESTRALE
di Eugenio Montale (1896-1981)

S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.

O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi tuoi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:

sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai:perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là»!

(Da "Ossi di seppia", Mondadori, Milano 1948)





LIBECCIO
di Mario Novaro (1868-1944)

Libeccio furioso sfrenato
tu che pieghi durevolmente gli ulivi,
che pur nella calma
a te seconde stendan le braccia:
tu vento che l'onde volgi maggiori,
che i moli oltrepassino gonfie
spumeggiando in tumulto,
belle e tremende a vedere:
libeccio, tu che soffi che soffi a gran voce
coprendo la voce del mare
(oh come tu amando lo sferzi!
fin qui sul colle gli spruzzi ne perdi!)
bruciando, rapendo
pur le foglie de' lecci tenaci,
strinando i pini
e alle palme le chiome di serpi
che per te sibilano
e urlano col mare a gara:
non mi sdegnare!
poi che sempre sempre io ti amai:
soffia, soffia, soffia,
non aver pace nel cuore mio!
oh non è in pianto
che tu rompi il tuo canto possente:
la pioggia che ti scroscia seguace
lava il cielo e la terra feconda.

(Da "Murmuri ed echi", Ricciardi, Napoli 1941)





SCIROCCO
di Lucio Piccolo (1901-1969)

E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fa sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi, nastri...

Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

(Da "Canti barocchi e Gioco a nascondere", Scheiwiller, Milano 2001)





VENTO DI NOTTE
di Agostino Richelmy (1900-1991)

Nel silenzio notturno arriva il vento,
gonfia l'aria vagante,
diafana belva ai monti e alla pianura
fuggente e inseguitrice:
brucia nei viali i rami,
nelle vie vuote si atterrisce e raspa
sotto gli usci e agli spigoli,
tocca finestre da lunghe ore prive
di luce vegliatrice.

Ancora un poco, o sonno,
nella pausa protetta delle stanze
chiudi palpebre e menti,
con pietosa dolcezza
alle donne e agli uomini
che amandole ne spensero il brillio,
a bambini e bambine
nati da loro e di null'altro eredi
che d'assai più profondo sonno poi.

(Da "Poesie", Garzanti, Milano 1992)





GIORNO DI VENTO
di David Maria Turoldo (1916-1992)

E sono senza pietà per questo
mio cuore denudato;

come un giorno di vento
un albero batteva alla finestra
con braccia dementi
il mare era tutto un pianto;

e giù alla riva appena
respiravano le pietre
coperte di schiuma,
e c'erano rottami
di brache e di rami
e una scarpa gettata tra i sassi
e un lembo di veste;

ed io guardavo ridendo
ai vetri della cella.

(Da "O sensi miei...", Rizzoli, Milano 2002)





GRECALE
di Giuseppe Vilaroel (1889-1968)

Ore d'infanzia alla città natale,
approdo di velieri levantini.
Nelle icone del porto i suonatori
ciechi, con ronfi di chitarre e gli urli
delle sirene e il fumo dei camini
tra le raffiche nere del grecale.

(Da "Ingresso nella notte", Vallecchi, Firenze 1943)

giovedì 19 marzo 2015

10 oggetti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XIX secolo

L'ACCETTA DI SELCE
di Pompeo Bettini (1862-1896)

L'accetta preistorica
sembra un'arme innocente,
buona a grattar la cotica 
od a nettare un dente;
pur la scheggia silicea,
più valida dell'ugna,
in qualche fiera pugna
percosse ed ammazzò.

Del bisavo antropoide
essa illustrò le gesta:
forse dei cinocefali 
ruppe la dura testa;
indi uccisore e vittime
giacquero in una fossa
ove con lenta possa
la terra li succhiò.

Né spenta è per millennii
l'ira di quei vissuti;
l'arme di selce ha spigoli
laceranti ed acuti
che attestano la torbida
legge di creazione:
ogni carne è boccone
e il vinto si macella.

Questa vetrina è squallida
e desrta è la sala;
un secco odore azoico
dai minerali esala:
pietre ghermite ai culmini,
o scavate dai fondi,
o cadute dai mondi
con orbite di stella.

Che profondo silenzio,
che mistero nel sasso!
Io la mano sul cranio
dubitando mi passo,
e sento che la scatola
d'osso non è ben forte;
ho un brivido di morte
all'idea del cimento.

O tomba geologica,
abisso mal frugato,
ogni vivente è nato
e ci trasmise l'anima
per incognita via;
guizzo di poesia
nell'eterno spavento!

(Da "Poesie e prose", Cappelli, Bologna 1970)





BIGLIETTO DI FERROVIA
di Luigi Capuana (1839-1915)

Questa tessera di viaggio
rimasta in mio potere
assai care cose mi rammenta,
o Lina, e dolci assai.

Con essa parto, senza riscontri,
pel bel paese del passato;
e tu mi stai sempre a fianco,
e nessuno c'importuna!

(Da "Semiritmi", Treves, Milano 1888)





IL PICCOLO FORZIERE
di Giuseppe Chiovenda (1872-1937)

Ho riaperto il piccolo forziere,
Che la storia chiudea del nostro amor;
I suoi biglietti, le sue ciocche nere,
I suoi poveri fior.

Queste reliquie ho visto nel braciere
Divampare con livido baglior;
E m'è rimasto il piccolo forziere
Vuoto come il mio cuor.

(Da "Agave", Unione cooperativa editrice, Roma 1896)





IL ROSARIO DELLA NONNA
di Emilio De Marchi (1851-1901)

Pende dal chiodo sul guancial, di grani
fitto il rosario della nonna mia:
pende e sui sonni miei torbidi o vani
              l'ombra distende pia.

Fanciullo il tintinnir mi piacque e il lento
volger di questa coronina antica;
e ancor quando la tocco ancor ne sento
              uscir la voce amica

dei cari giorni e dei misteri santi,
che stanno ora confitti al vecchio muro:
che non temon di dotti e di pedanti
              il perfido scongiuro.

Serban le perle le ancor calde impronte
delle tue dita, o nonna, ove passasti,
quando inchinata al tuo Signor la fronte
              de' tuoi pensier più casti

gli svelavi i tesori intimi, arcani;
onde non morti ancor dopo molt'anni
come piccoli cor' battono i grani
              pieni dei santi affanni.

Forse già tutte consumò le nude
ossa la terra e accanto al sasso pio
della tua tomba già forse si schiude
              un fior che non è mio;

ma quello che fa tuo spirto immortale
palpita e vive in questo scapolare,
che il ciel congiunge colla terra e vale
              per me più d'ogni altare.

Presso qui sta di gravi opere denso
un armadio di libri, che raduna
in poco il mare della scienza immenso
              che sta sotto la luna;

che la ragione delle cose amara
mi distilla nel cerebro e l'essenza
com'acido purifica e rischiara
              della volgar coscienza;

a cui, del capo urtando al vecchio legno,
chiedo la notte e chiedo il dì la sorte
del viver mio, ma invan chiedo — ed un segno
              che plachi un po' la morte:

che tutt'insieme il venerando stuolo
non fa più breccia, quando il cuore assale,
di quel che faccia lento un vermiciuolo
              nel logoro scaffale...

Ma tu sol che ti tocchi una dolcezza
versi che definir non san le scuole:
scintilla amor e passa una carezza
              su tutto ciò che duole.

Morremo e immota in suo rigor di sasso
starà dei saggi la ragion superba:
tu, povera umiltà, col picciol passo,
              ove più dura e acerba

scende la via, sorreggi il piede e il fianco
alla languida vita; e sull'eterna
scala ove trema il pellegrin più stanco
innalzi una lucerna.

(Da "Vecchie cadenze e nuove", Agnelli, Milano 1899)





LA MACCHINA DA CUCIRE
di Guido Mazzoni (1859-1943)

Perché non luccica
Più né si cela
L'ago precipite
Dentro la tela?
Fermò la macchina
Le ruote, ond'era
Tanto ciarliera

E sta in un angolo
Silenziosa;
Lenta la polvere
Su vi si posa.
Le scarne, pallide
Mani a lei note,
Giacciono immote

Per sempre. Oprarono
Le tele estreme:
Sul petto rigide
Han requie insieme.
O si potessero
Sciogliere, aprire.
Per benedire!

Ma pur dal tumulo
Regge e conforta,
Dolce memoria,
La nonna morta.
Essa a la macchina
La giovinetta
Nipote affretta.

Bianchi miracoli
D'orli e costure,
Alacre artefice
Tenta ella pure.
Come rallegrasi
Tutta la stanza,
Se l'ago danza!

Con gaio strepito
La ruota vola;
Qua e là continua
Passa la spola;
L'ago precipite
Dà le puntate
De le gugliate.

E una cerulea  
D'occhi fiorita 
Ridendo plaude, 
Ridendo incita; 
Mirano attoniti 
L'opera bella 
De la sorella,

Che, il volto roseo
Su l'orlo intenta,
Ecco ne gli ultimi
Giri rallenta
La ruota, e timida
Discioglie il vago
Filo da l'ago.

Pensa a la povera
Nonna? Dal chino
Occhio una lacrima
Cade sul lino.
Poi, ne' suoi riccioli
Biondi, repente
Sorge ridente.

(Da "Poesie", Zanichelli, Bologna 1913)





A UN BUON CIGARRO
di Ippolito Nievo (1831-1861)

Ier ti deposi all'ora dei sospiri,
all'ora dei sospiri or ti riprendo;
ieri il tuo fumo in indolenti giri
all'aer mesto si venia mescendo.
Né m'accorgea di loro,
né di te che dicevi: «Io moro, io moro».

Oggi le labbra han sete di conforto
né mi consente il cor che ingrato io sia;
e ti favello, e sento ch'ebbi torto
di sprezzar la tua muta compagnia,
povera foglia ardente
che il cor m'incalorisci arcanamente.

Ella mi è tolta, e tu per poco resti,
povera foglia; e bruci e ti consumi.
Così passano i dì sereni o mesti,
come passan per l'aria i tuoi profumi;
e ne riman soltanto,
cenere amara, la memoria e il pianto.

(Da "Gli amori garibaldini", Agnelli, Milano 1860)





IL COLTELLO
di Alfredo Oriani (1852-1909)

Sono lungo, son lucido,
la punta sottile;
mi appiatto in saccoccia,
mi dicono un vile;

mi offusco nell'aria,
non soffro un vicino,
la luce mi è in odio
siccome al buon vino.

Son tacito, gelido,
robusto e leggiero,
la lama bianchissima
nel manico nero,

e quasi somiglio
nell'abito bruno
la monaca pallida
dal santo digiuno.

La spada dal fodero
è lenta ad uscire;
poi romba nell'aria,
bastone al colpire.

Imita la vipera
l'antico fioretto;
ha il guizzo ed il sibilo,
ma io sol son perfetto.

Attendo invisibile
in tasca sdraiato,
immobil nel rischio
mortal nell'agguato

e irrompo, fiammeggio,
baleno, dileguo
nel corpo, nell'anima,
divido, proseguo,

ritorno, rosseggio
scompaio... son muto,
fumante, eppur gelido ;
ho vinto, ho perduto.

Ala senza uno scoppio
di suon, di scintille.
Son chiuso: nel manico
mi restan tre stille —

domani tre macchie;
sarò decorato,
saran le medaglie
che danno al soldato

qual premio di gloria...
ovver saran spie.
Che importa? non mentono
i forti — son mie.

Guerriera è la sciabola,
patrizio il fioretto,
da sbirri o da comici
la daga, il stiletto.

Io sono del popolo:
battendomi attacco,
non paro, non simulo;
mi dicon: vigliacco!

Adoro le tenebre,
gli orrori, i secreti:
son come le nottole,
gli spirti, i poeti.

Severo, immutabile
tal ier, tal domane;
al colpo infallibile,
fedel più di un cane.

Non latro, non mangio
né polver, né palle:
m'avvento alla faccia
al petto alle spalle

e mordo insaziabile.
Pistole strepenti,
o tosse o sbadiglio,
vi cascano i denti;

e inutili, vacue
ad ogni latrato,
buon'arma pel vecchio,
pel vii, pel soldato.

Io sono lo slancio,
la forza, il coraggio,
violenza di fulmine,
fulgore di raggio.

D'intorno mi piovono
condanne e disprezzo;
d'intorno mi semino
paura e ribrezzo...

Coi vinti, coi poveri,
coi servi ribelle:
La vita è una insidia?!
E pelle per pelle...

(Da "Monotonie", Zanichelli, Bologna 1878)





L'ANELLO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Nella mano sua benedicente
     l’anello brillava lontano.
Egli alzò quella mano, morente:
     di caldo s’empì quella mano...

o mio padre, di sangue! L’anello
     lo tenne sul cuore mia madre...
o mia madre! Poi l’ebbe il fratello
     mio grande... o mio piccolo padre!

Nel suo gracile dito il tesoro
     raggiò di benedizïone.
Una macchia avea preso quell’oro,
     di ruggine, presso il castone...

o mio padre, di sangue! Una sera,
     la macchia volevi lavare,
o fratello? che pianto fu! t’era
     caduto l’anello nel mare.

E nel mare è rimasto; nel fondo
     del mare che grave sospira:
una stella dal cielo profondo
     nel mare profondo lo mira.

Quella macchia! S’adopra a lavarla
     il mare infinito; ma in vano.
E la stella che vede, ne parla
     al cielo infinito; ah! in vano. 

(Da "Myricae", Giusti, Livorno 1903)





TACCUINO
di Giovanni Prati (1814-1884)

Bruno compagno mio, quando son tristo
e vo pensoso per la via men trita,
io t'ho sovente nella man, provvisto
di fogliolini bianchi e di matita.

E come al giro delle cose assisto,
che porgon lume all'anima romita,
su te depongo il doloroso acquisto
che mi vien dalla morte o dalla vita:

un sogno, un'ombra, una memoria, un detto,
una celia, un sospir, lampi dell'arte,
palpiti della mente e dell'affetto;

seminuli febei, germi in lavoro,
che dentro il campicel delle tue carte
mi fioriscon sovente in mèsse d'oro.

(Da "Poesie varie", Laterza, Bari 1916)





L'ANFORA
di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)

Vive un dolce ricordo di parole,
sopra un'anfora antica: una tranquilla 
luce, per occhi d'or piove il sole
nel silenzio de' vecchi alberi e brilla.

Dice il ricordo: «April, poche viole
qui fioria: e le irrorâr a sitlla a stilla
le mani degli Amanti umili e sole,
d'acqua raccolta al fonte de la Villa.»

Or da molti anni all'ombra quell'aprile
piegò il suo capo luminoso. - Amanti
e viole vanir. - Ma l'infantile

giuoco, l'Anima azzurra de la Villa
sa e ne bisbiglia per le tremolanti
ombre. L'anfora al sol levasi e brilla.

(Da "Il libro dei frammenti", Aliprandi, Milano 1895)



lunedì 9 marzo 2015

La fioritura primaverile in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

COTOGNI IN FIORE
di Guelfo Civinini (1873-1954)

Son rifioriti al limite degli orti
i cotogni, tardiva leggiadria:
tremano al sole i ramicelli corti,
verde la siepe, ed è bianca la via.

O tu che oscilli, dove mi riporti?
Una fragranza nel mio cuor dormia
lieve e soave fra i ricordi morti:
mele cotogne fra la biancheria.

Più dolci assai che non lo spigonardo
od ogni altro profumo casalingo
odoravan l'inverno entro gli armadi;

ed or, traverso a' ramicelli radi
che April rinfiora, i miei sogni di bimbo
io ritrovo, alberello esile e tardo.

(Da "I sentieri e le nuvole", Treves, Milano 1911)





MANDORLO IN FIORE
di Girolamo Comi (1890-1968)

Generata da un alito d'aurora
spuma d'eteree patrie, ti disciogli
nei solchi della zolla che assapora
nel tuo latte i suoi prossimi germogli:

e in te è già l'onda - in abbagliante ressa -
di tutta una marea di fiori pronti
a sommergere cuori ed orizzonti
nel gorgo della primavera stessa.

Mandorlo in fiore - sussurro e consumo
di una primizia d'angelici climi,
pioggia di purità come mattini

inaspettati sopra il cupo grumo
dei sonni della terra - nei tuoi steli
è una visitazione di cieli.

(Da "Opera poetica", Longo, Ravenna 1977)





MANDORLI IN FIORE
di Corrado Govoni (1884-1965)

Ne gli orti i mandorli sono in fiore
come una primaverile primizia;
è diffuso per l'aria il pudore
d'una timida vergine novizia.

Tra i ramelli i capineri in amore
trillan con ineffabile delizia,
e il crepuscolo sviene di languore
ne la sua fulgida pompa patrizia.

Vicino, su la via c'è un oratorio
che l'edera ricopre per metà
col suo manto di vedova e col velo

funebre, triste come un ostensorio
senz'ostia e da cui viene la bontà
d'una dolce freschezza di cielo.

(Da "Le fiale", Lumachi, Firenze 1903)





IL MELO
di Giuseppe Lipparini (1877-1951)

Ieri lasciammo il melo ancora deserto di fiori:
piccole gemme fulve erano qua e là.

Oggi torniamo al verziere nel puro mattino di marzo.
Dafne, non vedi lassù quel solo fiore brillar?

Unico fiore, sul ramo più alto si scuote a la brezza;
oh, quale cosa più bella oggi nel mondo sarà?

Penso una vergine ignara, che lieta si addorme la sera,
e si risveglia all' aurora col primo sogno d' amore.

(Da "Le foglie d'alloro", Zanichelli, Bologna 1916)





È FIORITO L'ALBERO DEL CORTILE
di Daria Menicanti (1914-1995)

Una sfera 
pallida e trasparente è caduta 
sopra le braccia aperte 
dell'albero in attesa. 
Una sfera 
di fiori brevi più bianchi dell'alba 
s'è posata in cortile 
tra vorticose pareti. 
La sua presenza aerea 
la sua improvvisa grazia da immortale 
rende felice e disperato 
chi la guarda 

(Da "Poesie per un pasante", Mondadori, Milano 1978)





LA FIORITURA
di Marino Moretti (1885-1979)

Scrissi una poesia
tutta di primavera,
piccoletta, leggera,
vibrante d'armonia.

Quando l'ebbi finita
sorrisi e la stracciai.
Di quella carta sai
feci una gran fiorita.

I pezzetti minuti
bianchi, cadder nell'orto
e non so che sconforto
ebbi per quei rifiuti.

Poi risi: ogni pezzetto
di carta era stellina,
fior di melo, pruina,
caduti a mio dispetto.

Tornai alla mia lieta
scrivania, rondinotto.
Sentii dire lì sotto:
«Lassù ci sta un poeta».

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1966)





L'ALBICOCCO
di Ada Negri (1870-1944)

Fiorì stamane il giovane albicocco
primo e solo, nell'orto ancora ignudo.
Nei tre più alti rami
fiorì, leggero: in sua bianchezza alata
ride all'azzurro con stupor d'infanzia.
Signore, in nome
di questi primi fiori
d'aprile, che innocenti aprono gli occhi
fra color di sangue, eco di stragi, pianto
di popoli, perdona,
perdona a noi, Signore.

(Da "Fons amoris", Mondadori, Milano 1946) 





OHIMÈ CHE COSA È ACCADUTO
di Angiolo Silvio Novaro (1866-1938)

Ohimè che cosa è accaduto?
Il mandorlo è fiorito,
Ed io nulla ho sentito
Nulla ho veduto!

S'è guernito e coronato
D'un diadema di stelle d'argento,
Tutta notte ha lavorato
E sull'alba splendeva contento:

Ed ora le sue stelle le dà al vento:
La ghirlandetta fragile e superba
La sparpaglia su l'erba
Del fresco prato!

Il miracolo è compiuto,
Ma io nulla ho veduto
Nulla ho sentito!
Che cosa dunque è accaduto?

Dov'era questo povero cuore assorto,
Dov'era questo povero cuore muto
Se il mandorlo è fiorito
Ed esso di nulla s'è accorto?

(Da "Il piccolo Orfeo", Treves, Milano 1929)





IL FIORIRE DEL PESCO
di Francesco Pastonchi (1874-1953)

L'esile pesco al marzo che lo allaccia 
Fiorirebbe, ma vede ancora i monti 
Troppo nevosi e teme che lo affronti 
D'aspri venti una sùbita minaccia. 

Anche teme che il suo fiorir dispiaccia 
Al grande pioppo, il re degli orizzonti, 
E al vecchio fico che, a vegliarne i pronti 
Spiriti, allarga le paterne braccia. 

Ma una tepida notte, ecco, lo invade 
Un languore, un tremore, un desio folle, 
Poi come un lungo anelito.... È l'aurora: 

E vede sé, fulgente di rugiade, 
Chiuso in un roseo nembo di corolle, 
Che ai venti mattutini esita e odora. 

(Da "Belfonte", Streglio, Torino 1903)





I PESCHI
di Enrico Thovez (1869-1925)

Vo lento e tacito sotto un cielo ambiguo di marzo, 
tutto ombre plumbee e fulgori, cumuli e strappi d'azzurro. 
La pigra volta matura minaccie torbide, incombe 
grave: qual cupo silenzio! Il mondo pare una tomba. 
Pur ora i peschi fioriscono, lassù. Li vedo, li sento 
teneri per i declivi, timide rose nel cielo. 
Il vento freddo li abbrivida forse, la pioggia minaccia: 
anime miti essi tendono la gracil chioma di rosa. 
Ha qualche cosa d'antico oggi la luce: l'aspetto 
come di un giorno che torni da lungi nella memoria. 
Io son scomparso da tempo. Altri occhi cercano in cielo 
le sacre forme, le labbra mormoran versi, dei miei. 
Son ora i peschi anche in fiore; con essi in fiore è il mio nome; 
sorge dai giorni lontani forse la morta mia immagine 
per un istante compresa, cara ad un'anima amante... 
Forse al perduto mio spirito giova un così tardo amore? 

(Da "Il poema dell'adolescenza", Streglio, Torino 1901)

sabato 7 marzo 2015

Da "I grandi amici" di Raïssa Maritain

Péguy e Psichari, Jacques ed io formavamo un quartetto felice, perché prospettive di vita spirituale e certezze intellettuali si aprivano nuovamente davanti a noi.
Ritrovavo la leggerezza e la gioia della mia infanzia, quando col cuore che batteva mi recavo a scuola.
Partivamo per le lezioni di Bergson, commossi di una curiosità che ci sconvolgeva, di un'attesa religiosa. Ne ritornavamo portando la nostra raccolta di verità o di promesse, come vivificati da un'aria salubre, esuberanti, prolungando ancora e ancora i commenti sulla lezione del maestro. E l'inverno passava, stava per giungere la primavera.

(Da "I grandi amici" di Raïssa Maritain, Vita e Pensiero, Milano 1991, p. 80)

Le donne in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

DONNE AI BALCONI
di Giovanni Bertacchi (1869-1942)

Quante ne vidi mai? Dalle facciate
liete di fiori, garrule di nidi;
sovra un terrazzo pensile librate,
quante ne vidi?

Pellegrine dell'aria, ivi sospese
parean nell'ansia d'un viaggio immoto,
avviate così, verso un paese
strano e remoto.

Io le rivedo tutte. Eran figure
di giovinette dagli intenti sguardi,
affacciate alle vostre ampie culture,
maggi lombardi;

spose balzanti in bianco abbigliamento
dalla notte che avvolge e che seduce,
al saluto del dì, fresche di vento,
bionde di luce.

Dove le vidi mai? Rosee straniere
offerte al vivo della brezza alpina,
verso le nevi e le foreste nere
dell'Engadina.

A Nervi, a Chiaia. tra i perpetui fiori,
forse cercando l'isole serene,
ed a Palermo, pallidi splendori,
di Saracene.

Donne ai balconi! Quante belle forme
ti dà la vita, o aperta anima mia!
Beato l'occhio che giammai non dorme
sulla sua via.

E il tributo d'un sogno, un vago affanno,
una strofa del mio canto errabondo,
sale alle ignote, che librate stanno,
coi cieli in fondo.

Ma per coglier l'omaggio, oh, non si abbassa
quell'inconscia bellezza; ella non bada,
più che non badi al carrettier che passa
qui sulla strada.

Che se mai questi, alzato l'occhio, è tocco
dalla improvvisa immagine gentile,
e traduce l'omaggio in uno schiocco
del suo staffile,

ella, inclinata dall'aerea sede,
avverte almeno il ruvido saluto,
mentre, o poeta, il verso non si vede,
e il sogno è muto.

... Pur via così, con la tua pazza lena,
guardando, a caso, a questo e a quel balcone,
onde spiri su te l'aura serena
d'una canzone.

Non vedi forse oltre le belle ignare,
alte nel vuoto, tutti gli orizzonti
veduti già sul ventilato mare,
sui nivei monti?

Al tuo morente dì forse non basta,
figlio dell'ora, questa lieta prova:
aggiungere ai fratelli una più vasta
anima nuova;

far che ogni bella sia colei che sveli
senza saperlo, ai nostri giorni brevi
la virtù di sognar limpidi cieli,
nitide nevi?

Curioso cuor mio, questo è il poeta:
passar non visto fra beltà straniere;
senza trovar per sé posa né meta,
tutto vedere.

Esser voce che, a notte, alza il suo volo,
e non sai donde muova e dove vada:
esser l'errante che, movendo solo,
lungo una strada,

ode venir da una finestra aperta
un suono, un canto: e, fermo ad ascoltare,
strappa alla siepe un ramoscel d'offerta,
getta e scompare!

(Da "Alle sorgenti", Baldini & Castoldi, Milano 1906)





PIÙ T'ALLONTANI E PIÙ MI SEI VICINA
di Girolamo Comi (1890-1968)

Più t'allontani e più mi sei vicina
bruciante e fresca come fuoco e brina,
aurora di un roseto che si sfoglia
ma che in me più potente rigermoglia

come per ricordarmi l'armonia
di un'Età senza giorni - o Creatura -
che rispecchi l'immagine futura
di un'immortalità ch'è Poesia.

(Da "Opera poetica", Longo, Ravenna 1977)





DONNA NEL SOLE
di Oreste Ferrari (1890-1962)

Ti ho vista camminare
nel sole: sempre bella
la persona alta e snella
come pronta a volare.

Andavi, e non sapevi
di esser guardata: il volto
trepidante, più sciolto
il passo in ritmi lievi.

Dal tuo cuore la romba
del sangue e dei pensieri
balenava nei neri 
occhi tuoi di colomba.

Così tu andavi, e, in ogni
gesto, eri tutta un grido
d'amore, verso il nido
segreto dei tuoi sogni.

(Da "Poesie", Tallone, Parigi 1956)





«HISTORIA»
di Guido Gozzano (1883-1916)

E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.

Ricordi? Io la rivedo,
rivedo la compagna,
la classe, la lavagna,
e lei china alla filza
dei verbi greci... Smilza
e mascula: un cinedo
molto ricciuto e bello...
Ricordi? Io la rivedo
bionda, sciocchina, gaia:
un piccolo cervello
poco intellettuale
di piccola crestaia
molto sentimentale.
Non la ricordi? Smorta,
con certe iridi chiare
dal vasto arco ciliare...

E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.

Quella è la casa dove
crebbe fanciulla. Guarda
quella finestra dove
vegliava ad ora tarda;
il biondo capo chino
su pergamene rozze
di greco e di latino,
sugli assiomi nudi...
Ma poi lascia gli studi
maschi, passando a nozze
cospicue: un amico,
pare, un amico antico
della madre, uno sposo
ricchissimo ed annoso,
inglese, che la porta
in terra d'oltremare...

E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.

Volsero gli anni. Ed ella
esule sul Tamigi
non dava più novella...
Pure, nei giorni grigi,
tra i miei grigi ricordi,
vedevo a quando a quando
i coniugi discordi:
lo sposo venerando
e l'esile compagna
signora in Gran Bretagna...
Quand'ecco fa ritorno
fra noi, senza marito;
e fu rivista un giorno
più bella nel vestito
cupo... Cercava intorno
col volto sbigottito,
con pupilla assorta,
chi la volesse amare...

E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.

(Da "Poesie", Rizzoli, Milano 1995)





È UNA DONNA
di Piero Jahier (1884-1966)

È una donna
bisogna che si senta felice;
"è bella solo quando si sente felice".
È una donna;
bisogna che si senta bella:
"solo quando si sente bella è buona".

(Da "Poesie in versi e in prosa", Einaudi, Torino 1982)





DONNA INCONTRO AL MARE
di Curzio Malaparte (1898-1957)

Nel paesaggio scarno ove la selva
d'asfodeli accoglie il cielo notturno
tu cammini verso estremi orizzonti
il tuo passo solleva
nubi gonfie d'erba e di foglie
tutto quel che ho sofferto in te si posa
amore speranza paura
non temer ch'io mi penta dei miei sacri errori
senza prigione senza ferite senza crudeli inganni
non ha mistero la vita, né misura.
L'ombra dei carrubi dalle foglie lucenti
stormisce intorno, densa di cupa luce,
come coltelli tintinnano le nere bacche
e il grido dei gabbiani apre segrete
vie nel rosso tramonto. La turchina
notte fra poco
scenderà lieve sulla triste riva.
Sotto i pallidi astri bruceranno
i tuoi occhi dolci.
Nessuno ti vedrà
scendere nuda nel purpureo sonno.

(Dalla rivista «Prospettive», giugno/luglio 1941)





DIVA
di Marino Moretti (1885-1979)

Ospite signorina, io ti ripenso,
e ti rivedo fissarmi con occhi
dilatati, con guardo avido, intenso;
ah, ti rivedo come non t'ho vista
nei sogni, e ridi sfrontata e mi tocchi,
signorina dal bel nome d'artista.

Ridi. Ridesti anche al quattordicenne.
Era il tuo riso più furtivo e folle:
sguardo di donna ch'ei - perché? - sostenne.
Eri povera e bella, eri protetta
da qualche dama, da mia madre. Volle
ospitarti mia madre, o giovinetta.

Abiti, scarpe, ventaglietti, scialli
ella ti diede e tu le sorridesti
felice per il vezzo di coralli,
poi la abbracciasti, la chiamasti mamma:
povera mamma, me la seducesti
per quella foga e quei baci di fiamma.

Io ti osservavo senza tema o fretta
se mi dicevi: «Tu ne avrai, fanciullo,
ah, tu ne avrai». Era una sigaretta.
Credevi ch'io fumassi di soppiatto,
sull'egloga d'Ovidio o di Tibullo,
e ti volgevi a me seria di scatto.

No, non fumavo. Allora mi parlavi
d'altre cose: di uomini, di donne,
di come s'ama, con occhi soavi,
Occhi improvvisi di malinconia,
occhi di vana attesa, occhi d'insonne
ch'eran verdi, turchini, aurei via via.

Occhi ch'io seppi e non amai. Che cosa
vedevi in me che non ti amavo, Diva?
Chi tu vedevi in me, nella mia posa
indifferente che t'indispettiva?

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1966)





LA MOGLIE DEL BARCAIOLO
di Cesare Pavese (1908-1950)

Qualche volta nel tiepido sonno dell'alba,
sola in sogno, le accade che ha sposato una donna.

Si distacca dal corpo materno una donna
magra e bianca che abbassa la piccola testa
nella stanza. Nel freddo barlume la donna
non attende il mattino; lavora. Trascorre
silenziosa: fra donne non occorre parola.

Mentre dorme, la donna sa la barca sul fiume
e la pioggia che fuma sulla schiena dell'uomo.
Ma la piccola moglie chiude svelta la porta
e s'appoggia, e solleva gli sguardi nei suoi.
La finestra tintinna alla pioggia che scroscia
e la donna distesa, che mastica adagio,
tende un piatto. La piccola moglie lo riempie
e si siede sul letto e comincia a mangiare.

Mangia in fretta la piccola moglie furtiva
sotto gli occhi materni, come fosse una bimba
e resiste alla mano che le cerca la nuca.
Corre a un tratto alla porta e la schiude: le barche
sono tutte attraccate alla trave. Ritorna
piedi scalzi nel letto e s'abbracciano svelte.

Sono gelide e magre le labbra accostate,
ma nel corpo si fonde un profondo calore
tormentoso. La piccola moglie ora dorme
stesa accanto al suo corpo materno. È sottile
aspra come un ragazzo, ma dorme da donna.
Non saprebbe portare una barca, alla pioggia.

Fuori scroscia la pioggia nella luce sommessa
della porta socchiusa. Entra un poco di vento
nella stanza deserta. Se si aprisse la porta,
entrerebbe anche l'uomo, che ha veduto ogni cosa.
Non direbbe parola, crollerebbe la testa
col suo viso di scherno, alla donna delusa.

(Da "Lavorare stanca", Einaudi, Torino 1943)





DONNA IN TRAM
di Sandro Penna (1906-1977)

Vuoi baciare il tuo bimbo che non vuole:
ama guardare la vita, di fuori.
Tu sei delusa allora, ma sorridi:
non è l'angoscia della gelosia
anche se già somiglia egli all'altr'uomo
che per «guardare la vita, di fuori»
ti ha lasciata così...

(Da "Croce e delizia", Longanesi, Milano 1958)





LA DUCHESSA
di Trilussa (Carlo Alberto Salustri, 1871-1950)

Framezzo ar montarozzo de le case 
arampicate in cima a la montagna, 
che guardeno curiose la campagna 
come tante donnette ficcanase, 
c'è un gran castello antico ch'assomija 
a la faccia d'un omo che sbadija. 

In quer castello lì c'è 'na duchessa: 
una vecchietta incartapecorita 
che da quattr'anni in qua nun è sortita 
antro che du' o tre vorte p'annà a messa: 
e mó sta a casa tutt'er santo giorno 
a guardà l'antenati che cià intorno. 

Eppuro, 'sta vecchietta, che a vedella 
pare l'illustrazzione d'un disastro, 
se avesse conservato er libbro mastro 
de quer ch'ha fatto ar tempo ch'era bella, 
vedrebbe, da l'entrata e da l'uscita, 
che in fin de conti poi s'è divertita.

Vedrebbe che, ner tempo ch'era forte, 
era forse più debbole d'adesso, 
pe' via che scivolava troppo spesso 
quanno che je faceveno la corte; 
tutti: — Duchessa qua, duchessa là... — 
Quant'era bella cinquant'anni fa! 

Ma mó, Vergine santa, che divario! 
È grinza, arinnicchiata, nun cià denti, 
le labbra, stufe de sbaciucchiamenti, 
je se so' ripiegate a l'incontrario, 
quasi pentite d'avé avuto er vizzio 
d'esse rimaste troppo in esercizzio. 

Puro l'orecchie se so' date pace: 
doppo d'avé sentite tante cose, 
tante parole belle e affettuose, 
mó cianno du' toppacci de bambace: 
bambace che ve dice chiaramente 
che la duchessa è sorda e nun ce sente. 

Ma a lei poco j'importa d'esse sorda, 
ché così pô rimane l'ore e l'ore, 
senza er disturbo de gnissun rumore, 
a ricordà le cose che ricorda... 
Massimamente un certo giovenotto 
che fu l'amico suo ner cinquantotto. 

E nun c'è gnente che l'accori tanto 
come er ricordo de 'st'amore antico: 
s'intenerisce a ripensà a l'amico... 
Ma, appena che una lagrima de pianto 
scivola ner canale d'una ruga, 
la ferma co' la mano e se l'asciuga. 

La ferma e se l'asciuga piano piano, 
rassegnata, tranquilla; poi sospira 
come pe' di': — È finita!... — E se riggira 
la corona d'avorio che cià in mano 
per affogasse le malinconie 
tra le pallette de l'avemmarie. 

E dice fra de sé: — Lo rivedrò? — 
Ma la testa je seguita a tremà 
come a 'na paralitica e je fa 
er movimento de chi dice no... 
Pare che Dio la voja fa' pentì 
d'avé risposto troppe vorte sì!

(Da "Poesie scelte", Mondadori, Milano 1951)