giovedì 30 aprile 2015

Gli animali in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo (IV)

L'ALLODOLA E LA LUNA
di Vittorio Bodini (1914-1970)

L'allodola e la luna sole nel cielo:
lei sorta appena e il passero spaurito
dal pino nero e i silenziosi spari
dei finti cacciatori in mezzo al grano nascente.
Nessuno l'attendeva. Nessuno attende.
Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri,
un'ombra cancellava coi grossi pollici
il dolce vino e il viola del tramonto.

In una stanza in fondo, la memoria,
lasciata ai suoi più torbidi solitari,
di te non s'informava, fine d'un grande giorno:
giorno da meditare
davanti a una finestra, col silenzio alle spalle.

(Da "Tutte le poesie", BESA Editrice, Lecce 1997)





LA COCCINELLA
di Giuseppe Gerini (1895-?)

Il nostro oliveto, il nostro vigneto
d'aprile!
Palpito d'argento
tenerezza di verde
a specchio del cielo, pupilla serena.
Un prato riposa tra loro
lieto di sue margherite.
Coglie coglie la sorellina
alla bambola
corone di sposa.
O grembiulino rosa
o nimbo di riccioli d'oro
come tutta fai gioia!
Sulla trama della tua mano,
carezza che al sole traluce,
la coccinella conduce
strade d'incertezza.
La segui - azzurra innocenza degli occhi! -
l'esorti: «Mariola, mariola
prendi il libro, va' a scuola».
Lassù, dal vertice aereo dell'indice,
un fievole fievole brivido d'ale:
è sparita.
Dove? Sparita.
Così come tu, sorellina, sparisti,
per entro quel palpito dell'uliveto
oltre quel tenero verde,
là dove tutto si perde.
Dei tuoi riccioli tanti
alla mamma rimase una ciocca
spasimo della sua bocca,
e un grembiulino rosa
per i suoi lunghi pianti.

(Da "Termini. Collezione di poesia", Fiume 1938)





AL PIPISTRELLO
di Marino Marin (1860-1951)

O pipistrello, che nei vespri grigi
d'estate solitario esci, com'esco
anch'io, che vai su e giù, prendendo il fresco,
come anch'io vado, al canto delle strigi:

m'odi, fratello in Dio: - Se san Francesco
fosse uso offrirti all'imbrunir, quand'era
intorno a lui tutto estasi e preghiera,
le briciole cadute dal suo desco,

non so, ma questo io so: che, se la schiera
posta a vegliar la pergola infernale
ebbe da te lo stampo alle grandi ale
che spazian vaste su la bolgia nera,

non sei perciò men buono e non fai male
all'insettuccio, nel funereo volo,
più che non gliene faccia l'usignolo,
ch'empie di sé l'effusa pace astrale.

Eppur solingo vai radendo il suolo,
come un reietto; onde, se un uom fu tanto
pio ch'abbia un dì potuto amarti - oh il Santo! -
quell'uom non poteva esser che lui solo:

quel ch'ebbe nella dolce anima il canto
degli uccelletti... Gli uccelletti buoni
le stavano ad udir, ché i suoi sermoni
sapean d'acetosella e d'amaranto.

Dagli alberi scendean, dai cornicioni
a udire il Santo dalle guance cave...
Tu li guardavi, pendulo da un trave,
tra i ragnateli, cupo, e i calabroni.

Tenevi su quel pio, ch'ebbe la chiave
di tutti i cuori, poverel d'Assisi
senza dubbio anche tu gli occhietti fisi,
sebbene in uggia al vago stuol soave.

Fissavi gli occhi tuoi senza sorrisi
nei suoi, che due finestre spalancate
eran da Dio sui campi e le borgate
ad esaltar Gesù: due paradisi.

Stavi, quand'eran lunghe le giornate,
l'ali afflosciate a un trave: eri il reietto...
Solo nei gialli occasi, erto sul petto,
le aprivi al vento come vele issate.

Forse pregavi: - Deh fratel diletto,
perché non mi vuoi tu, dappoi che anch'io
sono una creatura del buon Dio,
con gli altri cari uccelli al tuo banchetto? -

- Ciò che mi chiedi - avrà risposto il pio -
volentieri farei, se tu non fossi
tal che le cingallegre e i pettirossi
n'avrebber gran corruccio, o fratel mio.

Ma queste membranucce, che tu indossi,
te le ha pur fatte Iddio. Dunque t'accosta:
siimi tu commensal, mentre, a lor posta,
pìano essi tra le frasche in riva ai fossi.

C'è un'animuccia buona, in te riposta,
che vuolsi amare: un'animuccia ch'amo.
Fammiti innanzi: non temere. Abbiamo
anche per te, se hai fame, un po' di crosta.

Se così fosse, fosti allor men gramo
ch'or tu non sia, sotto la volta immensa;
ché un uomo a te pensò, come Dio pensa
al verme in terra e all'augellin sul ramo.

Ora egli siede alla celeste mensa
con frate Egidio e fra' Ginepro; e invano
tu attendi un altro santo, un francescano,
che t'apra il cuor, che t'apra la dispensa.

Forse egli vede dal suo ciel lontano
che vai sovente a ricercarlo in chiesa,
ma più non può salvarti, e gliene pesa,
dalla granata del suo sagrestano...

Talor mi sento anch'io sfiorar la tesa
del cappello... Sei tu: t'avventi sciocco:
io penso a un piccol nero Libicocco
appena uscito dalla pece accesa.

Passi, ed io scatto, trasalendo al tocco
delle tue fredde ali ventanti, in piedi:
- Scatti! Perché? - tu sembri dir - Non vedi?
Chiedo la tua pietà ma non la scrocco. -

Lo so, lo vedo: dalle fosche sedi,
no, tu non vieni, ma il Signor t'ha fatto
tuttavia tal che, se mi tocchi, io scatto,
senza volerlo, trasalendo, in piedi.

No, tu non vieni dal penace anfratto,
ma rechi in te la nemesi fatale:
tu pur mi sei fratello in Dio, tal quale
m'è l'usignol, ma... schivo il tuo contatto.

(Da "Sprazzi di luce", Scarpa e Gambaro, Adria 1930)





IL PIANTO DEI GRILLI
di Marino Moretti (1885-1979)

Su la campagna è scesa l'azzurra sera e in cielo
la luna esce da un velo di nuvolette, accesa.
Tutto tace, soltanto s'ode a tratti nel vento
un'eco di lamento, una voce di pianto.

E come, come insiste sotto la dolce luna
quella voce importuna che è sempre tanto triste;
quell'eco solitaria che viene di lontano
e confina il suo vano accento ai soffi d'aria.

Non sono forse i grilli che ripetono in coro,
cantilenando, i loro malinconici strilli?
e non cercano invano nel campo che fu loro,
ed oggi è spoglio, i loro nidietti fra il grano?

(Da "Tutte le poesie", Mondadori, Milano 1966)





FRAMMENTO DELLA MARTORA
di Giorgio Orelli (1921-2013)

...
A quest'ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d'arancia.
Tra i lampi forse s'arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.

(Da "L'ora del tempo", Mondadori, Milano 1962)





LA VASCA DELLE ANGUILLE
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

La vasca è assai grande
e l'acqua v'è fonda quattr'uomini almeno.
Si dice: «vi sono le anguille».
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.
«Son grosse le anguille,
più grosse d'un bimbo fasciato» si dice.
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.
«Son buone le anguille,
più buone del pane e del miele» si dice.
Sta intorno nel giorno la gente a pescare alla canna.

(Da "Poesie", Preda, Milano 1930)





VIVI CON ME, NON ANDARTENE...
di Michele Pierri (1899-1989)

Vivi con me, non andartene, dice
con l'occhio obliquo la gazza. È Chico
e va beccando a sé il legaccio d'una
mia scarpa. Ho l'anima ammalata, apre
l'uscio a visioni chiare,
troppo chiare, la vecchiaia. Insiste
il becco più sù al malleolo, gioco
e guerra. La pena meglio del niente,
ho ancora da tentare
un'ultima viltà se m'incoraggio
a bere e poi patteggio
le cose che speravo.

(Da "Chico ed io", Lacaita, Manduria 1984)





IL LUPO
di Domenico Rea (1921-1994)

Il lupo minacciò dall'infanzia
da questi monti a mantello
sulla valle di Nofi.

Minacciò mia madre
che andava portando figli
nella borsa a fisarmonica.
E una volta balzò dalla valigia
al posto del neonato.

Tutte le donne gridarono
e i mandriani estrassero i coltelli.

La puerpera solo disse parole
di dolce lamento al lupo,
che piegò la fronte
e inalberò la coda della pace.

(Da "Nubi", Società editrice napoletana, Napoli 1976)





MORTE DELL'AQUILA
di Cesarina Rossi (1887-1962)

Quando l'aquila oltrepassa
I nevai immacolati
Altro etere essa cerca
Per le ali dispiegate
Ed un sole più vicino
In un cielo di cristallo
Per accendere la vampa
Dei suoi occhi foschi e tristi.

Poi si leva a respirare
Un torrente di scintille.
Sempre più, sempre più alto
Gonfia il volo calmo e fiero
Sale verso l'uragano
Dove il lampo la trascina.

Ma la folgore d'un guizzo
Stronca, spezza le sue ali.
Con un lugubre lamento
Essa turbina in balia
Della tromba e dell'incendio
E fissandolo, sublime
Muore in turbini di fuoco.

O felice chi in un volo
Di gloriosa ribellione
Nell'orgoglio della forza
E l'ebbrezza del sognare
Come l'aquila soccombe
Mentre un fulmine balena.

(Da "Piccolo anello d'oro", Interlinea, Novara 2002)





LA LEPRE
di Aurelio Ugolini (1875-1907)

Pur ora, é ver, fra opache selve intatte
trasalivi anche allo sfrascar d'un vepre;
ma di paura il cuor più non ti batte,
                        pavida lepre.

Ora, lontana dal natio coviglio,
sembri adagiarti alfin paga e tranquilla:
dal fesso labbro al suolo il tuo vermiglio
                        sangue zampilla.

Ricordi tu le trepide speranze,
l'ombre che amiche t'adducea la bruna
sera e le tue vertiginose danze
                        sotto la luna?

O, impaziente, aneli forse ancora
l'acciar dei tesi tendini e i silvani
triboli dove ti frugò l'odora
                        forza dei cani?

Folle cui tarda, dietro la fugace
orma d'un sogno, racquetare il forte
desio che l'urge e l'affatica: è pace
                        sol nella morte.

(Da "Viburna", «La Vita Letteraria», Roma 1908)

venerdì 24 aprile 2015

Gli eroi della Resistenza nei versi di due poeti neorealisti

In occasione del 25 aprile (e quest'anno si festeggiano i 70 anni dalla liberazione dell'Italia) ho scelto due poesie che parlano dei partigiani uccisi durante la 2° Guerra Mondiale. Gli autori di tali poesie furono definiti "neorealisti" per la cospicua presenza, nei loro scritti, di temi legati alle difficili condizioni di gran parte del popolo italiano nell'immediato dopoguerra; costoro ebbero una certa notorietà negli anni cinquanta del XX secolo.
Franco Matacotta (Fermo, 1916 – Genova, 1978) compì i suoi studi a Roma e cominciò a pubblicare dei versi nella rivista «Prospettive». Dopo gli esordi classicheggianti ed ermetici, testimoniati dalla raccolta Poemetti (1941), si dimostrò poeta impegnato, attento alla politica del suo tempo ed alle realtà sociali della nazione italiana. Di questa svolta sono testimonianza i volumi: Fisarmonica rossa (1945), La terra occupata (1946), Ubbidiamo alla terra (1949); alcune delle opere citate furono firmate con lo pseudonimo di Franco Monterosso, e tutte confluirono nella raccolta Canzoniere di libertà (1953). Interessanti sono anche i versi scritti successivamente, in cui si nota una profonda delusione per una situazione politica italiana che non rispondeva certo a quella auspicata. Nella poesia sotto riportata Matacotta immagina che i partigiani uccisi dai nemici nazifascisti tornino a vivere per gioire della tanto sospirata pace e della vittoria finale.
Mario Cerroni (Poggio Mirteto, 1921 - Udine, 1957) fu redattore della rivista «Momenti» e svolse l'attività di critico letterario presso la rivista «Il lavoratore». Fece parte di un gruppo poetico friulano riunitosi attorno ai «Quaderni del provinciale»; pubblicò alcune raccolte di versi tra le quali si citano: I canti della pace (1953), Il giorno sulla Vojussa (1955) e Il cuore sulle strade (1956). Morì a soli trentasei anni. Così come Matacotta, la poesia di Cerroni mostra caratteristiche inerenti all'impegno sociale e politico, a tal proposito dimostrativo è il testo qui presente, in cui il poeta ricorda in modo intenso un compagno di lotta partigiana rimasto vittima dei nemici.




CORO DI PARTIGIANI FUCILATI
di Franco Matacotta

O notte amara, notte senza pace,
di vetro scuro e avvelenate spine,
notte di nuovo ammantata d'orbace
agguato fosco che non ha più fine.

Stanno i cipressi come sentinelle
pronte per misteriose esecuzioni,
il vento sulle tombe senza stelle
rimbomba come un passo di plotoni.

Sul capo batte il maglio dei pensieri
come colpi d'ariete contro un muro,
il canto dei lontani carrettieri
sembra il singhiozzo cupo d'un tamburo.

Tutto è spento, sui fiori calpestati
palpita solo un grillo arrugginito,
ma ai partigiani morti fucilati
l'oro del sole non s'è mai scurito.

Il fulminato battito del cuore
ha ripreso a pulsare sotto l'erba,
come la punta del perforatore
scava nel buio la speranza acerba.

Come grappoli odorati d'acacie
nella notte sbocceranno le mani,
sarà l'aprile una pasqua di pace
per i soldati per i partigiani.

Sarà la pace una torcia di pino
sarà un fiammante fazzoletto rosso,
anche Cristo un purpureo collarino
avrà sul petto come un pettirosso.

Guanciale dolce di spigo e di melo,
pace, solo con te riavrò riposo,
come un'ape cullata sullo stelo
culla il mio sogno, vento doloroso.

(Da "Canzoniere di libertà", 1953)





LA MORTE DI CIRO
di Mario Cerroni

Se busserai alla porta appena il giorno
lievita nella voce dei lattai,
forse mi sarà strano il tuo saluto
che dicevano forte e alto, alzando
il pugno chiuso come se stringessimo
il verde sangue della patria aperta.
Una recente timidezza muto
mi renderebbe, dolce in fondo agli occhi,
a sentire la tua mano di pini
posarsi alla mia pagina sospesa.
Anch'io vorrei tornare alle parole
sulle pietre imparate alte dei fiumi,
intuite nel fondo della notte
quando s'usciva di pattuglia a accendere
il richiamo dei fuochi agli apparecchi,
alati crocifissi sulla neve.
Tu parlavi di muschi e di ginepri
e nel silenzio pur trovavi il segno
dell'aria colorata, sorridevi
a tuo figlio pensando che cresciuto
sarebbe spensierato nella pace.
Non domandarmi dove fu impiccato:
tu la conosci la storia degli uomini
che fermavano i panzer con le pietre.
Forse a un ramo di pesco di settembre,
forse a una draglia di battello, anche
può essere a una benna di cantiere.
Ciro è morto a disperdere nell'aria
alta delle domeniche di sagra
per sempre le paure, che cantassero
liberi gli uomini della montagna
e alla riva celeste dello Stella
le donne ci chiamassero all'amore.

(Da "Il giorno sulla Vojussa", 1955)

giovedì 16 aprile 2015

Antologie: "Antologia della lirica contemporanea dal Carducci al 1940"

Le antologie della poesia italiana ottocentesca e, soprattutto, novecentesca, uscite nel ventennio a cavallo tra la prima e la seconda metà del XX secolo, posseggono peculiarità specifiche, molto simili tra di loro. Tutte o quasi privilegiano un certo tipo di poesia che ha i suoi cardini nelle cosiddette "Tre corone" impostesi alla fine dell'Ottocento, ovvero Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio. Quindi vengono inseriti, dedicandogli uno spazio assai più breve, alcuni dei "poeti minori" del secondo Ottocento; li seguono alcuni lirici che, pur non rinnovando per nulla il modo di far poesia, trovarono il modo di emergere cavalcando le poetiche dei loro illustri predecessori. Viene poi dato un certo spazio ai crepuscolari e, in misura decisamente minore, ai futuristi. È poi la volta di quei nomi come Ungaretti, Montale e Quasimodo, che hanno veramente impresso una svolta innovativa nella poesia italiana, seguiti infine dagli ermetici (Gatto, Sinisgalli), posti in mezzo a poeti che hanno ben poco in comune con questi ultimi, e che praticamente chiudono la scelta. Anche questa antologia curata da Enrico Maria Fusco non fa eccezione, a parte alcune curiose decisioni, come quella di inserire, quasi al termine della sua opera, dei poeti attivi nel secondo Ottocento (tra questi compare anche Umberto Saba!), preceduti dalla dicitura: "Integrazione panoramica". Nel complesso l'antologia risulta però interessante, e lo sono anche i commenti che il saggista dedica a tutti i componimenti poetici. Ecco infine l'elenco dei poeti selezionati da Fusco per la realizzazione di questa antologia.





ANTOLOGIA DELLA LIRICA CONTEMPORANEA DAL CARDUCCI AL 1940

Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Gabriele D'Annunzio, Enrico Panzacchi, Mario Rapisardi, Giovanni Alfredo Cesareo, Arturo Graf, Domenico Gnoli, Enrico Thovez, Massimo Bontempelli, Francesco Pastonchi, Ada Negri, Vincenzo Gerace, Sebastiano Satta, Luigi Pirandello, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Marino Moretti, Giulio Gianelli, Francesco Gaeta, Angiolo Silvio Novaro, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Francesco Chiesa, Pietro Mastri, Angelo Gatti, Giosuè Borsi, Vittorio Locchi, Clemente Rebora, Arturo Onofri, Dino Campana, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi, Diego Valeri, Vincenzo Cardarelli, Riccardo Bacchelli, Filippo Tommaso Marinetti, Paolo Buzzi, Luciano Folgore, Fernando Losavio, Giuseppe Villaroel, Ugo Betti, Renzo Pezzani, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Lionello Fiumi, Adriano Grande, Aldo Capasso, Maria Barbara Tosatti, Antonia Pozzi, Carlo Betocchi, Giuseppe Gerini, Nicola Moscardelli.


INTEGRAZIONE PANORAMICA

Giovanni Marradi, Olindo Guerrini, M. Alinda Bonacci Brunamonti, Vittoria Aganoor Pompilj, Giulio Salvadori, Adolfo De Bosis, Giovanni Bertacchi, Giovanni Cena, Antonino Anile, Umberto Saba.

venerdì 10 aprile 2015

Poeti dimenticati: Francesco Saverio Tozzi

Nacque a Gettopalena (Chieti) nel 1863 e morì a Bucchianico (Chieti) nel 1887. Grazie anche all'aiuto di suo zio arciprete studiò e andò in seminario per poi essere ordinato sacerdote a ventitre anni. Si ammalò ben presto di tisi e morì a soli ventiquattro anni. Le sue poesie, inedite in vita, furono pubblicate in volume otto anni dopo la sua morte col titolo di Postuma. Dolore e morte sono i principali temi delle poesie di Tozzi, anche per il fatto che lui stesso visse gli ultimi anni della sua breve vita soffrendo per la malattia e presagendo la fine anticipata.



Opere poetiche

"Postuma", Carabba, Lanciano 1895.




Presenze in antologie

"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 57-61).



Testi

DIPARTITA

Povera madre! Al figlio stringeva le mani e tacendo
Con gli occhi parea dir: - Non andrai tu via;

Tu non mi lascerai a piangere, a piangere sola,
Unica speme e sola luce de' giorni miei! -

Non questo ella dicea, ma come da l'ima radice
Sentìa schiantarsi l'arbore di sua vita.

L'ultimo bacio alfine gli diede. - Non piangere, mamma, -
E' tra i singulti rotti ripeteva.

Non pianse ella; da lungi mirando, ne scorse la mano
Volta al saluto pria di sparire; ed allora

Scoppiò l'ambascia repressa, sonàr le querele
Che fe' la madre misera d'Eurialo,

Quando latina spada il candido petto gli ruppe,
Ed ella il biondo capo vide confitto ad un'asta.

(Da "Postuma")

domenica 5 aprile 2015

I versi dell'infanzia

Ecco venti componimenti in versi che contraddistinsero gli anni della mia infanzia. Sto parlando di oltre quaranta anni fa, quando, frequentando le scuole elementari e medie, mi capitava di dover leggere e, in alcuni casi, imparare a memoria delle poesie. Spesso, questa operazione forzata, non mi portava ad apprezzare moltissimo quei versi: a volte ebbi anche dei brutti voti sul registro scolastico perchè non seppi o non volli imparare perfettamente a memoria una certa poesia. Ma, ritrovati quei vecchi libri scolastici e, riletti dopo tanti anni quei versi, mi è sopravvenuta un'enorme nostalgia per un tempo perduto e irripetibile; ed ora so apprezzare quelle poesie così come quei poeti che, coi loro futili versi, riempivano le pagine delle antologie scolastiche di qualche decennio fa.
Leggendole attentamente, si noterà che prevalgono alcuni autori noti come Giovanni Pascoli o Gianni Rodari, ma non mancano illustri sconosciuti che in vita, spesso e volentieri, professarono l'insegnamento, e solo per passione scrissero dei versi in genere destinati ai bambini. Gli argomenti dei testi qui presenti riguardano in molti casi la natura, le stagioni dell'anno e gli eventi festivi: cose che col passare degli anni erroneamente vengono marginalizzate a vantaggio di altre assai meno importanti ed emozionanti; sono però presenti anche un paio di componimenti prettamente patriottici che non potevano assolutamente mancare, data la loro rilevanza e dato che rimangono particolarmente impressi nella memoria anche a distanza di tanti anni. Quasi tutte le poesie sono state trascritte direttamente dai testi scolastici e da altri indirizzati al pubblico infantile che ancora posseggo; fa eccezione La notte santa di Guido Gozzano, che non compare in alcuno dei libri da me consultati, ma che ben ricordo di aver scritto sul mio quadernetto sotto dettatura della maestra.





X AGOSTO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

(Da "Quante strade, vol I", Loffredo, Napoli 1976)





A MIA MADRE
di Edmondo De Amicis (1846-1908)

Non sempre il tempo la beltà cancella
O la sfioran le lacrime e gli affanni;
Mia madre ha sessant’anni,
E più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un atto
Che non mi tocchi dolcemente il core;
Ah se fossi pittore
Farei tutta la vita il suo ritratto.

Vorrei ritrarla quando inchina il viso
Perch’io le baci la sua treccia bianca,
O quando inferma e stanca
Nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Ma se fosse un mio prego in cielo accolto
Non chiederei del gran pittor d’Urbino
Il pennello divino
Per coronar di gloria il suo bel volto;

Vorrei poter cangiar vita con vita,
Darle tutto il vigor degli anni miei,
Veder me vecchio, e lei
Dal sacrifizio mio ringiovanita.

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





APRILE
di Graziella Ajmone (1912-1993)

Aprile che ridi
con occhi turchini,
che il dono del sole
accogli con gridi
di bimbi e di rondini;

Aprile che odori
di vento e di viole,
di prati e di fiori,

Aprile giocondo,
tu sei mio fratello:
un bimbo che vede
bellissimo il mondo.

(Da "Il fiore d'oro 2. Letture del 1° ciclo", Editrice Noseda, Como 1970)





UN BAMBINO AL MARE
di Gianni Rodari (1920-1980)

Conosco un bambino così povero
che non ha mai veduto il mare:

a Ferragosto lo vado a prendere
in treno a Ostia lo voglio portare.

- Ecco, guarda – gli dirò -
questo è il mare, pigliane un po’! -

Col suo secchiello, fra tanta gente,
potrà rubarne poco o niente:

ma con gli occhi che sbarrerà
il mare intero si prenderà.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)






I DODICI MESI
di Elda Bossi (1901-1996)

Gennaio porta il ceppo e la Befana,
Febbraio carnevale e tramontana,
Marzo le pratoline e le viole,
le rondinelle Aprile e il dolce sole.
Salutan Maggio gli uccellini in coro;
Giugno ha tra il fieno lucciolette d’oro;
Luglio è biondo di grano al sole;
Agosto porta frutta dolci e buone;
Settembre ha l’uva d’oro e di rubino,
Ottobre poi la pigia dentro il tino;
Novembre porta i fiori al Camposanto;
Dicembre culla i semi sotto il manto.

(Da "Paese 3. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





FOGLIE GIALLE
di Trilussa (Carlo Alberto Salustri, 1871-1950)

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle
come farfalle
spensierate?
Venite da lontano o da vicino,
da un bosco o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso che vi porta via?

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





MEZZOGIORNO
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

Chiesoline di campagna
lontane e vicine,
i vostri campanilini fumano
come tanti comignoli di cucine.
Mezzogiorno !
«Bambini si va a mangiare».

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)





LA MIA STELLA
di Francesco Pastonchi (1874-1953)

Gli altri bimbi solo essi eran bimbi:
Io no. Io ero un bimbo che guardava
vivere gli altri, capitato a caso
tra gli altri sulla terra: certo un bimbo
caduto da una stella, ecco. E la notte
scivolavo dal letto per cercarla
di là dai vetri, al buio, la mia stella.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)





MILITE IGNOTO
di Renzo Pezzani (1898-1951)

Fratello senza nome e senza volto,
da una verde trincea t'han dissepolto.
Dormivi un sonno quieto di bambino,
un colpo avea distrutto il tuo piastrino.
Eri soltanto un fante della guerra,
muto perché t'imbavagliò la terra.
Ora dormi in un'urna di granito,
sempre di lauro fresco rinverdito.
E le madri che più non han veduto
tornare il figlio, come te, caduto,
né sanno dove l'abbiano sepolto,
ti chiamano e rimangono in ascolto,
se mai la voce ti donasse Iddio
per dire: «O madre, il figlio tuo son io».

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





NEL GIORNO DEI MORTI
di Maggiorina Castoldi

Piove nebbia sulle croci. Poche voci
van nell'aria, pianamente;
cantilene
dolci e tristi, bisbigliate,
fra le tombe seminate.

Va la gente
lenta, assorta; altra ne viene,
altra sosta al tuo cancello
per segnarsi, o campicello
benedetto.

Sulle braccia tese ha un fiore
ogni croce, e più d'un lume
fioco spande il suo chiarore
nelle brume.

(Da "Paese 5. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1972)

  



LA NOTTE SANTA
di Guido Gozzano (1883-1916)

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!

Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!
Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.
È nato!

Alleluja! Alleluja!

(Da "L'incanto del Natale", Paoline Editoriale libri, Milano 1996)





I PASTORI
di Gabriele D'Annunzio (1863-1938)

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natía
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
il sole imbionda sí la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
264
Isciacquío, calpestío, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

(Da "Quante strade, vol I", Loffredo, Napoli 1976)





QUANTI PESCI CI SONO NEL MARE?
di Gianni Rodari (1920-1980)

Tre pescatori di Livorno
disputarono un anno e un giorno
per stabilire e sentenziare
quanti pesci ci sono nel mare.

Disse il primo: «Ce n’è più di sette,
senza contare le acciughette».
Disse il secondo: «Ce n’è più di mille,
senza contare scampi ed anguille».
Il terzo disse: «Più di un milione!»
E tutti e tre avevano ragione.

(Da "I Quindici, I: Poesie e rime", Roma 1968)




LA QUERCIA CADUTA
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Dov’era l’ombra, or sè la quercia spande
morta, nè più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo: era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo: era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell’aria, un pianto... d’una capinera

che cerca il nido che non troverà.

(Da "Paese 5. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1972)





IL ROSPO E IL VILLANO
di Ferruccio Orsi

Stava nel mezzo a un prato
un grosso rospo mezzo addormentato.

Avvenne che di lì passando a caso,
lo vide un certo contadin, un certo Maso.

Tolse dal vicin campo un grosso palo
per dare al rospo con quel palo addosso.

«Fermati!» disse il povero animale.
«O che t’ho fatto, Maso mio, di male?

Io non ti rubo nulla, anzi ti netto
i prati e i campi d’ogni tristo insetto.

Sono brutto, lo so, ma, caro mio,
e se son brutto, che colpa ce n'ho io?».

Commosso e vergognoso, quel villano,
tosto il palo gettò a sé lontano

e disse: «Poveretto, hai ben ragione!
io commettevo una cattiva azione.

Ma di già rospo mio, per dar molestia,
spesso l’uomo è più bestia della bestia».

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





SAN MARTINO
di Giosuè Carducci (1835-1907)

La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

(Da "Nuova guida al comporre", Casa Editrice A. & C., Torino-Roma)





SCUOLA DI CAMPAGNA
di Renzo Pezzani (1898-1951)

È fuori dal borgo due passi
di là del più fresco ruscello
recinta di muro e cancello
la piccola scuola di sassi.

Agnella staccata dal branco
col suono che al collo le han messo
richiama ogni bimbo al suo banco
nell’aula che odora di gesso.

C’è ancora la vecchia lavagna
con su l’alfabeto mal fatto:
lo scrisse un bambino distratto
dal verde di quella campagna.

E lei, che mi vide a sei anni,
c’è ancora. La voce un po’ fioca,
vestita d’identici panni,
la vecchia signora che gioca.

C’è ancora il vasetto d’argilla
che m’ebbe suo buon giardiniere;
è verde, fiorito di lilla,
e un bimbo gli porta da bere.

Il tempo passò senza lima
su queste memorie. Ritorno
lo stesso bambino d’un giorno
sereno, nell’aula di prima.

E in punta di piedi, discreto,
nell’ultimo banco mi metto
e canto, nel dolce coretto
dei bimbi, l’antico alfabeto.

(Da "Parliamo la nostra lingua", De Agostini, Novara 1974)





LA SPIGOLATRICE DI SAPRI
di Luigi Mercantini (1821-1872)

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando vidi una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore;
e alzava una bandiera tricolore;
all'isola di Ponza s'è fermata,
è stata un poco e poi è ritornata;
è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra.

Sceser con l'armi, e a noi non fecer guerra,
ma s'inchinaron per baciar la terra,
ad uno ad uno li guardai nel viso;
avean tutti una lagrima e un sorriso.
Lì, li dissero: ladri usciti dalle tane,
ma non portaron via nemmeno un pane;
ma li sentii mandare un solo grido:
«Siam venuti a morir pel nostro lido».

Con gli occhi azzurri e i capelli d'oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per mano,
gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»
Guardandomi, rispose: «Cara sorella...
vado a morir per la mia patria bella».
Io mi sentii tremare tutto il core,
che non potei dirgli: «V'aiuti il Signore!»

Quel giorno dimenticai di spigolare,
e dietro a loro decisi d'andare.
Due volte si scontrar con li gendarmi,
e l'una e l'altra li spogliar dell'armi;
ma quando fur della Certosa ai muri,
s'udirono suonar trombe, gridi e tamburi;
e tra fumo, spari, urla e scintille
piombaro loro addosso più di mille.

Eran trecento, e non vollero fuggire;
parean tremila e vollero morire:
vollero morir col ferro in mano,
e avanti a loro correa di sangue il piano:
fin che pugnar vid'io per lor pregai;
ma a un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d'oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

(Da "Tamburino '65. Sussidiario 5°", Editrice Le Stelle, Milano 1974)






SPERANZA
di Milly Dandolo (1895-1946)

C’è un grande albero spoglio
in mezzo all’orto: pare
che soffra e non si possa
coprire e riscaldare.
Vola sui nudi rami
un passero sperduto,
e cinguetta più forte
in segno di saluto.
Geme l’albero: “Un tempo
fui giovane e fui bello:
candidi fiorellini
erano il mio mantello.”
Il passero cinguetta:
“Oh vecchio albero, spera!
Si scioglieran le nevi:
verrà la primavera."

(Da "Paese 4. Letture del 2° ciclo", Editrice Le Stelle, Milano 1973)





L’ULTIMA ORA DI VENEZIA
di Arnaldo Fusinato (1817-1888)

È fosco l’aere,
    È l’onda muta!...
    Ed io sul tacito
    Veron seduta,
    In solitaria
    Malinconia,
    Ti guardo, e lagrimo,
    Venezia mia!

Sui rotti nugoli
    Dell’Occidente
    Il raggio perdesi
    Del sol morente,
    E mesto sibila,
    Per l’aura bruna,
    L’ultimo gemito
    Della laguna.

Passa una gondola
    Della città:
    ― Ehi! della gondola
    Qual novità ?
    ― Il morbo infuria...
    Il pan ci manca...
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca! ―

No, no, non splendere
    Su tanti guai,
    Sole d’Italia,
    Non splender mai!
    E sulla veneta
    Spenta fortuna
    Sia eterno il gemito
    Della laguna!

Venezia, l’ultima
    Ora è venuta;
    Illustre martire,
    Tu sei perduta;
    Il morbo infuria,
    Il pan ti manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

Ma non le ignivome
    Palle roventi,
    Nè i mille fulmini,
    Su te stridenti,
    Troncan ai liberi
    Tuoi dì lo stame:
    Viva Venezia:
    Muor della fame!

Sulle tue pagine
    Scolpisci, o Storia,
    Le altrui nequizie
    E la tua gloria,
    E grida ai posteri
    Tre volte infame
    Chi vuol Venezia
    Morta di fame.

Viva Venezia!
    Feroce, altiera,
    Difese intrepida
    La sua bandiera;
    Ma il morbo infuria,
    Il pan le manca;
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

Ed ora infrangasi
    Qui sulla pietra,
    Finch’è ancor libera,
    Questa mia cetra.
    A te, Venezia,
    L’ultimo canto,
    L’ultimo bacio,
    L’ultimo pianto!

Ramingo ed esule
    Sul suol straniero,
    Vivrai, Venezia,
    Nel mio pensiero;
    Vivrai nel tempio
    Qui del mio cuore,
    Come l’imagine
    Del primo amore.

Ma il vento sibila,
    Ma l’onda è scura,
    Ma tutta in gemito
    È la natura:
    Le corde stridono,
    La voce manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!


(Da "Tamburino '65. Sussidiario 5°", Editrice Le Stelle, Milano 1974)