giovedì 11 agosto 2016

I cavalli in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

E tra gli animali domestici più cari agli uomini non possono essere dimenticati i cavalli. Utilissimi, servili, imponenti, silenziosi, eleganti, bellissimi... quanti altri aggettivi si potrebbero trovare per i mammiferi maggiormente utilizzati dagli uomini. Prima dell'avvento dei motori i cavalli costituivano il principale mezzo di trasporto; sono stati anche usati per fare vari lavori, soprattutto nell'ambito agricolo e, infine, nello sport, vista la loro ubbidienza e le loro formidabili capacità. Ma a me piace vederli, quando mi capita di andare in campagna, nei campi recintati, seppure non del tutto liberi di spaziare e di nutrirsi su un terreno erboso, tranquilli e beati, lontani dagli stress a cui troppo spesso li costringono gli uomini. 



IL MORELLO
di Andrea Agueci (1906-2002)

Nacque vestito a lutto: ché, rannicchiato ancora nel grembo materno,
natura gli stampò sul tenero corpo un nero suggello.
E ancor polledro (il suo pelo rilucea come la pece e i suoi fianchi erano snelli come quelli de' levrieri),
fu attaccato ad un carro funebre.
Veste di lutto, la sua; ma, sotto quel nero, scorrevan purpurei fiotti di vita.
Le strade bianche, diritte, sterminate gli davano una smania folle di correre,
correre tagliando l'aria come una rondine,
e gittando acuti nitriti.
Invece, a tirare il cupo e grande carro,
stretta sempre al morso la bocca fremente,
doveva andar taciturno, a passi brevi,
strascinando l'ossa barcollanti del suo compagno.
E che tristezza quel silenzio e tutte quelle donne che s'affacciavano alle siepi,
con gli occhi pieni di lagrime, e mormoravano requiem!
(Certe vittime, per rattristarlo di più,
anche gli alberi che fiancheggiavan la strada,
lagrimavano gocciole di pioggia e sussurravano requiem).
Oh certo egli avrebbe voluto, un gagliardo garzone cavalcandolo,
che, al suo veloce passaggio,
si fosse affacciata a una siepe la florida amata,
e contro il viluppo schiumante e urlante d'ebbrezza nel vento,
avesse per gioco scagliato un pugno di rose vermiglie
e i sonaglietti d'argento della sua voluttuosa risata!

(Da "Crocevia", Studio Editoriale Moderno, Catania 1932)




UNA CAVALLA
di Attilio Bertolucci (1911-2000)

Una cavalla sola
Pascola
In una radura
Si fa notte
La luna brilla
Nell’aria serena
Vagamente splende
Respira con il muso alto
I profumati effluvi
Della notte che viene
Comincia un piccolo trotto
Grazioso e musicale
Già è notte
E nulla più si vede
Intorno.

(Da "Sirio", Minardi, Parma 1929)




GIOCHI, 2
di Massimo Bontempelli (1878-1960)

Felicità che cavalchi il cavallo
cavallo di legno coda di stoppa.

   In un angolo
   quattro tony
   in giro in giro
   l'un mette all'altro in testa un cappello,
   Felicità.

E tu cavalcando precipiti a terra
- oh il cavallo di legno e di stoppa era vivo -

   mentre nell'angolo
   i quattro tony han buttato i cappelli
   ma in giro in giro
   continuano a mettersi in testa l'un l'altro
   niente, Felicità.

Muori pensando: - fu bello
galoppare sul mio purosangue
che m'ha portato all'eternità -

   Il Purosangue che in mezzo dondola
   è nell'angolo
   quattro cappelli senza tony girano
   girano intorno su teste di niente,
   Felicità.

(Da "Il Purosangue", Facchi, Milano 1919)




SE NE VANNO I CAVALLI
di Raffaele Carrieri (1905-1984)

Come spavaldi ragazzi castani
Se ne vanno i cavalli
Alle facili terre dell'acqua
E non si voltano a guardarmi.
No che non si voltano,
I cavalli dal cuore di argento
Non si voltano a guardarmi.
Più allegri degli zingari
Alla fine di un bottino
Se ne vanno i cavalli
Sentendo da lontano il mare
Come gli zingari il rame.
Se ne vanno i cavalli
E non si voltano a guardarmi.
No che non si voltano.
I cavalli dal cuore d'argento
Non si voltano a guardarmi.

(Da "Stellacuore", Mondadori, Milano 1970)




IL CAVALLO
di Giovanni Alfredo Cesareo (1860-1937)

Talora sobbalzando ascolto
In sogno un remoto galoppo
Che sordo, continuo, disciolto,
Ruina su me senza intoppo.

Mi volgo a spiarlo, ma troppo
Nereggia la tenebra spessa,
E tutto m'accoscio in un groppo,
L'orecchia alla pésta che appressa.

Il cuore tremante non cessa
Che non mi si sbatta nel petto,
Ond'io, per placarne la ressa,
Com'orbo a fuggire mi metto.

Ma sento le gambe in difetto
Piegare sotto la persona:
S'è il buio da torno ristretto
E d'orridi scalpiti suona.

Già parmi avvistare la prona
Cervice dell'atro cavallo
Che slungasi, e zolfo sprigiona
Dagli occhi, né mette unghia in fallo.

Un attimo: e in breve intervallo
Già spare tra il rigno fremente
E me, che smarrito traballo
Per l'ansia dell'urto imminente.

Sferzato dal rombo crescente,
Precipito in cerca di scampo:
L'ignoto cavallo si sente,
Ma non se ne scerne lo stampo;

E ognora così, senza un lampo
Su' selci o un nitrito nel vento,
Chi sa per qual magico inciampo,
Incalza lo scalpitamento

Né giunge: morire io mi sento
Né muoio: agghiadito, stravolto,
Oppresso dal soffocamento
Di chi, vivo ancora, è sepolto.

(Da "I canti di Pan", Zanichelli, Bologna 1920)




NOZZE DI CAVALLI
di Libero De Libero (1906-1981)

Vanno a nozze i cavalli
e la pianura è di biade,
alle criniere conviene il vento,
si dedica il cielo per gli occhi.
Ondosi nei fianchi li adorna
ancora un fasto marino,
il sole invoglia le rapide
schiene alla lotta
per un fiato d'erba ai ginocchi.
Nel giorno si gloria l'inno
delle teste e sono gli echi
guerrieri tra i denti aperti,
ora del sangue è sciolta la frusta.

(Da "Scempio e lusinga", Mondadori, Milano 1972)



  
UN CAVALLO
di Ofelia Mazzoni (1883-1935)

Con occhi bruciati di pianto,
vedo - ora - un dolore peggiore
di quello che soffro:
un cavallo stracco, malato
(un'ugna è ravvolta di stracci)
sovraccaricato,
tutto teso e vibrante di sforzo,
discoperto il giallore dei denti
in un ghigno di fiera agonia.
Appetto a me, che ho parole
e singhiozzi per il mio male,
la bestia che soffre e non piange,
la bestia malata e legata
corporalmente al tormento,
più grande è al dolore! s'aderge
silenziosa imagine viva
di maledizione per l'uomo,
che crudelissimo è
su tutte le creature
e tutte le cose esistenti
e gli stessi ciechi elementi.

(Da "Verso la foce", Treves, Milano 1921)




IL CAVALLO
di Roberto Roversi (1923-2012)

Freme la fonte,
s’abbevera il cavallo.
Fra il cavallo che beve, succhiando
avido e ampio, e io che guardo
non c’è differenza alcuna.
Anch’egli trasalisce
a quest’aria dorata che si spinge
neghittosa, verso la campagna.
Gioioso vento d’aprile.
Alza il muso grondante, inarca
le orecchie e ascolta.
Con una mano sfioro
il suo morbido dorso.
Maestà della natura, arcana
artefice. Quali tempeste
o gioie lo agitano?
quali richiami?
la voce che lieve
si insinua fra l’erbe,
o l’odore, il sapore aspro
della femmina?
S’avventa con un nitrito per il sentiero.

(Dalla rivista «Officina», maggio 1955)




IL POLEDRO
di Sebastiano Satta (1867-1914)

Meraviglia a vederlo! la cervice
Stellante tra la nitida criniera
Erse il poledro, schiusa la narice
Ai soffi ardenti della primavera.

Nessun dei giovinetti, audace schiera
Di ardimenti e di prove sfidatrice,
Osava premer quella groppa nera
Come il tormento e correr la pendice.

— Gloria a chi primo lo cavalca! — disse
Il vecchio. Ai giovinetti tremò il cuore.
Allor nella criniera gli confisse

Egli l’artiglio, e saldo in groppa come
Un drago, sparì via col corridore,
Dritto il bel capo tra le grigie chiome.

(Da "Canti barbaricini", La Vita Letteraria, Roma 1910)




HO INTRAVISTO IL CAVALLO
di Toti Scialoja (1914-1998)

Ho intravisto il cavallo
ritto e fermo sul prato
affiancato ad un altro
orientato all'inverso

- il passaggio a livello
era levato - un bianco
e un nero nell'incastro
che sbarra il mondo perso.

(Da "Le sillabe della Sibilla", Scheiwiller, Milano 1988)



Giovanni Fattori, "Cavallo tirando un carro"
(Da https://commons.wikimedia.org/wiki/File%3AGiovanni_Fattori_052.jpg)



sabato 6 agosto 2016

I cani in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

"Il cane è il migliore amico dell'uomo": questa si può definire una frase fatta, ma descrive una realtà incontestabile, poiché, se è vero che l'amico umano più sincero potrebbe rivelarsi tutt'altro, il cane è fedele di natura e il tradimento non fa parte del suo DNA. Forse, la sua pecca sta nel fatto che regala facilmente amicizia e fedeltà anche a chi non le merita affatto; ad esempio a quegli esseri inqualificabili che lo abbandonano in strada perché non si divertono più a tenerlo in casa o perché devono partire per la villeggiatura. Come il gatto, anche il cane non è amato da tutti perché rumoroso (quindi fastidioso) e, in alcuni casi, perché troppo aggressivo. Sappiamo però che in moltissime circostanze, il carattere del cane si adegua a quello del padrone, il quale, indirizzando l'animale verso determinati comportamenti con gli estranei, è diretto responsabile di tutto ciò. Nelle dieci poesie che seguono si noterà, in più di un caso, l'intenzione di sottolineare la bontà dei cani, anche di quelli che all'apparenza sembrano cattivi perché ringhiano e abbiano. C'è poi chi si sofferma ad osservare i comportamenti del proprio cane, o chi cerca di dare una spiegazione a precisi atteggiamenti che assumono, in particolari circostanze, questi animali domestici. C'è infine chi vuole mettere in evidenza il legame strettissimo che può nascere tra un uomo e un cane: così stretto da accomunare padrone ed animale come fosse un solo essere; e se dovesse venire a mancare uno dei due, di conseguenza verrebbe a mancare anche l'altro.




IL CANE LIEBE
di Luigi Bartolini (1892-1963)

Durante la strada si divertì
quanto noi, come noi, il cane Liebe,
corse dietro a ramarri, a lucertole
e, pei nascosti fra crepe del solleone,
ruspò la terra, squassò le buche;
poi ritrovò una gazza morta dove era
un groviglio di rami, soto una quercia;
e andò dilindoleggiandola per istrada
dinanzi a noi che, a testa china,
seguivamo i nostri pensieri.

(Da "Poesie 1911-1963", Rebellato, Padova 1964)




BUONGIORNO, CANI, CIAO
di Dino Buzzati (1906-1972)

Buongiorno, cani, ciao
cagnolini cagnolini cagnazzi
misterioso dono della natura
a noi carogne. Perché?
Incantevoli compagni di viaggio
che ci fissate negli occhi
con esagerata.
Belli come boschi come il vento
girano su e giù per la casa
come fiumi come rupi
come nuvole innamorate.
Belli quando ronfate
fate bave spazzate immondizie.
Egoisti, sporchi, noiosi
rompiscatole, puzzolenti, ingordi,
sudicioni, petulanti, tangheri,
Dio vi benedica.

(Da "Le poesie", Neri Pozza, Venezia 1982)




CAREZZA AL CANE
di Paolo Buzzi (1874-1956)

Cane, bontà degli uomini perduta,
o fedeltà di tanti falsi amici,
il mio cuore ti pensa e ti saluta!

Questa vita di tedï e malefici
te la dirò dentr'un'orecchia, o cane,
che i miei segreti ascolti e non li dici.

Le pupille tue fonde e più che umane,
san la mia dolce illusïon caduta.
E la tua testa è calda come un pane...

(Da "Bel canto", Studio Editoriale Lombardo, Milano 1916)




IL CANE
di Aldo Palazzeschi (1885-1974)

Molti conosco che non coltivano
eccessiva simpatia per il cane
e denunciano per prima cosa
quell'insistente quanto noioso abbaiare.
Ma non è forse il suo linguaggio
che noi
come già quello degli Etruschi,
non riusciamo a comprendere?
Udiste mai per la campagna
durante la notte
quando da un casolare abbaia un cane?
Dai casolari di quella zona
ogni altro si mette ad abbaiare
tanto da lasciar credere
in un impianto telefonico esemplare e incorruttibile.
E non farà lo stesso effetto
il nostro eterno cicalume
a chi nei nostri confronti meglio di noi capisce?
Infatti, se voi mettete un nome al vostro cane
con quello infallibilmente risponde
e quando non risponde v'informerà
con un moto dell'orecchio impercettibile
che ha capito perfettamente
ma che fa finta di non sentire
perché occupato in più importanti faccende.

(Da "Via delle cento stelle", Mondadori, Milano 1972)




IL CANE NOTTURNO
di Giovanni Pascoli (1855-1912)

Nell’alta notte sento tra i queruli
trilli di grilli, sento tra il murmure
piovoso del Serchio che in piena
trascorre nell’ombra serena,

là nell’oscura valle dov’errano
sole, da niuno viste, le lucciole,
sonare da fratte lontane
velato il latrato d’un cane.

Chi là, passando tardo per tacite
strade, fra nere siepi di bussolo,
con l’eco dei passi, in un’aia
destava quel cane, che abbaia?

Parte? ritorna? Lagrima? dubita?
ha in cuor parole chiuse che batton
col suono d’alterno oriuolo?
ha un’ombra, ch’è sola con solo?

Va! Va! gli dice la voce vigile
sonando irosa di tra le tenebre.
Traspare dagli alberi folti
la casa, che sembra che ascolti…

come tra il sonno, chiuse le palpebre
sue grandi… L’uomo dorme, ed un memore
suo braccio, sul letto di foglie,
sta presso la florida moglie.

E dorme nella zana di vetrici
la bimba, e gli altri piccoli dormono.
S’inseguono al buio con ali
di mosche i loro aliti uguali.

Uguali uguali, passano tornano
con ronzìo lieve, dentro le tenebre
cercandosi: e l’anime ancora,
si cercano, sino all’aurora,

per le ignorate lunghe viottole
del sonno; e al fine si ricongiungono;
e scoppia sul fare del giorno
l’allegro vocìo del ritorno.

(Da "Odi e inni", Zanichelli, Bologna 1906)




OH NELLA NOTTE IL CANE
di Sandro Penna (1906-1977)

Oh nella notte il cane
che abbaia di lontano.
Di giorno è solo il cane
che ti lecca la mano.

(Da "Poesie", Garzanti, Milano 1997)




IL CANE SORDO
di Antonia Pozzi (1912-1938)

Sordo per il gran vento
che nel castello vola e grida
è divenuto il cane.

Sopra gli spalti – in lago
protesi – corre,
senza sussulti:
né il muschio sulle pietre
a grande altezza lo insidia,
né un tegolo rimosso.

Tanto chiusa e intera
è in lui la forza
da che non ha nome
più per nessuno
e va per una sua
segreta linea
libero.

(Da "Parole", Garzanti, Milano 1989)




LA PIOGGIA RADA CADE A LENTE GOCCE
di Beppe Salvia (1954-1985)

la pioggia rada cade e lente gocce
picchiano sul dorso d'un can pastore
sordo e che il pesante incedere
rende pauroso ai bimbi che
visitano la villa,

e invece è buon amico, lappa le mani
culla col muso i cuccioli, perfino
il gatto bigio si trastulla con l'ombra
di costui can che un cartello
irriguardoso addita, cave canem,
a fuggire, e invece molce l'animo
il suo alito caldo, danzano
gli occhi suoi e dolce lume brillano -

poi corre presto via inseguendo
un frullo d'ale oltre lo steccato,
abbiamo una fotografia,
Garibaldino!

(Da "Estate", Il Melograno-Edizioni dell'Abete, Roma 1985)




BIANCHINA
di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Bianchina la slava
seminapulci, la zingara
ha figliato nella legnaia.
Porta i cuccioli appresso
raminga per amore
di libertà. Rifiuta
il latte, ruba
per non mendicare,
ringhia per non farsi
lisciare.

(Da "Mosche in bottiglia", Mondadori, Milano 1975)




MÀRTIN ANDAVA COL SUO VECCHIO CANE
di Diego Valeri (1887-1976)

Màrtin andava col suo vecchio cane
per viottole di monte.
L'uno a fianco dell'altro, senza dire
motto, solo scambiando qualche sguardo.

Ora non so del cane. So che Màrtin
se n'è andato dal mondo dei viventi.
Chissà se c'è laggiù monti, sentieri
di bosco, cani: un vecchio cane
che gli cammini al fianco
in silenzio, scambiando qualche occhiata.

(Da "Poesie scelte", Mondadori, Milano 1977)



Arthur Wardle, Hunting dogs
(from work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45988263)



martedì 2 agosto 2016

I gatti in 10 poesie di 10 poeti italiani del XX secolo

Sornioni, sonnacchiosi, lamentevoli, furbi, giocherelloni, curiosi, sospettosi, teneri, orgogliosi, indipendenti... e quanti altri aggettivi si potrebbero trovare per descrivere i gatti: animali domestici tra i più amati dagli esseri umani. Certo, esistono anche coloro che li detestano, o che fanno stupidi confronti o classifiche coinvolgendo altri animali. Ma chi li ama non sente ragioni, io compreso, che giudico il gatto come uno degli esseri viventi più belli e simpatici. Ho trovato molte poesie dedicate a questi piccoli felini; le dieci che ho selezionato tendono a descrivere determinati comportamenti, a sottolineare alcune specificità, a celebrarli quasi fossero vere e proprie divinità. Sono versi scritti da dieci poeti che, in un modo o in un altro, hanno amato i gatti; a questo proposito cito, per chiudere, una frase di Corrado Govoni presente, a mo' di epigrafe, alla fine di una sua famosa opera poetica:
"I gatti sono i poeti degli animali
come i poeti sono i gatti degli uomini"    




GATTI SUI TETTI
di Francesco Cazzamini Mussi (1888-1952)

Spalanco la finestra,
e sovra i tetti in faccia
alla mia stanza, nel grigior dell'alba
entro la luce scialba,
benché l'aria sia diaccia,
stan due gatti e si guardan miagolando.

Le vostre pene, o care bestie amiche,
molto compiango e vi darei ristoro,
ma non sapete che il silenzio è d'oro
per le umane fatiche?
Miagolerete, dite, fino a quando?

Ma la pace non viene
e forse di lor pene
fatti più acerbi ed anche più feroci
mescono sbruffi, acuti sgraffii e morsi.
E quei del vicinato tutti accorsi
— la famiglia dei gatti è numerosa —
discutono la cosa...

Fin presso la grondaia il più piccino
è scivolato ed io mi dico: è morto!
Ma no, che per miracolo risorto,
agguanta l'altro e giù lo scaraventa...
La famiglia dei gatti tutt'attenta
applaude al vincitore,
poiché pure tra i gatti il vinto ha torto
e perduto ha l'onore.

Torna il silenzio. Guardo. Già lontano
ogni gatto scompare discutendo,
e le lor voci ormai più non intendo.
Quand'ecco, una penombra, di soppiatto,
esce da un abbaino...
Ma il vincitore che si lecca i baffi,
benché malconcio, il muso tutto a sgraffi,
corre presso la bella del suo cuore...
onde la mia finestra chiudo in fretta
per salvar la morale
e l'etichetta.

Non darti l'aria, o cuore,
di rigido censore
ché fosti gatto e ancora lo sarai,
e sovra i tetti andrai
miagolando alle notti azzurre e pure
tutto il dolore delle graffiature.

(Da "Le allee solitarie", Ricciardi, Napoli 1920)




IL GATTO E LA LUNA
di Sergio Corazzini (1886-1907)

Luna nel cielo, lume su la porta.
Questa notte morirono le stelle,
le nuvole hanno fatto da barelle,
lampeggiarono i ceri della scorta.

Vagò, di cimitero in cimitero,
solo, con le pupille avide, rosse,
ardenti per continuo tormento,
il gatto enorme, il gatto enorme e nero,
come se in lui la notte atra si fosse,
materiata per incantamento.
Or va, torna col vento, ma se il vento
spegne il lume ad un tratto, nella via
rimangono due stelle in cui la pia
luna in sua dolce meraviglia è assorta.

(Dalla rivista «Marforio», ottobre 1904)




ALLA SUA GATTA PERSIANA
di Beniamino Del Fabbro (1910-1989)

Sotto i gerani a primavera ascolti
il tepore del marmo.
Sulle travi nevose avari passi
ti scavi. Non ami che i folti
di rose, le mie mani
sul dorso scarno.

(Da "Epigrammi", Ed. del Cavallino, Venezia 1944)




ALTRO GATTO
di Luciano Erba (1922-2010)

Figura tutte le lettere
dell'alfabeto latino
del cirillico anche e ahimè del runico
quando si allunga si dimena e stira
nero su fondo bianco
il mio gatto ecumenico.

(Da "L'ipotesi circense", Garzanti, Milano 1995)




DEL TUO TIMIDO GATTO...
di Franco Fortini (1917-1994)

Del tuo timido gatto
che scendeva la scala
dell'orto la mattina
con la sua ombra fina
lungo le terrecotte

cosa è rimasto? Nulla
fuor che l'impronta impressa
dalle sue zampe nella
gettata di cemento
dove annusava incerto

fra le tue grida: «Via,
via di lì, stupidino!»
Era luglio, era aperto
il cielo. Pensai: «Certo
rimarrà sempre un segno».

Ora il cemento è pietra
alle piogge d'ottobre.
Ostinate lo coprono
le foglie senza forma.
Toglile e potrai leggere

l'orma di quegli unghiòli.

(Da "Paesaggio con serpente", Einaudi, Torino 1984)




I GATTI BIANCHI
di Corrado Govoni (1884-1965)

Gatti candidi e taciturni,
misteriosi come i pipistrelli;
esseri ambigui, mistici, notturni,
pieni d’insidie e di tranelli.

Gatti candidi e sornioni
che amano far le fusa tra le stoffe,
e sui divani, in mille pose goffe,
darsi l’aria di padroni.

Gatti candidi e sonnacchiosi
che s’accovacciano di tra le gonne
e sopra le finestre de le nonne
tra i vasetti di tuberosi.

Gatti candidi e sognatori
chiusi come gli ignoti poeti;
gatti che celano i loro secreti
come i profumi certi fiori.

Gatti bianchi per i cimiteri,
su le tombe e tra le croci di legno;
gatti bianchi nei monasteri
tutti candidi: il loro vero regno.

Gatti bianchi, che nelle chiese
s’inebriano d’incenso e di frescore;
gatti da le pupille accese
di tradimento e di languore.

(Da "Armonia in grigio et in silenzio", Lumachi, Firenze 1903)




IL GATTO
di Tito Marrone (1882-1967)

Il gatto al sole pigro si grogiola,
socchiusi gli occhi, come se un brivido
    di freddo scorra nelle sue
        fibre, e distendesi mollemente.

Ma se l'inganno della perfidia
celata, o uomo, stolto dimentichi,
    e sfiori con la mano, lieve
        lieve, il sericeo dorso, ei balza

d'un tratto, ostile, pronto alla piccola
battaglia: spiega l'unghie; una rosea
    ferita traccia su la tua
        mano, e pacifico torna al sole.

(Da "Liriche", Artero, Roma 1904)




CANTO PER IL GATTO ALVARO
di Elsa Morante (1912-1985)

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s'incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s'inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello.

           E t'ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l'esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?

Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno...
E tu? Per amor mio?

Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d'oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d'ogni domanda io voglio riposarmi.
L'allegria d'averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

(Da "Alibi", Garzanti, Milano 1988)




MESSAGGIO
di Gianni Rodari (1920-1980)

Domando al gatto: che ne dici?

Che te ne pare e sembra?
Qual è la tua opinione
e spassionata sentenza?

Muove un orecchio. È un segno?
Significato o significante?
Un affettuoso riflesso?
Un consiglio? Una chiave?

Certo della mia attenzione
non apre nemmeno un occhio,
che io intenda o no il messaggio
non richiede suo controllo.

Muove un orecchio puntuto
alle sedici e cinquantuno,
né aggiunge l'emittente
un banale: Passo e chiudo.

(Da "Il cavallo saggio", Editori Riuniti, Roma 1990)




GATTO
di Tiziano Rossi (1935)

Il tempo cruciale, il più ampio svanire;
e il gatto malato per dissenteria
(roba maligna) scenderà per dove
dormono i morti senza suffragio.

Perciò ha azzerato qualunque movimento
- risorsa elementare, tecnica pertinente -
il caro, saggio mucchietto di ossa. Tuttavia
cosa vuoi che gli dica, e anche lui del resto...

I suoi baffi non sono più gran che,
il pelo gramo rabbrividisce;
e poi sta ognuno dentro sé recluso:
nocciolo inarrivabile.

Ci si sbalestra da tutti i focolari,
però questa volta niente insegnamenti,
se non la tua felina
signorilità, la poca lagna.

(Da "Miele e no", Garzanti, Milano 1988)