venerdì 24 febbraio 2017

Il labirinto nella poesia italiana decadente e simbolista

Ultimamente ho avuto modo di leggere una quantità non indifferente di libri che riguardano la poesia italiana compresa tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Moltissimi di questi libri hanno a che vedere con quelle correnti e quei movimenti di cui mi sono maggiormente occupato in questo blog: crepuscolarismo, simbolismo, decadentismo ecc. È probabile, quindi, che in futuro decida di aprire un nuovo blog incentrato su questo preciso periodo storico della poesia italiana, e in particolare su queste tendenze poetiche; avendo ora a disposizione molti documenti ed elementi in più per approfondire gli argomenti già trattati. Per ora proseguo a pubblicare post che risalgono a ricerche personali avvenute qualche anno fa.
L'origine della parola "labirinto" è incerta e si presta a diverse interpretazioni etimologiche. Nel contesto dei poeti che qui sono presi in considerazione, il labirinto non sempre figura come argomento principale delle composizioni in versi; quando lo è, rappresenta uno smarrimento dell'anima, o un gioco a nascondersi ed a cercarsi; non di rado il tema portante è l'amore. Da ricordare inoltre che il labirinto è quasi sempre un elemento presente all'interno di un giardino; per questo, volendo cercare altri significati reconditi, si rimanda all'argomento specifico già trattato che coinvolgeva, oltre ai giardini, anche i parchi e gli orti. Il poeta che maggiormente nomina il labirinto è Corrado Govoni; nei suoi versi, da un lato si paragona la vita dell'uomo ad un assurdo labirinto che ha, come unica via d'uscita, la definitiva morte; da un altro lato si tende a sottolineare i contorni del luogo descritto (i labirinti delle rose e degli specchi), in tal modo il labirinto diviene quasi un elemento estremamente originale, colmo di effetti ottici impensabili. Giovanni Tecchio pone come prologo alla sua opera poetica più importante, un sonetto che parla di labirinti nei quali si perdono le anime degli uomini rincorse dalla morte; nella seconda parte della medesima poesia, Tecchio esorta la sua anima ad uscire da questa situazione precaria innalzandosi (sorretto dalle ali dell'Amore) per seguire i santi ideali de la Vita. Decisamente decadente è l'atmosfera che si respira nel sonetto di Giorgieri Contri: Il luogo è un parco, la stagione è l'autunno; in un labirinto di un vano amore si perde il poeta che osserva, sotto un cielo coperto, gli ultimi colori verdi delle piante ormai immerse nel triste grigio autunnale. Molto misterioso è il sonetto di Giuseppe Piazza, dove inizialmente si parla di un bosco (ovvero un labirinto) in cui si perde il protagonista; nelle due terzine si parla invece del ricordo di una "Morta" che si trova in una via solinga e ghiaccia: il poeta, guardando questa defunta negli occhi senza mèta e senza traccia, capisce che ella rappresenta la vana chiave del suo, personale labirinto senza uscita (che non ha porta). Suggestivo infine è il sonetto di Mannoni, che ricorda la visione di una vergine dentro un labirinto, intenta ad intrecciare cespi di rose (simbolo di vita) e rami di cipresso (simbolo di morte). Ma le rose, come la vita, col tempo si sono disfatte restando, tra le mani della donna, soltanto i rami di cipresso. Infatti, dietro ad ogni tipo di bellezza si nasconde sempre il sottil tarlo del lutto, che rende ogni piacevolezza della vita di breve durata e illusoria. Da qui la preferenza del poeta per le cose morte.




Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "La Meridiana" in «Nuova Antologia», dicembre 1903.
Carlo Chiaves: "Il cespuglio" in "Sogno e ironia" (1910).
Gabriele D'Annunzio: "Oriana infedele" in "Isaotta Guttadàuro ed altre poesie" (1886).
Cosimo Giorgieri Contri: "Il labirinto" in "Il convegno dei cipressi" (1894).
Corrado Govoni: "Il labirinto" in "Fuochi d'artifizio" (1905).
Corrado Govoni: "Il labirinto delle rose" e "Il labirinto degli specchi" in "Gli aborti" (1907).
Amalia Guglielminetti: "Una prudenza" in "Le seduzioni" (1909)
Giuseppe Lipparini: "Il labirinto" in "Le foglie dell'alloro. Poesie (1898-1913)" (1916).
Remo Mannoni: "Sonetto simbolico" in «La Stella e l'Aurora Italiana», aprile 1905.
Giuseppe Piazza: "Il laberinto" in "Le eumenidi" (1903).
Francesco Scaglione: "...il sole è ne la stanza spaso come un bel lago" in "Litanie" (1911).
Giovanni Tecchio: "Prolugus" in "Mysterium" (1894).
Giovanni Tecchio: "Il labirinto" in "Canti" (1931).
Diego Valeri: "Labirinto" in "Ariele" (1924).




Testi

IL LABERINTO
di Giuseppe Piazza

Se in me riguardo, io vo per un diverso
bosco sepolto da la nuvolaglia,
dove, se un groppo oggi la via mi taglia,
domani in un mistero io son sommerso.

Ardito un dì, ora m'aggiro sperso
sotto le insidie de la gran boscaglia,
franco se a tratti il ciel mi splenda terso.

A 'l fine d'una via solinga e ghiaccia,
grama e perduta va l'umile nave
de' miei ricordi verso ad una Morta;

se li occhi senza mèta e senza traccia
io ne contemplo, Ella è la vana chiave
de 'l laberinto mio che non ha porta.

(Da "Le eumenidi", Luigi Pierro, Napoli MDCCCCIII)


domenica 19 febbraio 2017

Poeti dimenticati: Angiolo Orvieto

Nacque a Firenze nel 1869 e ivi morì nel 1967. Grazie alle ottime condizioni economiche della sua famiglia ebbe modo di dedicarsi con passione e assiduità alla letteratura. Fondò due riviste: Vita nuova, che, malgrado prestigiose collaborazioni, ebbe breve durata, e Il Marzocco: uno dei periodici più importanti d'inizio Novecento, che ebbe il merito di contribuire in modo fondamentale al rinnovamento della poesia italiana. Come poeta Orvieto iniziò dimostrandosi convinto pascoliano, ma molti suoi versi mostrano anche descrizioni di luoghi esotici, nati in seguito ai molti viaggi effettuati dal poeta toscano. Svariati sono anche i componimenti che tendono a decantare la Toscana: regione alla quale l'Orvieto si sentì sempre ben radicato e che amò moltissimo. Nelle ultime raccolte emergono pensieri e argomenti legati alla sua adesione al sionismo. Fu anche autore di alcuni egregi libretti per opere liriche.



Opere poetiche

"Sposa mistica e altri versi", F.lli Bocca, Firenze 1893.
"La maggiolata", Civelli, Firenze 1895 (con Pietro Mastri).
"La sposa mistica. Il velo di Maya", Treves, Milano 1898.
"Verso l'Oriente", Treves, Milano 1902 (2° edizione, Bemporad & figlio, Firenze 1923).
"Le sette leggende", Treves, Milano 1912 (2° edizione, Bemporad, Firenze 1921).
"Primavere della cornamusa", Bemporad, Firenze 1925.
"Il vento di Sion", Israel, Firenze 1928.
"Il gonfalon selvaggio", Mondadori, Milano 1934.
"Il vento di Sion e I canti dell'escluso", Turolla, Roma 1961.
"Poesie scelte", Olschki, Firenze 1979.





Presenze in antologie

"Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 288-293).
"I Poeti Italiani del secolo XIX", a cura di Raffaello Barbiera, Treves, Milano 1913 (pp. 1278-1280).
"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 424-426).
"La fiorita francescana", a cura di Tommaso Nediani, Istituto italiano d'arti grafiche, Bergamo 1926 (pp. 229-230; 334-335).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. VI, pp. 3-13).
"I poeti minori dell'Ottocento", a cura di Ettore Janni, Rizzoli, Milano 1955-1958 (vol. IV, pp. 350-352).




Testi

MARCIA LUGUBRE

Le nubi affittian senza posa
al cielo notturno il suo vel,
e in linea lunga, dogliosa
gemeano i fanali nel gel.

In fievole lume i fanali
gemean; mezzanotte scoccò
e il primo dei lugubri pali
la tenue fiammella agitò.

Al cenno, tre volte si scosse
ogni altra fiammella e assentì,
il primo fanale si mosse
e ognun lento lento seguì.

Il vento fischiava fischiava,
le nubi addensavansi ancor,
e il cupo corteo seguitava
la marcia lentissima ognor.

Movean lungo un tacito fiume
le smorte fiammelle pel ciel,
riflesso dell'acque un barlume
più smorto seguiva fedel.

Alfine la schiera dolente
dal fiume nei boschi passò;
pei boschi infinita, silente,
spandendosi tutta, sostò.

Discese la candida neve,
le nere boscaglie coprì;
gli smorti fanali, giù lieve
calando, d'estinguer finì.

La neve ogni cosa sommerse,
nascose ogni cosa nel cuor,
i boschi e i canali coperse
d'immane, d'algente candor.

(Da "Sposa mistica e altri versi")




PENDOLA FRA I BOSCHI

La pendola del settecento,
impaurita ai clamori del vento
fra i solitari abeti,
pare che tremi quando
dal timido cuore d'argento
sospira un lamento blando,
le ore annoverando.

Non solea noverar l'ore a poeti
che ascoltassero il gran fremito arcano
della foresta come un mar lontano;
a poeti cui fosse allegro suono
il correre pei cieli alti del tuono
e l'ampio sibilar della foresta
nella tempesta.

Oh dame incipriate
nella sala lontana,
ove fra ninnoli di porcellana
la pendola del settecento
col suo tintinno d'argento
soleva in ritmo modular gl'inchini
dei damerini!

Ma forse un qualche giorno,
fra i cappelli a tricorno,
le candide parrucche e gli spadini,
vide il sorriso amaro del Parini.

(Da "Verso l'Oriente", 1902)