domenica 24 aprile 2016

Augusto Cardile: un poeta sfortunato

Augusto Cardile nacque a Taranto nel 1909. Ben presto dovette affrontare con coraggio alcune situazioni drammatiche che coinvolsero la sua famiglia. Stabilitosi a Firenze, nel capoluogo toscano sembrò trovare una tranquillità che in vero durò poco, visto che nel 1937 decise di togliersi la vita. I suoi versi, mai pubblicati in volume, uscirono nella rivista "Letteratura" nel 1938, arricchiti da una struggente testimonianza del critico Oreste Macrì.  
Di seguito si possono leggere due brevi composizioni in versi che ben testimoniano tutta la sofferenza interiore vissuta da questo sfortunato poeta.



NON FUI

Non fui,
malinconia dei lunghi anni trascorsi
in questa casa solitaria:
né sorriso cercai
né dolcezza.
Mi parve buona ebbrezza
quella dei morti libri.

(Dalla rivista «Letteratura», ottobre, 1938)


* * *


IDDIO CHE VEDI...

Iddio che vedi, non posso più andare
ho nell'anima un male profondo
come gorgo senza fine
e se porgessi a te il mio cuore
piegare la mia mano vedresti
sotto il peso.

Non posso camminare
e nella notte
sotto fili di stelle
m'accascerò per sempre.

(Dalla rivista «Letteratura», ottobre, 1938)

Poeti dimenticati: Armando Perotti

Nacque a Bari nel 1865 e morì a Cassano delle Murge nel 1924. Figlio di un militare e di una giornalista, dopo la maturità classica frequentò per un breve periodo l'Università di Roma per poi trasferirsi, sempre per brevi periodi, in varie località italiane; a Perugia si laureò in giurisprudenza e, dopo qualche altro spostamento, tornò finalmente nella regione natale stabilendosi a Bari; qui cominciò a collaborare assiduamente con giornali e riviste locali, pubblicando articoli che avevano come argomento portante la tradizione della terra pugliese. Pubblicò libri di poesie e di prose (tra questi ultimi si ricorda Bari vecchia del 1908).
Fu un poeta prevalentemente carducciano, anche se non mancano nei suoi versi riferimenti riconducibili al Pascoli e al D'Annunzio. Fu, in sostanza, un cantore della sua terra e, soprattutto, del suo mare, visto che i paesaggi marini ritornano spesso nelle sue liriche migliori. 



Opere poetiche

"Sul Trasimeno: 15 sonetti", Vecchi, Trani 1887.
"Il libro dei canti", Vecchi, Trani 1890.
"Castro: terze rime", Tip. Alighieri, Bari 1904.
"Da Le Nereidi: nuovi canti del mare", Vecchi e C., Trani 1907.
"Poesie", Laterza, Bari 1926.







Presenze in antologie

 "Dai nostri poeti viventi", 3° edizione, a cura di Eugenia Levi, Lumachi, Firenze 1903 (pp. 323-324).



Testi

SPIAGGIA ADRIATICA

Venti casette bianche, addormentate
nel meriggio d'agosto: il mar le culla,
e veglia intorno la scogliera brulla,
arsa dallo scirocco e dalla state.

Due povere vecchiette accovacciate
rattoppano le reti; una fanciulla,
come può meglio, canta e si trastulla
fra le mobili dune arroventate.

Viene dal largo intanto una paranza
spinta a forza di remi, e via sull'onde
echeggia una canzon marinaresca;

una canzon che parla di speranza,
di mari ignoti, di lontane sponde,
di donne belle e d'amore e di pesca.

(Da "Il libro dei canti") 




IL CADUTO È UN FANCIULLO...

Il caduto è un fanciullo, un giovinetto,
prole d'ignoti. Niun lo piangerà,
fuori del can, con cui spartiva il letto.

Tenne dal mare la maternità:
dalle calate l'han raccolto a un bordo;
era destino: donde venne va.

Piombando urlò nel labile ricordo:
Mamma! Poi vide il legno che fuggiva,
sentì la bocca del gran mostro ingordo

sugger muggendo la sua carne viva;
s'abbandonò, mancò pria che morisse.
E galleggiava sull'acqua nativa.

Un salvagente a lato gli s'affisse:
oh le sembianze pallide e leggiadre!
Oh, decoro infantil, chiome prolisse

che non sapeste mai bacio di madre!


(Da "Poesie")

domenica 17 aprile 2016

I giardini, i parchi e gli orti nella poesia italiana decadente e simbolista

Il parco, il giardino e l'orto sono tra i luoghi più citati e amati dai poeti simbolisti, decadenti, crepuscolari e liberty. Si possono rintracciare infatti una enorme quantità di versi dedicatigli. Questi luoghi hanno spesso delle caratteristiche comuni: sono in abbandono, deserti; nel loro interno si possono incontrare statue e fontane (anch'esse in stato di degrado e di incuria); in genere la stagione è quella autunnale, il che comporta una copiosa caduta di foglie dagli alberi e un tempo tra il grigio ed il piovoso, sì da rendere tali luoghi ancor più tristi e squallidi. Molti critici, a tal proposito, hanno paragonato i giardini-parchi-orti ad una sorta di rifugio dell'anima; in quei posti così appartati, quasi segreti, è infatti possibile per i nostri poeti creare immagini nate dai sogni, dalle nostalgie di un passato che ormai non c'è più, da intimi desideri impossibili a realizzarsi. Insomma sono questi i territori dove c'è l'opportunità di isolarsi aristocraticamente e vivere in un mondo al di fuori del mondo. La desolazione che presentano, oltre ad esternare uno stato di profonda demoralizzazione, dimostra la consapevolezza di essere in uno stato di esclusione, di emarginazione se non di totale separazione; e ciò va riferito anche alle loro aspirazioni: semplici, modeste, quasi insignificanti, eppure impossibili, non realizzabili. Naturalmente, questo discorso vale soprattutto per i poeti che gravitano intorno al crepuscolarismo; se si vuole invece allargare la prospettiva, si notano differenti elementi, a volte legati al mistero e alla favola, altre volte all'eros ed alla psiche. Più raramente (e mi riferisco alle poesie di Palazzeschi) in questi delimitati spazi si osserva la presenza di situazioni, forme ed entità assai inquietanti: frutti avvelenati, muffe, fanghiglie, figure ombrose e misteriose che si aggirano all'interno ecc. Per spiegare tal contesto bisogna risalire ad uno dei romanzi decadenti per eccellenza: A ritroso di Joris-Karl Huysmans, dove si ricorderanno le mostruose piante amate dal protagonista del romanzo, il quale le fa arrivare dai luoghi più reconditi perché possano rendere il suo giardino unico ed orrido nello stesso tempo.    



Poesie sull'argomento

Diego Angeli: "Il parco" e "Orto botanico" in "La Città di Vita" (1896).
Diego Angeli: "In un giardino di sera" in "L'Oratorio d'Amore. 1893-1903" (1904).
Antonio Beltramelli: "Il giardino del dolore" in "I Canti di Faunus" (1908).
Dino Campana: "Giardino autunnale" in "Canti Orfici" (1914).
Francesco Cazzamini Mussi: "Nel giardino dell'osteria «La Vita»" in "Le allee solitarie" (1920).
Giovanni Alfredo Cesareo: "Flamma ardescens" in "Poesie" (1912).
Carlo Chiaves: "Nel giardino del cuore" in "Tutte le poesie edite e inedite" (1971).
Sergio Corazzini: "Giardini" in "Dolcezze" (1904).
Gabriele D'Annunzio: "Hortus conclusus" e "Hortus larvarum" in "Poema paradisiaco" (1893).
Alfredo Galletti: "Il giardino obliato" in "Odi ed elegie" (1903).
Luisa Giaconi: "L'Orto" in «L'Idea Liberale», aprile 1895.
Luisa Giaconi: "Il giardino chiuso" in «Il Marzocco», luglio 1897.
Luisa Giaconi: "Orto antico" in «Il Marzocco», settembre 1897.
Cosimo Giorgieri Contri: "Il vecchio giardino" in "Il convegno dei cipressi" (1895).
Cosimo Giorgieri Contri: "Giardino delle rosine" in "La donna del velo" (1905).
Emilio Girardini: "Giardino abbandonato" e "Il parco" in "Chordae cordis" (1920).
Corrado Govoni: "Giardini chiusi" in "Le fiale" (1903).
Corrado Govoni: "Il giardino dell'anima" in "Gli aborti" (1907).
Corrado Govoni: "Giardino antico" in "Poesie elettriche" (1911).
Luigi Gualdo: "Nel parco" in Le nostalgie" (1883).
Amalia Guglielminetti: "Vecchio parco" e "Il giardino segreto" in "Le Seduzioni" (1909).
Marco Lessona: "In giardino" e "Nel parco" in "Ritmi" (1902).
Marco Lessona: "Il giardino" in "Versi liberi" (1920).
Giuseppe Lipparini: "Il giardino" in "Lo specchio delle rose" (1898).
Nicola Marchese: "Orto claustrale" e "Villa Pamphily" in "Le Liriche" (1911).
Tito Marrone: "Desolazione" in "Cesellature" (1899).
Tito Marrone: "Corinna" in "Liriche" (1904).
Fausto Maria Martini: "Il giardino di Psyche" in "Panem nostrum" (1907).
Pietro Mastri: "Il giardino dei felici" in "La meridiana" (1920).
Marino Moretti: "Hortus incultus" e "Angolo d'hortulus" in "Poesie scritte col lapis" (1910).
Marino Moretti: "Il giardino della stazione" in "Poesie 1905-1914" (1919).
Ada Negri: "Il giardino dell'Adolescente" in "Dal profondo" (1910).
Aldo Palazzeschi: "Parco umido" in "Lanterna" (1907).
Giovanni Pascoli: "Nel giardino" in "Myricae" (1900).
Francesco ed Emilio Scaglione: "Orto chiuso" in "Limen" (1910).
Emanuele Sella: "Il giardino delle stelle" in "Il giardino delle stelle" (1907).
Giovanni Tecchio: "Il giardino" in "Canti" (1931).
Domenico Tumiati: "Il rosaio" in "Liriche" (1937).
Carlo Vallini: "Sola nel parco, a vespero.." in "La rinunzia" (1907).
Mario Venditti, "L'amplesso" in "Il terzetto" (1911).
Giuseppe Villaroel: "Giardino pubblico" in "La tavolozza e l'oboe" (1918).
Remigio Zena: "Nell'orticello della mia coscienza" in "Le pellegrine" (1894).



Testi

UN GIARDINO ABBANDONATO
di Enrico Nencioni

Grigio-giallastro, di lunghe striscie,
Di larghe macchie d'umido, sordido,
Tutt'orlato di folte gramigne,
Di selvatici fiori, di musco;

Alto, remoto d'ogni frequente
Strada, ermo, tacito, inaccessibile
Qual di rigido chiostro ove chiude
Il Carmelo sue sacre colombe,

È il vecchio muro. Largo cancello
A cui sormonta l'arme Medicea,
Colle palle di pietra consunte
E verdastre dal musco di secoli.

Di punte armato, sui ferrei cardini
Aspro-girante, rosso di ruggine,
Apre il varco a un antico giardino,
A un antico vial fiancheggiato

Da verde-cupi alti cipressi,
Che, come lunghi diti di scheletri,
Sopra il cielo d'autunno disegnano
Le lor file monotone e triste.

Vecchi sedili di pietra appaiono
Fra pianta e pianta. Laggiù nel fondo
È una vasca con acqua stagnante
Dove foglie ingiallite galleggiano

Fitte, ed i morti rami s' affollano
Presso le sponde. Tremante Naiade
Su dal mezzo si leva marmorea,
Obliato l'antico zampillo

Che un dì slanciavasi alto, e l'antico
Murmure, e i vispi pesci dorati
Che guizzavan fra l'acque purissime,
Sorridendo i fanciulli alla sponda.

Oh! come in folla tornano, accorrono,
E il petto m'agitan care memorie!
Qui mia madre, allor giovine donna,
Conducevami spesso fanciullo.

Su quel muscoso banco la vedo
Lunghe ore assisa col suo ricamo,
Mentr'io lieto gridando, correndo,
A lei porto le colte viole.

Sovra il pensoso magro tuo viso
Rideva, o madre, il sol di maggio;
Ti cantavan sul capo gli uccelli,
Ridea l'erba stellata di fiori.

Ed ora, o madre, di qualche argentea
Riga ho il crin sparso: tu sottoterra
Sei distesa recente cadavere,
Nè un tuo bacio più asciuga il mio pianto.

Poi, quando i primi rosei fantasimi
Al guardo attonito risero, e l' anima
sentì il verso de' grandi poeti,
Senti il palpito primo d'amore;

Là sotto, pullulati tra 'l putridume
Fradicio, rosei funghi venefici;
Strane forme di gelidi insetti
Lente strisciano in quei labirinti.

Dove la giovine erba spargevasi
Di margherite dal seno d'oro,
Popolosa famiglia d'ortiche
Gravi esala miasmi d'attorno.

Poi quando abbuia Novembre torbido,
Il pluvioso vento si leva
Ed aggira le morte tue foglie
Come l'alme del cerchio ov'è Dido.

Rossastre, gialle, grigie, violacee,
Luride, pallide di pallor etico,
Ei le accumula in funebri mucchii
Cui cementan la pioggia e la neve.

Ma quando ai primi tepidi soli
Di marzo il verde ramarro scaldasi,
E sull'orme di neve recente
La pervinca fiorisce e la mammola;

Nelle prim'ore pomeridiane,
Ai tuoi viali queti s'avviano
Malinconici visitatori
Che sol cercan la pace e il silenzio.

Convalescenti pallidi seggono
Un'ora al sole, taciti, immobili:
Lunghe file di bimbe precedono
Una Suora dal niveo cappello.

E a rivederti, vecchio giardino,
Anch'io ritorno; torno diverso
Come te da quel ch'ero, e dai casi
Assai più che dagli anni, prostrato.

Siam due ruine, vecchio giardino,
Siam due ruine sacre alla morte.
Ma se brilla su te gualche raggio,
E fra i cardi in te spunta un sol fiore;

Se a me fra i gemiti dal cuore esala
Un delicato sospir d'affetto ;
Se un umano pensiero io rivesto
Di un accento che i cuori commova;

O malinconico vecchio giardino,
O vecchio muro, vecchi viali,
Non morremo incompianti o esecrati.
Non avrem sempre indarno vissuto!

(Da "Poesie")




HORTUS CONCLUSUS
di Gabriele D'Annunzio

Giardini chiusi, appena intraveduti,
o contemplati a lungo pe' cancelli
che mai nessuna mano al viandante
smarrito aprì come in un sogno! Muti
giardini, cimiteri senza avelli,
ove erra forse qualche spirto amante
dietro l'ombre de' suoi beni perduti!

Splendon ne la memoria i paradisi
inaccessi a cui l'anima inquieta
aspirò con un'ansia che fu viva
oltre l'ora, oltre l'ora fuggitiva,
oltre la luce de la sera estiva
dove i fiori effondean qualche segreta
virtù da' lor feminei sorrisi,

e i bei penduli pomi tra la fronda
puri come la carne verginale
parean serbare ne la polpa bionda
sapori non terrestri a non mortale
bocca, e più bianche nel silenzio intente
le statue guardavan la profonda
pace e sognavano indicibilmente.

Qual mistero dal gesto d’una grande
statua solitaria in un giardino
silenzioso al vespero si spande!
Su i culmini dei rigidi cipressi,
a cui le rose cingono ghirlande,
inargentasi il cielo vespertino;
i fonti occulti parlano sommessi;

biancheggiano ne l’ombra i curvi cori
di marmo, ora deserti, ove s’aduna
il concilio degli ultimi poeti;
tenue su la messe alta dei fiori
passa la falce de la nova luna;
ne l’ombra i fonti parlano segreti;
rare sgorgan le stelle, ad una ad una;

un cigno con remeggio lento fende
il lago pura imagine del cielo
(desìo d’amori umani ancor l’accende?
memoria è in lui del nuzial suo lito?)
e fluttua nel lene solco il velo
de l’antica Tindaride, risplende
su l’acque il lume de l’antico mito.

Di sovrumani amori visioni
sorgono su da’ vasti orti recinti
che mai una divina a lo straniero
aprirà coronata di giacinti
per lui condurre in alti labirinti
di fiori verso il triplice mistero
cantando inaudite sue canzoni.

Ma quegli, folle del profumo effuso
dal cor degli invisibili rosai,
chino a la soglia come quando adora,
pieni d’un sogno non sognato mai
gli occhi mortali, giù per l’ombre esplora
nel profondo crepuscolo in confuso
il dominio silente ch’egli ignora.

Così la prima volta io vi guardai
con questi occhi mortali. Voi, signora,
siete per me come un giardino chiuso.

(Da "Poema paradisiaco")




PARCO UMIDO
di Aldo Palazzeschi

Il parco è serrato serrato serrato,
serrato da un muro ch'è lungo
le miglia le miglia le miglia,
da un muro coperto di muffe,
coperto di verdi licheni,
grondante di dense fanghiglie.
Né un varco soltanto nel parco traspare
né un foro vi luce,
soltanto si posson le muffe cadenti
vedere, soltanto
le dense fanghiglie grondanti.
Altissimi i cedri ne passano il muro,
i pini dal fusto robusto ne sporgon l'ombrello
s'innalzan cipressi, rossastre magnolie,
e salici, e salici tanti
piangenti di pianti lontani,
che mischian sul muro cadenti
le lagrime ai verdi licheni,
a grige fanghiglie grondanti.
Di fuori ecco il parco serrato,
serrato da un muro
eh'è lungo le miglia e le miglia.
Fra l'ombre, fra l'ombre potenti
nel folto degli alberi grandi
soltanto tre donne s'aggirano lento,
bellissime donne: Regine Parenti.
S'aggirano lento in silenzio
ne l'ombre del parco serrato,
pesante trascinano il manto di lutto, le Donne,
coperte da un velo
che appena il pallore del volto ne scopre.

(Da "Lanterna")




Santiago Rusinol, "Giardino abbandonato"

sabato 16 aprile 2016

Da una lettera di Enrico Thovez

[...] Ho letto in questi giorni qualche brano della conferenza del Fogazzaro a Parigi sul «poeta dell'avvenire». Quando ho letto che il poeta futuro dovrà avere un alto concetto della femminilità; ristabilire nella letteratura gli elevati tipi ideali di altri tempi, se vorrà che la sua arte sia grande, ho provato come un bisogno di gridare di sdegno e di dolore. Io non so se esista un poeta più di me convinto di quella necessità; io non credo che nessuno mai sia come me nato con un violento, struggente bisogno di elevatezza amorosa, con una fede più salda, più ingenua nell'idealità femminile. Ma dove è il cuore che avrebbe potuto conservare intatto quel tesoro, attraverso una vita come la mia? Se anche io potessi rinunciare all'amore, se potessi rassegnarmi a vivere soltanto dei fantasmi della mente, non potrei più rievocare quell'ideale scaduto, sgretolatosi giorno per giorno in quindici anni di disinganni. Io non sono pessimista per partito preso, come (xxx), il quale per consolarsi delle amarezze sofferte coinvolge in un uguale disprezzo tutta la femminilità; io dico soltanto che la sorte mi ha impedito di conoscere quei rari casi di femminilità degna, che pure debbono esistere. Quando penso che non c'è in tutta la mia città un viso che mi faccia sognare, un cuore che mi desti uno slancio d'entusiasmo! Quando penso che tutto ciò che vedo, che odo intorno all'amore è basso, ignobile o quanto meno mediocre, che non posso nemmeno consumarmi in segreto come da fanciullo, perché nulla di degno v'è più anche fra l'irraggiungibile! Quando penso che io vivo fra le ripulse di una sartina ed i sorrisi ironici di un'istitutrice, e che queste derisioni di amore mi sono pure invidiate da mio fratello, da (xxx) e forse da te, e insidiate poi da moltissimi! Idealizzare questa realtà meschina? È ciò che faccio. Ma se io posso avvolgere della poesia del mio desiderio la banalità della materialità amorosa, non posso però creare delle anime che non esistono e infonderle in quei corpi che non potrebbero contenerle. Brutta cosa non essere un letterato puro! Avere una sensibilità e possedere una tecnica pittorica e plastica! non è più possibile sorvolare sulla corrispondenza intima fra la sostanza e la forma, fra l'anima e il corpo. [...]

(Da una lettera di Enrico Thovez datata: 25 marzo 1898)

lunedì 4 aprile 2016

Poeti dimenticati: Marino Marin

Nacque a Corcrevà di Bottrighe nel 1860 e morì ad Adria nel 1951. Dopo gli studi entrò come dirigente nel comune di Adria, dal quale incarico fu messo a riposo nel 1914 per una grave malattia agli occhi che alcuni anni dopo lo fece diventare cieco. Poeta classicista, pascoliano e, in alcune raccolte decadente, i suoi versi furono così definiti da Ugo Zannoni: « [...] questa poesia è un'immersione profonda nell'incanto della natura e nel sentimento dell'amore e del dolore. Agreste nel senso più forte della parola, pare che voglia cogliere il respiro della terra e il candore mite delle cose della terra. Anima la sua solitudine di note dolci e accorate e percepisce il senso nascosto di ogni manifestazione di vitalità, specie se si effonde dal fremito creativo della terra».



Opere poetiche

"Humus", Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1892.
"Sonetti secolari",  Galli di Chiesa e Guindani, Milano 1896.
"Voci lontane", Barboni, Castrocaro 1898.
"Luci e ombre", Zanichelli, Bologna 1904.
"Narciso", Società Editrice «Avanguardia», Lugano 1907.
"Le Opere e i Giorni", Frisia, Milano 1920.
"Espiazione", Zanichelli, Bologna 1923.
"Rassegnazione", Zanichelli, Bologna 1927.
"Sprazzi di luce", Scarpa e Gambaro, Adria 1930.
"La voce della Gran Madre Antica", «Quaderni di Poesia», Milano 1933.
"Alle soglie dell'infinito", Tempo nostro, Adria 1935.
"Poesie scelte", Il Polesine, Rovigo 1938.
"Vecchie campane", Gastaldi, Milano-Roma 1949.





Presenze in antologie

"Antologia della lirica italiana", a cura di Angelo Ottolini, R. Caddeo & C., Milano 1923 (pp. 398-399).
"Poeti delle Venezie", a cura di Federico Binaghi e Guido Marta, Zanetti, Venezia 1926 (pp. 142-147).
"Le più belle pagine dei poeti d'oggi", 2° edizione, a cura di Olindo Giacobbe, Carabba, Lanciano 1928 (vol. IV, pp. 170-183).
"L'Adunata della poesia", 2° edizione, a cura di Arnolfo Santelli, Editoriale Italiana Contemporanea, Arezzo 1929 (pp. 374-376).
"Cenacolo: Antologia di poeti d'oggi", a cura di Francesco Addonizio e Francesco Giovinazzo, Luce Intellettual, Palermo 1931 (pp. 206-211).
"La nuova poesia religiosa italiana", a cura di Gino Novelli, La Tradizione, Palermo 1931 (pp. 241-247).
"Poeti simbolisti e liberty in Italia", a cura di Glauco Viazzi e Vanni Scheiwiller, Scheiwiller, Milano 1967-1972 (volume secondo, p. 161).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (tomo secondo, pp. 347-351).



Testi


VITA MINIMA

Volteggiano e ronzano in aria
i gai moscerini: tra il verde,
che ombreggia la via solitaria,
il murmure sale e si perde.

Che fremito d'ali, che festa
d'aerei connubî e di balli
allor che il pio sole ridesta
sereno i maggesi e le valli!

Il vol de le innumeri vite,
cui nutre un fil d'erba, dispiega
le fulve ali tenere in frega
su l'umide siepi fiorite.

Sgusciata staman, la vivace
tribù degli insetti già figlia:
decrepita a sera avrà pace
nel picciolo avel di famiglia:

nel picciolo avel di lor gente
scavato, opra inver gigantesca,
su un verde cespo di mente
o in seno a una mammola fresca.

(Da "Voci lontane")

lunedì 28 marzo 2016

Poeti dimenticati: Luigi Crociato

Luigi Krischan dei conti di Wurmberg (in arte Luigi Crociato) nacque, visse e morì a Trieste tra il 1870 ed il 1935. Dopo gli studi calssici si dedicò all'insegnamento con zelo ed entusiasmo. Fu poeta, prosatore e drammaturgo. Per ciò che concerne la sua opera poetica, Crociato si dimostrò lirico aperto alle nuove tendenze (fece uso abbondante del verso libero) e toccò temi riguardanti la tradizione, la filosofia e la religione. Il suo libro migliore, dominato da una visionarità a volte lugubre, è "Canta il selvaggio", che fu lodato, tra gli altri, da Silvio Benco.



Opere poetiche

"L'ulivo", Tipografia Tomasich, Trieste 1900.
"L'ampolla", Editrice Cittadini, Trieste 1908.
"Canta il selvaggio", Voghera, Roma 1912.
"La tragedia divina", Zanichelli, Bologna 1926.
"Le ultime liriche", Società artistico letteraria, Trieste 1969.





Presenze in antologie

"Poeti italiani d’oltre i confini", a cura di Giuseppe Picciòla, Sansoni Firenze 1914 (pp. 242-244).
"Dal simbolismo al déco", a cura di Glauco Viazzi, Einaudi, Torino 1981 (tomo secondo, pp. 525-530).



Testi



SONNO DI VILLA

Dan canti a la messe;
dan musiche al tino;
dan tela a chi tesse.

Dan ombra al camino;
dan fede ai lontani;
dan serti al destino.

Dan rose a le mani;
dan l'ore promesse;
dan tutto..., domani.

Le nove! e nove volte
batte il gallo col rostro di bronzo
su la campana, e numera
le speranze che tornan furtive,
stelle filanti,
e si spengono in seno a la villa
che ha sonno...

Schiude in cielo la chiara finestra
del plenilunio
San Floriano, con secchia e molt'acqua
cerulea, ch'ei versa sui tetti,
intenti a una mandolinata
di grilli.

Stan, là intorno due frassini,
guardie campestri.
Per la strada bagnata di luna
passano due anime:
il cieco e l'armonica. Al bivio
c'è una casa:
c'è un gatto con occhi di lume
che spia.

Van le due anime a destra; a sinistra,
su la palancola
del torrente, va un altro fantasma,
che si ferma,
perché a battere torna quel gallo.

Dieci volte! Di nove è il ricordo,
la decima fila!
Fila, e si spegne ne l'acqua
che ha fretta,
e dall'amplesso dei salci
si svincola... fugge...
«Beata la villa che dorme...»
Continua la strada
quel fantasma: lo spirito mio...

(Da "Canta il selvaggio")

Mattina

M'illumino
d'immenso



COMMENTO


In questa poesia, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) raggiunse l'apice della sinteticità e dell'essenzialità di tutta la sua opera in versi. Rispetto alla lirica vera e propria risulta assai più lunga l'annotazione che la precede ne "L'Allegria" (1942), libro dal quale proviene, che è questa: "Santa Maria La Longa il 26 gennaio 1917". La poesia (se di poesia si può parlare) comparve per la prima volta nel 1918, col titolo Cielo e mare, su un volume intitolato "Antologia della Diana", e, col medesimo la si ritrova in "Allegria di naufragi", secondo libro poetico ungarettiano del 1919.



Giuseppe Pellizza da Volpedo, "Mattino di maggio"